Sicilia Islamica

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Uno dei più interessanti esempi di ricostruzione della memoria collettiva è nella diversa interpretazione che si ha nel tempo di Balarm e dell’ Emirato di Siqilliyya. Nei momenti in cui l’Isola si sente marginalizzata o deve difendere i suoi privilegi amministrativi e fiscali, questa fase storica viene esaltata e vista come base della’identità siciliana.

Quando invece i rapporti tra le due sponde del Mediterraneo sono conflittuali, come in questi anni, la storia della Sicilia Araba tende a essere sminuita, ridotta a una parentesi storica caotica e sanguinosa.

E gli argomenti principi dei detrattori dell’emirato di Emirato di Siqilliyya, sono di due tipologia.

Il primo consiste nel ricordare la sequenza delle battaglie con i bizantini e delle rivolte dei cristiani contro i musulmani, per evidenziare come il loro dominio fosse sanguinoso e intollerante.

A dire il vero, questo elenco è assai incompleto: non cita ad esempio, gli scontri etnici tra arabi e berberi, gli scontri religiosi tra la sciita Balarm e la Kerkent (Agrigento) sunnita e le continue rivolte della Siqilliyya contro i potentati del Nord Africa.

Di fatto, la Sicilia, come i themata bizantini del Sud Italia e la Pianura Padana per l’Impero germanico, sono aree di frontiera, in cui si alternano periodi di pace con scontri feroci con i vicini e in cui le spinte centrifughe, associate alla costruzione di una propria identità contrapposta e distinta a quella del potere centrale, sono sempre prossime a prevalere.

Per cui, l’indubbio caos politico che accomuna queste tre aree periferiche, più che indicazione di decadenza, può essere visto come sintomo di forte vitalità economica e politica.

Il secondo argomento, basato sulle cronache di Ibn al-Athir che racconta la conquista di Palermo, evidenzia come in realtà, la differenza demografica tra il thema bizantino e l’emirato arabo sia molto ridotta e che quindi il periodo islamico non coincida con un boom economico

Ibn al-Athir così narra.

I musulmani si diressero allora contro la città di Palermo e la assediarono e la strinsero. Il principe chiese allora la salvezza per se stesso, per la sua gente e per i suoi beni, e avendola ottenuta, se ne andò per mare nel paese dei rum. I musulmani entrarono nella città nel mese di ragab dell’anno 216 e non vi trovarono altro che tremila uomini, mentre ve ne erano stati durante l’assedio settantamila ed erano morti tutti. Ebbero luogo tra i musulmani di Ifriqiya (attuale Tunisia) e quelli di al-Andalus (Spagna e Portogallo) dissensi e contestazioni, ma poi giunsero ad un accordo e rimasero così sino all’anno duecentodiciannove

Ora, ammettendo per ipotesi che la cifra sia reale, indicherebbe come Rhegion e Siracusa, considerate storicamente assai più grandi di Panormus, dovessero avere oltre 100.000 abitanti, ossia dimensioni paragonabili alla Costantinopoli dell’epoca,cosa che non risulta da nessun dato fiscale, né da nessuna fonte storica dell’epoca.

Inoltre sarebbe in contrasto con i pochi dati archeologici che abbiamo, assai più rari di quelli di Balarm: Panormus sembra essere stato in realtà una cittadina di circa 20.000 anime, più piccola, ad esempio, della Roma dell’epoca.

Il fatto che partendo da questi numeri, sia potuta, in un’area marginale politicamente dell’Islam, nascere una megalopoli come Balarm, che nella fase finale della sua storia ha vissuto un’esperienza “comunale”, analoga a quelle città del Nord Italia, è una prova di un boom economico prolungato.

Boom, come nel meno conosciuto Emirato di Creta, questa è dipesa sia dalla crescita del surplus agricolo, sia dall’incremento del commercio e della manifattura

La crescita della produttività agricola è legata, in particolare agli effetti dell’aumento delle precipitazione nel Mediterraneo, dipendente all’optimum climatico medievale: ciò ha permesso agli arabi la pervasiva diffusione delle tecniche di accumulazione, la conservazione e la distribuzione delle acque per l´irrigazione, che sono entrati nel daletto siciliano: i serbatoi a vasca (sic. “gebbia”, dall´ar. ´djeb´), i canali di distribuzione (“catusu”, da ´qadus´; “saia”, da ´saqiah´), i pozzi a ruota (“senia”, da ´saniyah´).

Irrigazione che ha avuto come conseguenza l’introduzione di nuove culture, per esempio il cotone e la canna da zucchero, e l’incremento della coltivazione degli alberi da frutto, degli agrumi, del lino e delle piante aromatiche e una ricolonizzazione dei terreni abbandonati, con la fondazione di numerosi stanziamenti rurali, i rahal (da cui hanno preso nome, ad esempio Racalmuto e Regalbuto).

E questo, superata la fase di economica predatoria, questa produzione agricola è stato il motore del commercio e della produzione manifatturiera: se nelle fatwas dei giuristi ifriqiyeni la Sicilia è identificata come la terra del grano, nell’Egitto fatimide dopo una fase in cui è documentata l’importazione da Balarm di olio, pesce salato, frutta secca, di pelli e formaggio, dai documenti dei mercanti ebrei rinvenuti nella Geniza del Cairo si evincerebbe poi l’esportazione di beni di lusso come le stoffe, specialmente di seta, o il corallo.

Traffico che era diretto anche a Nord, in Italia e Provenza, cosa testimoniata dall’ampia diffusione delle ceramiche a pavoncella, di provenienza palermitano e dal fatto che il tarì fatimide divenne la base del sistema monetario dell’Italia al di sotto del Po.

Per cui, la Sicilia araba è stato sì un periodo politicamente complesso, ma anche caratterizzato da una forte mobilità sociale e ampia redistribizione della ricchezza, che è difficile definire come di decadenza…

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One thought on “Sicilia Islamica

  1. Pingback: L’arabo palermitano | ilcantooscuro

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