Mille e una Notte

 

C’era una volta, tra Bukhara e Balkh, una piccola città, chiamata Dar al Esquilin, dove vi era un antico bazar, le cui pareti cadevano a pezzi. Un giorno, dalla lontana Nishapur, giunse un pittore dal nome ignoto, che cominciò a decorare le sue pareti con scene dei racconti che Sherazad narrava al re di Tartaria Shahriyar, senza volere nulla di oro e di denaro, accontentandosi della benedizione dell’Altissimo.

Tutto il popolo di Dar al Esquilin ne fu felice, tranne un pittore locale, Ibn al Ivadot, famoso per scambiare i frutti della sua aerofagia per profonde e sagge riflessioni, dal cuore arido e affamato d’oro. Ibn al Ivadot cominciò a lamentarsi sul fatto che le pitture avessero rovinato l’intonaco originale del bazar, sporco e scrostato, e ciò avrebbe provocato l’ira degli Djinn che abitano nel profondo del deserto. Poi, si appellò ai dotti nel fiqh, dicendo come tali immagini offendessero il Profeta, che la pace sia con lui.

Ma il saggio Ibn al-Madini gli rispose dicendo come ciò che fosse stato gradito all’Umma, lo sarebbe stato anche all’Altissimo, consigliando poi di aggiungere, per rendere la pittura del Bazar una preghiera, la rappresentazione di un’orata e il ritratto del Califfo Al Khalifan, di cui il saggio stimava assai le poesie accompagnate dalla musica dell’ud e del qanun.

Ma Ibn al Ivadot, la cui anima era prigioniera di Shaitan, non si perse d’animo e si recò nel bazar, per accusare dinanzi all’Umma il muhtasib Muhammad al Perot. Lo chiamò  a giudizio nel giardino dei cinesi, così chiamato dalla presenza dei commercianti di seta provenienti da quel lontano paese.

“Al Perot, tu hai commesso ciò che male allo sguardo dell’Altissimo, profanando le pareti del Bazar. Poi, chiami Arte queste figure contorte e deformi, che imitano quelle dipinte dal popolo di Rum ? Io ti potrei portare cento pittori, provenienti da Dar al Esquilin e dal suo contado, che potrebbero fare assai di meglio …”,

“Al Ivadot, se vuoi mostrare la tua Arte, qui al Bazar non mancano muri. Poi, perché se li dipingi tu o un tuo amico, ciò diventa lecito, mentre se lo fa uno straniero, si compie peccato ? Vattene, che la tua parola è figlia della tua invidia!”.

Così Al Ivadot se ne andò con la coda tra le gambe: ma il male nascosto in lui non si arrese. Nella regione di Bukhara vi era un visir, Abd Al Ignorantin, che aveva perso il favore del Sultano perché seguace della setta del Vecchio della Montagna. Al Ignorantin aveva provato a diventare Emiro di Bukhara, ma aveva perso la conta dei nasi, poiché, non sapendo leggere una mappa, si era convinto che Dar al Esquilin appartenesse all’Emirato di Samarcanda. Per cui, avendo ignorato la città, non aveva ottenuto i voti della sua Umma e questi erano stati determinanti per non renderlo Emiro.

Al Ivadot andò a trovare Abd Al Ignorantin nel suo palazzo e con voce suadente disse:

“Amico mio, se non sei diventato Emiro, è tutta colpa degli intrighi dei tuoi nemici Kharigiti: sappi che per convincere l’Umma a non votarti, hanno fatto dipingere il bazar, con storie che lodano i meriti dei tuoi rivali”.

Così Abd Al Ignorantin, preso dall’ira, scrisse al Sultano, per chiedere la cancellazione dei dipinti e la decapitazione del pittore e di Muhammad al Perot. Il Sultano però, dal cuore pieno di giustizia, decise di recarsi con suo diwan a Dar al Esquilin, per proclamare il diritto con fermezza.

