L’arabo palermitano

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In attesa di tornare ad Agosto, ogni tanto capita di scrivere qualche post sul Balarm; stavolta non parlerò di Danisinni, della sua esperienza di rigenerazione urbana centrata sulla street art, che potrebbe essere d’esempio per l’Esquilino o delle scoperte archeologiche fuori porta Sant’Agata, che ne potrebbero anticipare la datazione ai tempi dell’Emirato. Invece, parlerò dell’ abate Giuseppe Vella, personaggio degno di un film di Totò, la cui vicende sono state raccontate da Sciascia e che prima o poi le riproporrò in salsa fantascientifica.

Giuseppe era nato a Malta e compì sull’isola studi umanistici e teologici che lo portarono a entrare nell’Ordine gerosolimitano; tuttavia, non è che se la passasse molto bene, dal punto di vista economico, tanto che nel 1780, prese armi e bagagli e si trasferì a Palermo, per godere, in cambio di un tot di messe quotidiane alla sua memoria, di un vitalizio lasciatogli in eredita dalla zia suora. Il piano di Giuseppe era alquanto semplice: sto per un paio d’anni alla Kalsa, dopo qualche mese smetto di recitare messe, tanto zia sta di sicuro in Paradiso, e richiedo il trasferimento a Malta.

Ahimè, il progetto fallì miseramente: perché, la zia, conoscendo probabilmente di quale pasta fosse fatto il nipote, aveva scritto una clausola testamentaria piena di clausole vessatorie, degne della peggiore assicurazione: non solo c’erano una decina di suore che a turno dovevano controllare l’effettiva recita delle messe, ma queste, pena la perdita del vitalizio, dovevano essere recitate solo in uno specifico altare della chiesa di Santa Maria della Pietà.

Per liberarsi da questa condanna, Giuseppe accettò, perdendo il beneficio, di essere dal 1782 cappellano nel monastero di San Martino delle Scale di Monreale, presso Palermo. Lì, mentre continuava a lamentarsi del suo stomaco vuoto, avvenne l’evento che gli cambiò la vita: il 17 dicembre 1782 Muḥammad ibn ʿUthmān, ambasciatore del Marocco, si imbatté in una tempesta, che ne danneggiò il veliero e lo costrinse a rifugiarsi nel porto della Cala.

Se la nave venne prontamente fatta riparare dall’arsenale borbonico, la nobiltà locale si mobilitò per rendere onore all’illustre ed esotico ospite: solo che sorse un grosso problema. In quegli anni, su Balarm e le sue glorie era quasi caduto l’oblio: per di più, non vi era nessuno, in tutta la città non si trovava un dragomanno che spiaccicasse una minima parola di arabo.

I vari principi e baroni si stavano arrovellando le meningi su come fare, finchè uno dei servitori della casata Butera, si ricordò di Vella: certo, proprio arabo non lo parlava, ma di certo, qualcosa di maltese l’ambasciatore l’avrebbe capito. Così Giuseppe fu prelevato a forza dal convento, lavato, profumato e rivestito e proclamato gran dragomanno delle municipalità, fu usato come guida turistica di Muhammad e del suo seguito.

Di certo, tra gesti e parole biascicate, riuscirono a capirsi, tanto che l’ambasciatore, dopo essersi cibato il percorso arabo normanno, chiese se fossero rimaste testimonianze storiografiche dell’emirato: panico totale, finché a Vella, non venne in mente che, mentre lavava i pavimenti della biblioteca del convento, di aver intravisto delle opere scritte in lingua maomettana. Per cui, l’ambasciatore fu portato in fretta e furia a Monreale, dove dopo essersi goduto il panorama, esaminò i codici.

A essere arabi, lo erano di certo: ma non parlavano di Balarm, ma erano una copia del Corano e una biografia del Profeta, che la pace sia con lui… Così, ripartito l’ambasciatore, non servendo più il grande dragomanno municipale, Vella fu riportato a pelare cipolle a San Martino: ma dato che la fame aguzza l’ingegno, Giuseppe ebbe un’idea geniale… Visto che mancano documenti di questa benedetta epoca araba, beh inventiamoceli: tanto qui i dotti sono così ignoranti in materia, che, qualsiasi cosa butto giù, ci cascano.

Così cominciò la sua carriera di falsario: all’inizio del 1783 iniziò a trapelare in città la notizia dell’esistenza di un manoscritto in caratteri cufici, si tratta della suddetta biografia di Maometto,e Vella affermò come tale codice contenesse invece il registro della cancelleria araba in Sicilia,fingendo anche di tradurne alcuni passi. Il che. oltre a solleticare l’orgoglio panormita, entrò a gamba tesa nella politica locale: come al solito, il re a Napoli tentava fare pagare le tasse alla nobiltà parassitaria locale e questa faceva orecchi da mercante, appellandosi alla tradizione locale.

Vella, fiutata l’aria, utilizzò la sua falsa traduzione per fornire, sul piano storico e giuridico, gli elementi necessari per l’ abolizione degli antichi privilegi feudali dei baroni siciliani, ottenendo così una serie di prebende da parte della Corona, tra cui la nomina a titolare della cattedra di orientalistica e studi arabi dell’Università di Palermo. Vide così la luce l’opera Il Consiglio di Sicilia, portata a termine e data alle stampe nel 1789-92, poi Il Consiglio d’Egitto, basato su nuove presunte scoperte, l’annuncio, poi rimasto tale, della scoperta delle opere perdute di Tito Livio in “traduzione” araba e cinque lettere in lingua volgare che sarebbero state inviate all’emiro di Sicilia al-Hasan ben al-Abbas negli anni tra l’882 e l’887, dai papi Marino I, Adriano III, Stefano V… Lettere su qualche sito e blog ancora si presentano come reali, che tratterebbero del riscatto di prigionieri cristiani e in cui, in italico idioma degno dell’armata Brancaleone, si legge qualcosa come

“Lu papa Marino servus di omni li servi di lu Maniu Deu, te saluta multu, e te diko, Maniu Amir di Sicilia Alasan, filiu di Alabbas, ki abeo kapitatu la tua littera signata kun la giurnata dilli quindici di lu mense Aprili oktocento oktanta tre …”

Dato che i nobili palermitani poco erano intenzionati a pagare le tasse, oltre a mettersi a studiare in tempi di record l’arabo, per combattere Vella con le sue stesse armi, sguinzagliarono contro di lui tutti i i dotti d’Europa: cosicché la truffa fu scoperta e Giuseppe fu arrestato e condannato, il 29 agosto 1796, a 15 anni di prigione da scontare a Castello a Mare. Grazie però all’intervento reale, che grazie all’imbroglio qualche riforma era riuscito a farla, la pena comminata fu poi commutata in arresti domiciliari, che egli trascorse nel casino da lui acquistato Mezzomorreale, fino alla morte, nel maggio 1814 o nel maggio 1815…

Così, il truffatore, oltre a cancellare qualche diritto feudale, permise la nascita degli studi arabi sulla Sicilia… E se sappiamo qualcosa su Balarm, lo dobbiamo anche al suo tentativo di riempirsi stomaco e tasche..

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