La Cappella Bessarione

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Anni fa, Silvia Ronchey, riprese e ampliò un’interpretazione del dipinto di Piero della Francesca la Flagellazione di Cristo, inizialmente formulata nel 1950 da Kenneth Clark, che legava l’opera al tentativo , capeggiato dal Vaticano, di salvare Costantinopoli dai turchi e contenere la loro espansione nei Balcani.

Ora se alcuni dettagli della sua interpretazione possono essere controversi, sono convinto che nelle linee generali, sia fondata.

Per prima cosa, nella rappresentazione della flagellazione vera e propria, il capo dei carnefici è vestito alla turchesca, a rappresentare il sultano, che è scalzo, in attesa di indossare i sandali purpurei del basileus.

Paleologp

I lineamenti di Ponzio Pilato riprendono il ritratto che Pisanello fece del basileus Giovanni VIII Paleologo, che con la sua indecisione, permette che gli infedeli torturino uno delle città simbolo della Cristianità, Costantinopoli, richiamata dalla statuetta in bronzo dorato in cima alla colonna su cui è legato Cristo, che rappresenta il dio Heliòs.

Questo perché nel foro della Seconda Roma, vi è stato, sino al Seicento, una colonna con una statua di Costantino sotto forma di dio Heliòs, tra l’altro citata nel romanzo L’albero dei Giannizzeri.

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A titolo di curiosità, una delle prima rappresentazioni di tale colonna, intesa come però come simbolo del paganesimo, è all’Esquilino, dipinta da Masolino nella Cappella di Santa Caterina a San Clemente.

Ora, data la presenza di Giovanni Paleologo, è probabile il sultano rappresentato sia Murad II, che la flagellazione faccia riferimento al suo tentativo del 1422 di conquistare éCostantinopoli e Tessalonica e che i personaggio in primo piano si siano riuniti affinché tale evento non si ripeta.

E la questione fondamentale, su cui divergono i vari studiosi, è su chi siano questi tre personaggi: di uno, però, l’identità può essere affermata quasi con certezza. L’uomo con la barba, a sinistra, è forse il Cardinal Bessarione.

Un indizio è proprio nella sua cappella funebre a Santi Apostoli, basilica che all’epoca fungeva da sede del Patriarcato latino di Costantinopoli, che raccontato in altro post, replicava in a grandi linee l’impianto decorativo di quella di San Pietro in Vincula e San Michele a Santa Maria Maggiore.

Cappella, quella del Cardinal Bessarione, dedicata alla Madonna, ai Santi Michele, Giovanni Battista ed Eugenia fu affrescata da Antoniazzo, con l’aiuto del suo socio Melozzo da Forlì e di Lorenzo da Viterbo, dal 1464 al 1468.

Associazione tra artisti che può sembrare strana, ma che era assai comune nella Roma del Quattrocento, le cui botteghe, a differenza di quelle fiorentine, erano di dimensioni assai ridotte: per cui quando arrivano commesse di ampie dimensioni, da realizzare anche in tempi ristretti, bisognava in qualche modo organizzarsi.

Cappella dipinta in anni difficili per il Bessarione: con la morte di Pio II e di Tommaso Paleologo, con il fallimento della spedizione di Sigismondo Malatesta in Morea ed il sostanziale disinteresse di Paolo II alla questione orientale, costringono il cardinale a cercare nuove soluzioni per realizzare il suo sogno di ripristinare il dominio dei Paleologhi.

In quegli anni probabilmente rafforza il suo legame di amicizia con il cardinale Guillaume d’Estouteville, il ricchissimo rivale di Pio II nel conclave che portò alla sua elezione, che intendeva la lotta contro i turchi sia in chiave escatologica, la sconfitta dell’Anticristo per prepararsi al Giudizio Universale, sia come possibile tentativo di riprendere l’espansionismo francese nel Vicino Oriente.

La cappella è quindi un’omaggio a Eustouteville, richiamando la sua cappella a Santa Maria Maggiore, sia una sintesi del pensiero politico del Bessarione: pensiamo ai santi titolari, Giovanni, omaggio al suo primo , l’imperatore Giovanni VIII Paleologo, Michele, l’angelo guerriero e demiurgo che guida l’uomo verso la salvezza, invocato da sempre come protettore contro il male e specificatamente nella lotta contro i Turchi, ed Eugenia, protettrice di Eugenio IV, il Papa che lo nominò cardinale.

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Dalle descrizione antiche appare come la decorazione della cappella comprendesse dal basso verso l’alto le storie del Battista, perdute e che forse citavano gli affreschi distrutti di Pisanello a San Giovanni, due storie, conservate, dell’arcangelo Michele e la rappresentazione del Cristo trionfante circondato dalle nove schiere angeliche, in piena tradizione bizantina.

Particolare importanza hanno proprio le storie di Michele, che si ricollegano a quelle di Santa Maria Maggiore, rappresentazione della svolta politica del Bessarione.

A sinistra, è l’apparizione dell’Arcangelo nelle sembianze di un toro presso la città di Siponto nel Gargano; a destra, il sogno di S. Auberto a Mont Saint Michel nel golfo di Saint Malo in Bretagna, sede di un altro importante santuario dedicato al Santo, di cui il cardinale Guillaume d’Estouteville era stato il abate e di cui aveva pagato i lavori di ristrutturazione.

In particolare in questo affresco, appare san Auberto, vescovo di Avranches, rappresentato benedicente in sontuosi paramenti sacri al centro di una processione di dignitari. Attendono la processione, raffigurati in primo piano , due prelati a capo scoperto e di spalle, vestiti con piviali d’oro arabescati e sullo destra, due gruppi salmodianti di sei frati francescani e cinque monaci basiliani orientali in abito nero.

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San Auberto è in realtà il ritratto di Luigi XI, re di Francia, che secondo le intenzioni di Bessarione e di Guillaume d’Estouteville avrebbe dovuto campeggiare la crociata.

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Tra i partecipanti alla processione si riconoscono Francesco Maria Della Rovere, futuro Sisto IV, identificato nella figura alle spalle del santo vescovo, vestita di rosso porpora ed il ritratto del nipote dello stesso, Giuliano Della Rovere, futuro Giulio II, in abiti viola.

Francesco Maria della Rovere, infatti era appena stato nominato ministro generale dei francescani ed impegnato in prima linea nella raccolta dei fondi per la liberazione di Costantinopoli. La figura con le mani giunte ed il copricapo rosso, che guarda gli spettatori, sarebbe l’autoritratto  dello stesso Antoniazzo Romano, mentre quella in abito verde con un cero in mano, è il ritratto del suo socio Melozzo da Forlì. E nel seguito di San Auberto, uno dei partecipanti ha i lineamenti simili a quelli che Mino da Fiesole rappresentanel Ritratto del cardinale Guillaume d’Estoville.

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Ma la cosa più interessante è che uno dei monaci basiliani ordine religioso a cui apparteneva Bessarione, impegnato nella lettura, ha notevoli somiglianze con la figura della Flagellazione che la Ronchey identifica con il cardinale stesso.

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