Con tutto il suo seguito, si sedette su ricchi tappeti e mordibi cuscini, nel giardino dei cinesi: alla sua destra, vi era il muhtasib Muhammad al Perot, mentre alla sua sinistra, vi erano Al Ivadot e Al Ignorantin.

“Che la pace sia con voi, diletti figli… Dimmi, Al Perot, perché hai permesso che si realizzasse ciò che è male, davanti agli occhi dell’Altissimo ?”.

“O nobile Sultano, ciò che è bello, è anche buono. E la Pittura non è che una somma preghiera per immagini”.

“Ma tu, per far realizzare quest’opera, non hai chiesto il mio firman”,

“E’ stato un dono, proveniente dal cuore… Poi, chi mi ha accusa, fece la stessa cosa, ne la Discarica dei Poeti, decorandola con finti alberi e scene tratta dai versi di Imru l-Qays”.

“Purtroppo le ho viste, Al Perot, sono dipinti di straordinaria bruttezza”.

“Sultano, sono ignorante per giudicare delle cose d’Arte, posso dire solo cosa mi piace e cosa non mi piace… Però Al Ivadot ha preso del denaro, dall’elemosina destinata ai poveri, per realizzare il tutto e nessuno ne ha mai avuto un rendiconto”.

Il Sultano, pieno di sdegno, si girò verso Al Ivadot.

“E’ vero ciò che ho sentito ?”.

Al Ivadot provò a parlare, quando all’improvviso cadde a terra, come spinto da un Djinn e cominciò ad agitarsi in maniera scomposta, simile a una gallina decapitata e infine, cominciò a vomitare monete d’oro, finchénon giunse la misericordia di Azrael.

Il Sultano si chinò a terra, in direzione della Mecca.

“L’Altissimo ha espresso il suo giudizio”.

Ma Al Ignorantin, pieno d’ira e di sdegno, non si arrese.

“Al Ivadot, potrà essere stato un ladro, chi sono io per giudicarlo, ma rimane il fatto che tali sfregi al Bazar siano stati fatti senza permesso”.

Al Ignorantin non potè terminare il suo discorso, quando si presentò nel giardino dei cinesi Ibn al-Madini, con una cassa piena di fogli, coperti di hadith.

“O nobile sultano, non è così”.

“Dimmi o esperto dei nodi della giurisprudenza, ben più intricati di qualsiasi mio tappeto”.

“Secondo il saggio Omar, compagno del Profeta, che la pace sia con lui, il firman deve essere richiesto solo nel caso che le pareti siano tinteggiate, non arricchite con l’Arte. In più il nobile califfo Harun al-Rashid emise una fatwa che impidisce al mutilazione e la distruzione di ogni opera d’arte… Per cui la richiesta di Al Ignorantin deve essere cassata”.

Il Sultano si alzò e cominciò a parlare con voce stentorea.

“Il governo fondato sulla sola ragione è chiamato Legge del Sultano, il governo fondato sui principi che assicurano la felicità in questo mondo e nell’altro è detto Legge divina. Il Profeta ha predicato la Legge divina, ma solo l’autorità del Sultano può applicarne i principi. Senza un sovrano gli uomini non posso vivere in armonia e rischiano di perire insieme. Dio ha dato quest’autorità a una persona soltanto e questa persona, per perpetuare il buon ordine, esige l’obbedienza assoluta.

E io richiedo la vostra obbedienza al mio ordine: che nessuno osi toccare i dipinti del bazar. E tu Al Ignorantin sarai condannato a ripagare cento volte quanto rubato ai poveri dal tuo scherano”.

Così si alzò un vento impetuoso, proveniente da Iram dalle mille colonne e come racconta il saggio Ibn Khallikan

” Al Ignorantin venne afferrato in pieno giorno da un mostro invisibile e divorato orribilmente davanti ad un gran numero di persone pietrificate dal terrore”.

