The Man Without Fear

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Piccola premessa, quello che sto per scrivere non è una recensione, perché, come già detto, sono negato in queste cose…

Per cui, consideratela più una riflessione, senza neppure troppe pretese: durante le mie vacanze, oltre fare a qualche bagnetto, a lottare come un leone a difesa della Street Art dell’Esquilino, mi sedo dedicato alla lettura dei libri di Fabio Carta.

Ora, di Fabio si può dire tutto, ma ha una virtù rara nella campo della narrativa di genere italiana: il coraggio.

Coraggio di immaginare mondi, che vi assicuro, per esperienza personale, assai più ristretta di quella di Fabio, dato che mi limito a raccontare le disavventure di due sfigati a inizio Novecento, è una cosa faticosissima; perché ogni dettaglio non solo deve tornare, ma deve essere coerente con gli altri.

Il coraggio di scrivere in maniera barocca e visionaria, che magari può spiazzare il lettore più pigro e superficiale, ma che è una sfida al nostro impoverimento lessicale e sintattico.

Il coraggio di mutare il proprio stile da quello roboante e pieno di allitterazioni di Arma Infero, che riscrive in chiave postmoderna, tragica e pessimista, l’epopea cavalleresca a quello più lieve e sarcastico di Ambrose...

Che è forse la traduzione in romanzo di un semplice, amaro aforisma di Bierce…

Solitudine, condizione di chi ha il difetto di dire la verità e di essere dotato di buon senso.

Per cui, cui ce ne fossero, Don Chisciotte della scrittura come lui, capaci di sfidare la banalità dell’aurea mediocritas della scrittura in cui ci siamo imprigionati..

 

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