Un altro brano di Come un Tuono d’Estate

Romanzo

Come promesso, il mio contributo artistico, misero e trascurabile, alla lotta per difendere il murale di Mauro Sgarbi al Nuovo Mercato Esquilino  contro i nemici del Bello, che ritengono scomoda un’opera che celebra la tolleranza e il dialogo tra diverse culture.

Nel romanzo che sto scrivendo, Come un Tuono d’Estate,  con cui tenterò l’avventura del Premio Urania, ho inserito questa scena, che trasfigura gli eventi di questi giorni e che spero vi diverta e vi faccia riflettere.

I due infami dei fratelli Lupetti, non so come definirli altrimenti, intuendo la mala parata, si sono dissolti nel nulla; per cui, mi è toccato tornare a piedi all’Esquilino, con un’afa asfissiante. Sono così sudato, che tra poco lascerò la scia, come le lumache e temo di puzzare anzichenò. Prima di passare a casa per cambiarmi e poi tornare in redazione, mi tocca passare a ritirare un paio di pantaloni dal mio sarto di fiducia, a via Principe Amedeo.

Non l’avessi mai fatto! Proprio davanti alla caserma Sani, c’è un assembramento di camicie nere. Sospettando che si tratti di qualche manifestazione di protesta contro il governo D’Annunzio, mi avvicino. Invece, mi trovo una decina di fascisti annoiati, che ascolta Fischiabotti pontificare sotto in cartello, su cui, disegnata con mano incerta, appare la scritta

                No a Sironi ! Viva gli artisti fascisti ed esquilini

Mi do un botta sulla fronte… Ancora con la storia del maledetto murale, che sta facendo ridere tutto il Rione.  Qualche tempo fa, il tenente colonnello Annibale Bergonzoli, famoso per la sua ben curata barba, il suo amore per i bassotti, il pantagruelico appetito e per avere più fegato che cervello, per celebrare il suo ritorno incolume dalla Tripolitania, ha deciso di commissionare a Sironi una pittura per decorare una parete di quella caserma, in teoria in magazzino, in pratica, un covo di imboscati.

Per una volta, Sironi non ha rappresentato le desolanti periferie milanesi che vedo nei quadri dell’ufficio di Alberto, ma un panorama roccioso,  interrotto da rovine di antichi edifici romani. In questa terra aspre e carsica, si ergono, come statue di acciaio e diamante, le figure di soldati, prigioniere della loro  fatica e solitudine.

Non posso dire che mi piaccia, però mi evoca i dolori e l’emozioni della guerra: per me non basta altro…  Invece Fischiabotti, che la trincea l’ha vista da lontano, visto che faceva il furiere all’ospedale militare del Celio, ha preso il murale come un affronto personale: lui dice che perché viola l’architettura sabauda della caserma, offendendone le forme.

Secondo quella linguaccia di Leo, che sulla polemica ha dedicato qualche articolo, per fare divertire i lettori, è tutto nato dalla speranza che qualcuno dei fondi stanziati dal Governatorato per riqualificare l’Esquilino, che pare riguardino anche la pittura murale, possa finire delle sue tasche.

E la presenza di Sironi, che da buon amico di Bergonzoli, pare abbia lavorato gratis, potrebbe mettere fine alle sue speranze, comuni alla maggior parte degli italiani, di campare a sbafo dello Stato.  Così me lo ritrovo davanti, con il fez nero, la barba annodata con la stringa di una vecchia scarpa, la camicia nera, sotto cui indossa una panciera, per evidenziare il torace e sembrare più atletico di quello che è,  i pantaloni sporchi di guano di gallina.

Cammina a testa alta, per impedire che la ricciolina del fez gli copra il naso, rosso per le troppe serate passate in osteria, con lunghi passi e la mani messe a conca, per imitare un atteggiamento a suo avviso marziale: quando però mi si avvicina, mi trattengo a fatica dal coprirmi il naso con un fazzoletto, per proteggermi dal fetore che emana.

Fischiabotti, er Caccoletta, dopo avere fermato un paio di fascisti che cercavano di filarsela alla chetichella, si ferma sotto il murale, gonfia il petto e comincia il suo concione. Solo la pigrizia, mi impedisce di allontanarmi.

“Camerati, a noi”.

Rispondendo a un riflesso condizionato, ma con la lentezza dovuta al caldo, che logora ogni impeto marziale, i presenti eseguono il saluto romano. Il tutto accompagnato da un cacofonico coro di

“A noi”

Fischiabotti sorride, inspira e riprende a urlare.

“Camerati, vi ho qui convocati in questa pubblica piazza”.

“Ma è ‘na strada !”.

Ci giriamo tutti verso il contestatore: è il garzone del macellaio, che è stato l’origine delle mie avventure, quando mi venne a riferire della telefonata di Alberto a don Umberto Terenzi.  Fischiabotti lo scruta pieno di rabbia: solo il tabù sul cannibalismo, gli impedisce di prenderlo a morsi.

“Come ti permetti di contestare, bolscevico !”.

Il garzone arrossisce.

“In verità non volevo contraddire nessuno… Era solo per precisare. ‘Na piazza è ‘na piazza, ‘na strada è ‘na strada”.