Per espiare tale prodigio, il sultano fece erigere nel giardino una moschea, in cui si prega l’Altissimo ancora oggi, chiamata Perotiyye, dal nome del saggio muhtasib che tanto amava l’arte, da affidarsi al pittore ignoto.

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Inizio dei componimenti della grande gioia del cuore

nefertiti

L’unica, l’amica, colei che non ha eguali
Quanto a bellezza tra tutte.

Guarda ! E’ come la stella che appare
all’inizio di una buona annata.

Splendente e perfetta, candida di carnagione.

Piacevole di sguardo quando occhieggia;
dolci sono le sue labbra quando parla
senza che ella abbia parole di troppo.

Lungo è il suo collo, candido il suo seno
di vero lapislazzuli sono i suoi capelli.

Le sue braccia sono ricolme d’oro,
le sue dita delicate come boccioli di loto.

Languidi ha i fianchi, intatta è l’intimità
la cui perfezione è prolungata dalle sue anche.

Nobile nell’incedere quand’avanza sulla terra,
afferra il muo cuore passando.

Quando si mostra rimangono i colli di tutti gli uomini
voltati ad ammirarla.

La felicità spetterò a colui che l’abbraccerà
perché sarà il primo tra gli amanti.

Guardo! Eccola che esce fuori
come quella famoso dea, l’Unica.

E’ una poesia presente nel papiro Chester Beatty I, conservato nell’omonima biblioteca di Dublino, che proviene da una tomba di Deir el-Medin, in cui di Amonnakht, figlio di Ipuy. Di certo Amonnakht avrà utilizzato il papiro per scriverci altre cose, magari conti di casa o le imprese della sua vita.

Ma il Tempo ha cancellato la sua scrittura, riportando alla luce quanto vi era stato scritto dal primo proprietario del papiro, lo scriba Qenherjopshef.

Così riusciamo ad avere uno sguardo sulla letteratura popolare dell’epoca: un inno a Ramesse V, Qenherjopshef doveva pure guadagnarsi la pagnotta, lisciando il pelo al faraone, la versione popolare del mito con la contesa di Horus e Seth, in cui l’egiziano medio satireggiava la principale causa delle sue tasse, e le poesie d’amore, il cui titolo è

Inizio dei componimenti della grande gioia del cuore

Dato che sul recto è scritto

Dolci versi trovati in un cofanetto

è assai probabile che Qenherjops si sia solo limitate a ricopiarle. Poesie che mostrano come il potere di Eros superi il Tempo e lo Spazio.

Merut, il male d’amore, è una malattia che ha come soluzione l’unione dei due amanti e per favorirla, la poesia egizia che lo celebra è vista come un incantesimo: per questo, come nel nostro Dolce Stile Nuovo, questa contiene citazioni di testi mitici e varie assonanze con testi e inni religiosi. Cosa che nel papiro Chester Beatty I, costruito in maniera analoga al Cantico dei Cantici, con delle strofe recitate dall’Uomo e dalla Donna, è portata a un estremo virtuosismo.

Se la prima stanza, descrive la bellezza dell’amata, così moderna, con addirittura i capelli colorati con un blu elettrico, le rimanenti esprimono come l’ Amore abbia la forza di sconvolgere la nostra vita.

Stanza seconda (Donna)

Con la sua voce
il mio amato turba il mio cuore
e fa che di me s’impadronisca la malattia.
Abita vicino alla casa di mia madre,
e tuttavia non so come andare versi di lui.
Potrebbe, per mia fortuna,
essere buona mia madre ?
Oh, andrò a vederla.
Ecco il mio cuore di si rifiuta
di pensare a lui,
anche quando arde d’amore.
Ecco, è un insensato,
ma io sono come lui.
Non conosce il mio desiderio d’abbracciarlo,
non sa che mi ha fatto andare da mia madre.
O amato,
forse ti sono destina dalla Dorata, dea delle donne !
Vieni a me,
che si veda la tua bella,
che siano felici padre e madre,
che tutti gli uomini di festeggino
o amato !

