Non solo lumache a San Giovanni !

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Stasera è bello fare una scappata alla festa di San Giovanni all’Esquilino, non solo per mangiare lumache e altre delizie, ascoltare il concerto de Il Coro di Piazza Vittorio, che merita veramente e ballare con Le Danze di Piazza Vittorio.

E’ anche l’occasione per riscoprire un angolo poco conosciuto del nostro Rione, a cominciare dalla Porta Esquilina, una delle antiche porte delle Mura Serviane, restaurata da Augusto, nell’ambito della speculazione edilizia del suo amico Mecenate, che trasformò un malridotto cimitero nell’Olgiata dell’epoca. Nel 262 d.C. un privato cittadino – tale Marco Aurelio Vittore, che tra l’altro non si è mai capito cosa ci abbia guadagnato, da questo pubblico arruffianamento – la trasforma in arco onorario per l’imperatore Gallieno e la moglie Salonina. L’arco, del quale rimane solo il fornice centrale, conserva ancora l’iscrizione dedicatoria su due righe ripetuta sui due lati, segnava il limite dell’ampia zona franca, esente da gabelle, stabilita da Niccolò V nelle vicinanze della Basilica di S. Maria Maggiore per favorire tutti coloro che vendevano cibo e vino ai pellegrini.

Fino al 1825, nella parte centrale dell’arco, da una catena di ferro pendevano le chiavi della Porta Salsicchia di Viterbo, come segno della riconquista della città da parte di Roma avvenuta dopo la ribellione del 1225. Ci fu un altro trofeo riportato nell’Urbe: la famosa patarina, la campana che andò a scandire il tempo e i principali avvenimenti della vita pubblica della città dalla Torre del Campidoglio, il cui suono annunciava eventi storici o circostanze importanti, come l’elezione del pontefice, la sua incoronazione o morte, il passaggio del corteo papale o, come ricorda lo storico Pietrangeli, la morte del “Gran Turco”, avvenuta il 2 giugno 1481.

Per poi passare a visitare la chiesa di San Vito, antichissima, dato l secolo iv già che si trova menzionata nella storia dello scisma d’Ursicino contro il papa S. Damaso (366-85). S. Gregorio Magno (590-604) la creò titolo cardinalizio. Nel 768 il papa Stefano III la fece restaurare e allora preso il titolo di S. Vito in Macello, por la vicinanza del Macello Liviano, se bene alcuni lo derivino da una grande strage di martiri ivi avvenuta. Nell’816 il prete Filippo vi fu nominato antipapa contro Stefano IV: dopo di che la chiesa fu trascurata e a poco a poco cadde in tale abbandono che rimase quasi rovinata tanto che nel 1477 Sisto IV della Rovere la fece riedificare dalle fondamenta da Baccio Pontelli creandola parrocchia. Dato che probabilmente l’architetto andò al risparmio, nel 1566 era così malridotta in tale stato che la cura delle anime fu dovuta trasferire in Santa Prassede. Nel 1585, però, Sisto V Peretti, che sotto molti aspetti seguiva le orme del precedente Sisto, il primo Papa Re, la cedette allo monache di S. Bernardo che la fecero restaurare.

Nel 1620 il principe di Paliano, don Federico Colonna, essendo guarito da una morsicatura di cane rabbioso – grazie alla pietra scellerata di cui parlerò poi – la restaurò di nuovo. Nel 1780 fu posseduta da una congregazione di preti polacchi e nel 1834 restaurata a spese di Gregorio XVI (Cappellari) con architettura del Camporesi. Finalmente, essendo rimasta la chiesa alquanto abbandonata per le nuovo strade aperte nell’Esquilino, il cardinale Cassetta la restaurò a sue spese, cambiandolo l’orientazione primitiva e facendole una nuova facciata, al posto dell’abside, sulla via Carlo Alberto, in occasione del giubileo dell’anno 1900. Architetto dei nuovi lavori fu il Ricci.

Dentro la chiesa, spiccano la “pietra scellerata” che la leggenda vuole sia servita alla tortura e morte di molti cristiani. Nel Medioevo si riteneva che la raschiatura della pietra salvasse dal morso dei cani arrabbiati e per questo motivo la pietra appare raschiata profondamente su tutta la superficie. In realtà si tratta di un cippo funerario antico con tanto di epigrafe in memoria di tale Elio Terzio Causidico, che immagino nella vita tutto avrebbe pensato, tranne di vedere la sua lapide trasformata in una farmacia ambulante.

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L’altro pezzo forte della chiesa è l’edicola rinascimentale, opera della premiata ditta Melozzo da Forlì e Antoniazzo Romano, che per ottimizzare costi e lavoro avevano aperto bottega assieme, dividendosi affreschi e proventi, e beccandosi quantità industriali di insulti da generazioni di storici dell’arte, che impazziscono a capire dove finisce la mano dell’uno e comincia quella dell’altro.  Merita un’occhiata anche il fonte battesimale, dove fu battezzato, tra i tanti, un certo Apollinaire

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E udite udite, il clou della serata sarà la visita ai sotterranei della chiesa: importanti ed ampi scavi effettuati al di sotto della chiesa nel 1971-1972 e poi nel 1979 hanno permesso di acquisire importanti informazioni relativamente alla topografia della zona. E’ stata ritrovata una porzione delle antiche mura di cappellaccio, forse databili addirittura al VI secolo a.C. e fondate nel terreno vergine della valle esquilina. Si è accertata la presenza di un varco con orientamento nord-sud, corrispondente con tutta probabilità alla prima Porta Esquilina. E’ stato inoltre rilevato un diverso rapporto tra la cinta muraria del IV secolo a.C. e il sito della nuova Porta Esquilina in senso est-ovest, che si risolve con un percorso ad angolo ottuso della fortificazione ed uno sfasamento dei due tratti attestati alla porta.

E’ poi visibile la strada romana, presente con un tratto di basolato che accenna al percorso sotto il terzo fornice laterale dell’Arco di Gallieno.

Sono inoltre state scoperte delle opere idrauliche da riferirsi all’arrivo dell’acquedotto Anio Vetus presso la Porta Esquilina: in particolare un castellum aquae ed una riorganizzazione degli spechi sotterranei dell’acquedotto avvenuti in età traianea. Il nucleo cristiano della diaconia si inserì proprio in ambienti ridossati al corpo del castellum aquae, lungo il lato nord della chiesa attuale. L’accesso a questi ambienti avveniva da una porta che si affacciava sulla strada romana.

Sono presenti inoltre i resti architettonici del probabile primo ambiente del IV secolo d.C. raccolti nella zona di risulta tra il castellum e le mura del IV secolo a.C., oltre alle sepolture dell’epoca cristiana disposte ai margini della strada riutilizzando un vecchio canale di scolo legato al castellum. E’ stata infine accertata la fase medievale della prima chiesa…

Insomma, una serata che riempie stomaco e cervello

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