Fischiabotti sospira, per tornare a riprendere la sua posa oratoria

“Va bene, va bene…  Camerati vi ho convocati in questa pubblica strada, prode bivacco di manipoli, per spezzare i reni a questo dipinto, se possiamo chiamarlo tale, disfattista e decadente, che attenta a tutte le prische, belliche virtù esquiline e offende e ferisce, con la sua brutale e plutocratica esistenza, l’equinoziale bellezza del suo intonaco primigenio e sabaudo, che ricorda l’invitta memoria di sua Maestà Umberto”.

Mentre i fascisti applaudono, il garzone mi si avvicina

“Camisà, tu che hai studiato, che vorrebbe da dire ciò ?”

“Che il dipinto avrebbe rovinato la parete”.

Il garzone, soddisfatto della mia traduzione, annuisce, alza la mano e rivolto a Fischiabotti, comincia gridare

“Ma nun è così ! Prima era tutto zozzo e crepato…  Nun se poteva da vedere ! L’ha rimesso a novo!”

Fischiabotti stringe i pugni, poi alza il mento, rischiando di fare cadere il fez.

“Bolscevico, anche se fosse, se cotale Sironi avesse messo in quiete il flusso naturale degli eventi e della vitale materiale, ebbene, tale compito non sarebbe dovuto spettare a lui, ma uno degli artisti dell’Esquilino, che radunati in un opportuno fascio di combattimento, avrebbero scelto il soggetto e l’esecutore più confacente alla bellezza e alla dignità marziale del luogo, ossia me medesimo stesso”.

“Sì, maestro, però, premesso che er ser Bergonzoli, gran cliente prosciuttaro, sarebbe libero de fa dipinge ‘sta parete a chi je pare e piace, nun capisco perché er pittore addà essè pe’ forza dell’Esquilino… Me pare pure che sia famoso, ‘sto Sironi… Vero Camisà”.

Io fischietto, cercando di applicare il consiglio che er Braz mi ha sempre detto di seguire, in occasioni del genere…

                Io sono meticcio e di questi affari non mi impiccio

Fortuna che Fischiabotti, preso dalla foga oratoria e dalla rabbia, da pure un paio di pugni alla parete, mi anticipa, togliendomi le castagne dal fuoco.

“Sironi, ma chi sarebbe questo Sironi, mio caro bolscevico…  Perché è stato futurista ? Lo siamo stati tutti… E che ci vuole, a mettere due Zang bung bang in quadro ? Mica ci vuole una scienza !  Perché ha scopiazzato De Chirico… Io l’ho fatto prima e meglio di lui !  Ma poi chi sarebbe questo Sironi ! Mica ha venduto i quadri come ho fatto io, al gran Khan di Portogallo…  O ritratto lo Zar di Latveria… O vinto il primo premio, alla biennale di Zenda e di Brembate di Sopra ! Che avrebbe più di me, questo Sironi !”.

Il garzone scruta Fischiabotti dalla testa ai piedi.

“Caccolè, lui è bravo, tu no !”.

Non l’avesse mai detto: Fischiabotti diventa più rosso della bandiera dell’Unione Sovietica, poi, senza dire né asino, né bestia, si fionda sul garzone, per picchiarlo. Questo, essendo assai più piazzato, non si fa intimorire, anzi, reagisce con altrettanta foga.  Dopo qualche istante, Fischiabotti già soccombe alla prestanza altrui.

Non avendo intenzione di dividerli, guardo speranzoso gli altri fascisti: ma questi, dopo essersi fatti una risata alle spalle del loro camerata, ne approfittano per allontanarsi. Con molta calma, comincio a imitarli, ho troppe cose da fare per continuare ad assistere a questo spettacolo da caravanserraglio, quando mi trovo davanti tre poliziotti, guidati dar Biondone.

Si avventano sui contendenti, li dividono, dando qualche manganellata a Fischiabotti. Er Biondone, sarà forse la presenza della caserme a fare venire strane idee nella testa dei passanti, assume anche lui un atteggiamento marziale, additando i due attaccabrighe.

“Ma nun ve vergognate, alla vostra età ? Tu, torna a faticà che a don Ciccio je serve ‘n chilo de filetto… Te, Caccolè, in caserma davanti a me !”.

Fischiabotti diventa piccolo piccolo e si getta ai piedi der Biondone

“No, in caserma no, pietà…  Poi perché io sì e lui no ?”.

“Perché lui è un onesto lavoratore, mentre tu sei un parassita”.

Er Caccoletta comincia a starnazzare, più delle galline che vengono vendute vive al Mercato Esquilino

“Ma io sono il ras del fascio di combattimento !”

Er Biondone sputa a terra.

“Appunto”.

“Un giorno, agente, prenderemo il potere e la vedremo, se continuerà a fare l’infame con un onesto e devoto patriota”.

“Aspetta e spera…  Poi, detto fra noi, pure se voi fascisti prendeste er potere, tu nun continueresti a nun contà ‘n cazzo. Perché coglione sei e coglione rimani, pure se t’atteggi co’ la camicia nera”.

“Ma come…”.

Er Biondone azzittisce con un malrovescio Fischiabotti, poi fa cenno agli altri agenti.

“Toglieteme ‘sta monnezza da sotto l’occhio, portatela ar gabbio al Commissariato Esquilino”.

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