Stanza terza (Donna)

Spera il mio cuore
di contemplare la sua bellezza,
quando starò seduta
nella sua casa.
Là, incontrerò il mio amato
che passa a cavallo sulla strada,
con i suoi amici.
Non so come condurmi davanti a lui:
lo ignorerò, camminandogli accanto ?
Ecco, il fiume è come una strada,
non conosco la sede dei miei piedi.
Se molto ignorante, cuore mio.
Perchè vuoi camminare accanto al mio amato ?
Ecco, se passo davanti a lui,
gli dicono i miei sentimenti
Ecco, sono tua.
Ma lui si vanterebbe del mio nome
e mi darebbe alla casa
del primo di quelli
che sono al suo seguito.

Stanza quarta (Uomo)

Mi abbandona d’improvviso il mio cuore
Al pensiero del tuo amore.

Non consente che mi comporti come una persona:
E’ schizzato via da dove si trovava.

Mi impedisce di indossare la tunica
E non riesco più a vestire il mio scialle.

Non resiste l’ombretto sul mio occhio
E non riesco a profumarmi come dovrei

“Non rimanere qui. Raggiungilo!”
Mi dice ogni volta che lo penso.

Non farmi fare, o cuore mio, follie.
Perché ti comporti da folle?

Fermati e calmati. Il mio amato verrà da te.
Mio sguardo, resisti anche tu!

Non permettete che la gente dica di me
“E’ una donna perdutamente innamorata!”

Resta saldo ogni volta che pensi a lui,
O mio cuore, non mi abbandonare.

Stanza quinta (Uomo)

Adoro la Dorata,
lodo la sua maestà,
esalto la Signora del Cielo,
canto le lodi di Hathor,
inneggio alla dea sovrana.
Mi rivolgo a lei,
lei ascolta le mie preghiere
e mi invia la mia signora.
E’ venuta per vedermi:
mi è avvenuto qualcosa d grande.
Fui allegro,
fui in gioia,
mi sentii grande,
quando mi si disse: “Viene, eccola”.
Ecco, mentre lei avanzava,
s’inchinavano i giovani,
per la grandezza d’amore per lei.
Ho fatto un voto alla mia dea
Ella mi ha dato la mia amata,
dopo tre giorni che ho pregato in suo nome.
Il mio amore era lontana da me da quasi cinque giorni.

Stanza sesta (Donna)

Quando passai vicino a casa sua
trovai il portone spalancato:
il mio amato stava accanto a sua madre,
tutti i suoi fratelli e sorelle erano con lui.
Il cuore di tutte quelle che si fermavano sulla strada,
s’infiammavano d’amore per lui,
il giovane perfetto e senza uguali,
l’amato, dalle perfetto qualità.
Mentre passavo, mi guardò:
fui felice
col cuore contento, con grande gioia.
Ero sola per rallegrarmi,
o mio amato,
perchè ti avevo visto.
Ah, se sua madre conoscesse il mio cuore!
Se questo le venisse in mente !
O Dorata,
metti ciò nel suo cuore:
allora mi affretterò verso il mio amato,
lo bacerò davanti ai suoi,
non avrò vergogna della gente,
ma mi rallegrerò dei loro sguardi,
perché tu mi riconoscerai.
Farò una festa alla mia Dea,
batte il mio cuore sino a uscire,
perché mi faccia contemplare il mio amato
questa notte:
è così bello, quando passa !

Stanza settima (Uomo)

Sono sette giorni
che non ho visto l’amata.
E’ entrata in me la malattia,
sono diventato con le membra pesanti,
ho dimenticato lo stesso mio corpo.
Se i medici vengono da me,
non mi curano i loro rimedi.
I maghi non trovano espedienti,
non si scopre la mia malattica.
Il dire “Eccola”, mi rende la vita.
Il suo nome mi risolleva,
le andate e venute dei suoi messaggeri
fanno vivere il mio cuore.
L’amata è per me meglio delle medicine,
è per me meglio di un incantesimo magico.
La sua venuta è il mio amuleto:
quando la vedo, ritorno in salute.
Quando apre gli occhi,
diventa giovane il mio cuore,
quando parla,
divento forte
Quando l’abbraccio,
allontana da me la malattia.
Ed è lontana da me solo sette giorni

Il Colpo di Zurigo

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27 settembre 1915, ore 8 e 10 minuti: nel porto di Brindisi, all’improvviso esplode la santabarbara della corazzata Benedetto Brin, orgoglio della Marina Italiana. La nave affonda e nella tragedia muoiono 21 ufficiali e 433 i sottufficiali e i marinai, tra i quali l’ammiraglio Rubin de Cervin comandante della 3ª Divisione Navale della 2ª Squadra e il comandante della nave Fara Forni.

Benchè dopo un secolo è ormai acclarato come si tratti di una disgrazia, dovuto a un errore umano nella manutenzione delle cariche esplosive, all’epoca si pensa subito a un sabotaggo austriaco.

Sospetto che si rafforza il 2 agosto 1916 quando le fiamme distruggono nel porto di Tarantoun’altra corazzata, la Leonardo da Vinci, uccidendo 270 tra marinai e ufficiali e che diviene certezza, a seguito di una serie di inspiegabili tragedie: l’incendio al porto di Genova, il piroscafo Etruria saltato in aria a Livorno, l’hangar dei dirigibili in fiamme ad Ancona. E ancora: la distruzione della fabbrica di esplosivi a Cengio nel Savonese e del treno carico di munizioni a La Spezia e danneggiamento della centrale idroelettrica di Terni.

In Italia c’è una rete di spie, al soldo di Cecco Beppe, pronte a tradire la Patria, così ritiene l’opinione pubblica. Caso strano, per una volta i complottisti hanno ragione: queste paure sono confermate, quando i carabinieri arrestano un sabotatore che sta piazzando un esplosivo sotto la diga delle Marmore.

È un italiano, ha tradito per denaro, come confermerà una secondo attentatore fermato in tempo presso le centrali elettriche del Chiamonte e del Sempione. I due forniscono anche il «preziario»: 300000 lire per distruggere un sommergibile, 500000 un incrociatore, un milione una corazzata, cifre enormi per l’epoca, equivalenti a svariati milioni di euro.

Ma soprattutto, indicano nel consolato austriaco, a Zurigo la base operativa degli agenti segreti e nel diplomatico, il capitano di corvetta Rudolph Mayer, il loro capo. Urge intervenire, per bloccare questi sabotaggi.

Così, il governo affida al al capitano di corvetta Pompeo Aloisi, 42 anni, il compito di istruggere la rete di spie. E Pompeo lo fa con un’azione da romanzo, che farebbe impallidire James Bond e in altre paesi sarebbe celebrata da decine di film.

Per prima cosa, mette sotto stretta sorveglianza l’edificio, matura il piano per penetrare nell’edificio e arruola una squadra di specialisti.

Il primo, l’avvocato livornese Livio Brin, rifugiato a Zurigo, che offre appoggio logistico. Poi un agente segreto austriaco, il cui nome non sarà mai rivelato, che spiegherà dove trovare la cassaforte e fornirà i calchi per aprire le varie porte e che nel romanzo che sto scrivendo sarà il mio protagonista Enzo Camisasca.

Quindi uno specialista nel fare i doppioni, l’abilissimo fabbro Remigio Bronzin, un profugo triestino, irredentista. Poi due ingegneri triestini, Salvatore Bonnes e Ugo Cappelletti, e il marinaio Stenos Tanzini, di Lodi, a cui vien affidato il compito di guidare il commando.

Manca lo scassinatore, individuato in Natale Papini, anarchico, novello Robin Hood, che rapina le banche per finanziare la rivoluzione proletaria. Lo rintracciano in carcere a Livorno, dove era finito per avere svaligiato una banca di Viareggio. Gli fanno decidere tra recarsi a Zurigo e, in caso di successo del colpo, venire liberato e profumatamente ricompensato, oppure finire subito in prima linea. Scelta molto facile.

Aloisi decide di agire il 22 febbraio in pieno carnevale, la confusione può rendere più facile l’azione. Tanzini, Papini,Bronzin e Bini scivolano nelle strade piene di gente in festa,entrano nell’edificio, aprono 16 porte una dopo l’altra. Ma quando sembra fatta, ecco una diciassettesima, inattesa: l’agente doppiogiochista l’aveva sempre vista aperta e non pensava fosse stata chiusa.

La spia austriaca, però, non si perde d’animo e si procura anche quel calco, Bronzin fabbrica la chiave a tempo di record e il 24 il gruppo è pronto per il nuovo tentativo. Questa volta non sembra esserci ostacoli, i due guardiani sono assenti, il cane di guardia addormentato con il cloroformio e le porte si aprono una dopo l’altra.

Non resta che attaccare la cassaforte con la fiamma ossidrica, ma un ultimo imprevisto per poco non fa strage del commando: dal buco aperto nella parete d’acciaio esce un gas venefico. Se ne accorge Natale Papini che da ordine di aprire le finestre e di ripararsi la bocca con stracci bagnati.

Dopo quattro ore il forziere cede e rivela i suoi tesori: l’intera rete di spie e le operazioni in corso. Ma anche una grossa somma di denaro, 650 sterline d’oro e 875 mila franchi svizzeri, gioielli e una preziosa collezione di francobolli. Con il bottino vengono riempite tre valigie che Tanzini e Papini portano in stazione,  mentre Bronzin si reca al consolato italiano ad avvisare Cappelletti e Bonnes che tutto è andato bene.

Poi Bonnes e Bronzin raggiungono Tanzini e Papini alla stazione e partono insieme per Berna, dove consegnano il materiale ad Aloisi. Il tempo di esaminare i documenti, poi in Italia polizia e carabinieri iniziano ad arrestare i sabotatori. In breve l’intera rete di spie austriache viene smantellata, facendo prendere alla guerra una piega in favore dell’Italia. «Meglio di una vittoria in battaglia» sarà il commento degli altri gradi delle nostre Forze Armate.

Pare però, che parecchie Case del Popolo, in Toscana, nei mesi successivi, siano state ristrutturate da un misterioso benefattore, con un donazioni in franchi svizzeri…

P.S. Negli ultimi anni, essendo stato appurato come gli affondamenti della Brin e della Da Vinci siano stati disgrazie, di fatto l’Evidenzbureau, il servizio segreto austroungarico che pagò profumatamente tali azioni, fu oggetto di un’italica truffa…

Mentre, tale azioni permise di dimostrare la responsabilità austriaca in merito alla deflagrazione del Black Tom, il maggiore deposito di esplosivi degli Stati Uniti, all’epoca neutrali, avvenuta nel New Jersey il 30 luglio 1916. Detonarono 2.000 tonnellate di esplosivo, ossia un sesto della bomba atomica di Hiroshima , e la stessa Statua della Libertà, dall’altra parte della baia di New York venne danneggiata … Una sorta di Undici Settembre, su cui è caduto l’oblio..

La Cappella Bessarione

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Anni fa, Silvia Ronchey, riprese e ampliò un’interpretazione del dipinto di Piero della Francesca la Flagellazione di Cristo, inizialmente formulata nel 1950 da Kenneth Clark, che legava l’opera al tentativo , capeggiato dal Vaticano, di salvare Costantinopoli dai turchi e contenere la loro espansione nei Balcani.

Ora se alcuni dettagli della sua interpretazione possono essere controversi, sono convinto che nelle linee generali, sia fondata.

Per prima cosa, nella rappresentazione della flagellazione vera e propria, il capo dei carnefici è vestito alla turchesca, a rappresentare il sultano, che è scalzo, in attesa di indossare i sandali purpurei del basileus.

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I lineamenti di Ponzio Pilato riprendono il ritratto che Pisanello fece del basileus Giovanni VIII Paleologo, che con la sua indecisione, permette che gli infedeli torturino uno delle città simbolo della Cristianità, Costantinopoli, richiamata dalla statuetta in bronzo dorato in cima alla colonna su cui è legato Cristo, che rappresenta il dio Heliòs.

Questo perché nel foro della Seconda Roma, vi è stato, sino al Seicento, una colonna con una statua di Costantino sotto forma di dio Heliòs, tra l’altro citata nel romanzo L’albero dei Giannizzeri.

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A titolo di curiosità, una delle prima rappresentazioni di tale colonna, intesa come però come simbolo del paganesimo, è all’Esquilino, dipinta da Masolino nella Cappella di Santa Caterina a San Clemente.

Ora, data la presenza di Giovanni Paleologo, è probabile il sultano rappresentato sia Murad II, che la flagellazione faccia riferimento al suo tentativo del 1422 di conquistare éCostantinopoli e Tessalonica e che i personaggio in primo piano si siano riuniti affinché tale evento non si ripeta.

E la questione fondamentale, su cui divergono i vari studiosi, è su chi siano questi tre personaggi: di uno, però, l’identità può essere affermata quasi con certezza. L’uomo con la barba, a sinistra, è forse il Cardinal Bessarione.

Un indizio è proprio nella sua cappella funebre a Santi Apostoli, basilica che all’epoca fungeva da sede del Patriarcato latino di Costantinopoli, che raccontato in altro post, replicava in a grandi linee l’impianto decorativo di quella di San Pietro in Vincula e San Michele a Santa Maria Maggiore.

Cappella, quella del Cardinal Bessarione, dedicata alla Madonna, ai Santi Michele, Giovanni Battista ed Eugenia fu affrescata da Antoniazzo, con l’aiuto del suo socio Melozzo da Forlì e di Lorenzo da Viterbo, dal 1464 al 1468.

Associazione tra artisti che può sembrare strana, ma che era assai comune nella Roma del Quattrocento, le cui botteghe, a differenza di quelle fiorentine, erano di dimensioni assai ridotte: per cui quando arrivano commesse di ampie dimensioni, da realizzare anche in tempi ristretti, bisognava in qualche modo organizzarsi.

Cappella dipinta in anni difficili per il Bessarione: con la morte di Pio II e di Tommaso Paleologo, con il fallimento della spedizione di Sigismondo Malatesta in Morea ed il sostanziale disinteresse di Paolo II alla questione orientale, costringono il cardinale a cercare nuove soluzioni per realizzare il suo sogno di ripristinare il dominio dei Paleologhi.

In quegli anni probabilmente rafforza il suo legame di amicizia con il cardinale Guillaume d’Estouteville, il ricchissimo rivale di Pio II nel conclave che portò alla sua elezione, che intendeva la lotta contro i turchi sia in chiave escatologica, la sconfitta dell’Anticristo per prepararsi al Giudizio Universale, sia come possibile tentativo di riprendere l’espansionismo francese nel Vicino Oriente.

La cappella è quindi un’omaggio a Eustouteville, richiamando la sua cappella a Santa Maria Maggiore, sia una sintesi del pensiero politico del Bessarione: pensiamo ai santi titolari, Giovanni, omaggio al suo primo , l’imperatore Giovanni VIII Paleologo, Michele, l’angelo guerriero e demiurgo che guida l’uomo verso la salvezza, invocato da sempre come protettore contro il male e specificatamente nella lotta contro i Turchi, ed Eugenia, protettrice di Eugenio IV, il Papa che lo nominò cardinale.

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Dalle descrizione antiche appare come la decorazione della cappella comprendesse dal basso verso l’alto le storie del Battista, perdute e che forse citavano gli affreschi distrutti di Pisanello a San Giovanni, due storie, conservate, dell’arcangelo Michele e la rappresentazione del Cristo trionfante circondato dalle nove schiere angeliche, in piena tradizione bizantina.

Particolare importanza hanno proprio le storie di Michele, che si ricollegano a quelle di Santa Maria Maggiore, rappresentazione della svolta politica del Bessarione.

A sinistra, è l’apparizione dell’Arcangelo nelle sembianze di un toro presso la città di Siponto nel Gargano; a destra, il sogno di S. Auberto a Mont Saint Michel nel golfo di Saint Malo in Bretagna, sede di un altro importante santuario dedicato al Santo, di cui il cardinale Guillaume d’Estouteville era stato il abate e di cui aveva pagato i lavori di ristrutturazione.

In particolare in questo affresco, appare san Auberto, vescovo di Avranches, rappresentato benedicente in sontuosi paramenti sacri al centro di una processione di dignitari. Attendono la processione, raffigurati in primo piano , due prelati a capo scoperto e di spalle, vestiti con piviali d’oro arabescati e sullo destra, due gruppi salmodianti di sei frati francescani e cinque monaci basiliani orientali in abito nero.

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San Auberto è in realtà il ritratto di Luigi XI, re di Francia, che secondo le intenzioni di Bessarione e di Guillaume d’Estouteville avrebbe dovuto campeggiare la crociata.

Apparizione particolare 1

Tra i partecipanti alla processione si riconoscono Francesco Maria Della Rovere, futuro Sisto IV, identificato nella figura alle spalle del santo vescovo, vestita di rosso porpora ed il ritratto del nipote dello stesso, Giuliano Della Rovere, futuro Giulio II, in abiti viola.

Francesco Maria della Rovere, infatti era appena stato nominato ministro generale dei francescani ed impegnato in prima linea nella raccolta dei fondi per la liberazione di Costantinopoli. La figura con le mani giunte ed il copricapo rosso, che guarda gli spettatori, sarebbe l’autoritratto  dello stesso Antoniazzo Romano, mentre quella in abito verde con un cero in mano, è il ritratto del suo socio Melozzo da Forlì. E nel seguito di San Auberto, uno dei partecipanti ha i lineamenti simili a quelli che Mino da Fiesole rappresentanel Ritratto del cardinale Guillaume d’Estoville.

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Ma la cosa più interessante è che uno dei monaci basiliani ordine religioso a cui apparteneva Bessarione, impegnato nella lettura, ha notevoli somiglianze con la figura della Flagellazione che la Ronchey identifica con il cardinale stesso.

E’ inutile prendersela con gli analfabeti funzionali

Il Barbuto

Analfabeta funzionale, che termine curioso, proprio come webete (coniato – pare – dal giornalista Enrico Mentana). Una volta, prima dell’avvento dei social e persino di internet, al mio paesello quelli così erano chiamati volgarmente e semplicisticamente scemi, con varianti lessicali dipendenti dagli strati sociali oppure dalla qualità della conversazione quali idioti, fessi, imbecilli, stupidi, stolti (questo è il termine che usavo quando parlavo con persone acculturate), cretini, per poi arrivare ai localismi quali mammallucchi, pampasciuni, cugghiuni, fave o grulli (usato nella mia permanenza in terra toscana). Oggi però imperversa una moda linguisticamente fatale, che s’insinua – attraverso il web – nei nostri linguaggi e, piano piano, senza farsi accorgere, ne modifica i lemmi, pur nell’immutabilità dei significati.

Ecco che, per esempio, lo storytelling non è altro che il racconto di storie, il selfie è l’autoscatto, lo stepchild adoption è l’adozione…

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