Mille e una Notte

 

C’era una volta, tra Bukhara e Balkh, una piccola città, chiamata Dar al Esquilin, dove vi era un antico bazar, le cui pareti cadevano a pezzi. Un giorno, dalla lontana Nishapur, giunse un pittore dal nome ignoto, che cominciò a decorare le sue pareti con scene dei racconti che Sherazad narrava al re di Tartaria Shahriyar, senza volere nulla di oro e di denaro, accontentandosi della benedizione dell’Altissimo.

Tutto il popolo di Dar al Esquilin ne fu felice, tranne un pittore locale, Ibn al Ivadot, famoso per scambiare i frutti della sua aerofagia per profonde e sagge riflessioni, dal cuore arido e affamato d’oro. Ibn al Ivadot cominciò a lamentarsi sul fatto che le pitture avessero rovinato l’intonaco originale del bazar, sporco e scrostato, e ciò avrebbe provocato l’ira degli Djinn che abitano nel profondo del deserto. Poi, si appellò ai dotti nel fiqh, dicendo come tali immagini offendessero il Profeta, che la pace sia con lui.

Ma il saggio Ibn al-Madini gli rispose dicendo come ciò che fosse stato gradito all’Umma, lo sarebbe stato anche all’Altissimo, consigliando poi di aggiungere, per rendere la pittura del Bazar una preghiera, la rappresentazione di un’orata e il ritratto del Califfo Al Khalifan, di cui il saggio stimava assai le poesie accompagnate dalla musica dell’ud e del qanun.

Ma Ibn al Ivadot, la cui anima era prigioniera di Shaitan, non si perse d’animo e si recò nel bazar, per accusare dinanzi all’Umma il muhtasib Muhammad al Perot. Lo chiamò  a giudizio nel giardino dei cinesi, così chiamato dalla presenza dei commercianti di seta provenienti da quel lontano paese.

“Al Perot, tu hai commesso ciò che male allo sguardo dell’Altissimo, profanando le pareti del Bazar. Poi, chiami Arte queste figure contorte e deformi, che imitano quelle dipinte dal popolo di Rum ? Io ti potrei portare cento pittori, provenienti da Dar al Esquilin e dal suo contado, che potrebbero fare assai di meglio …”,

“Al Ivadot, se vuoi mostrare la tua Arte, qui al Bazar non mancano muri. Poi, perché se li dipingi tu o un tuo amico, ciò diventa lecito, mentre se lo fa uno straniero, si compie peccato ? Vattene, che la tua parola è figlia della tua invidia!”.

Così Al Ivadot se ne andò con la coda tra le gambe: ma il male nascosto in lui non si arrese. Nella regione di Bukhara vi era un visir, Abd Al Ignorantin, che aveva perso il favore del Sultano perché seguace della setta del Vecchio della Montagna. Al Ignorantin aveva provato a diventare Emiro di Bukhara, ma aveva perso la conta dei nasi, poiché, non sapendo leggere una mappa, si era convinto che Dar al Esquilin appartenesse all’Emirato di Samarcanda. Per cui, avendo ignorato la città, non aveva ottenuto i voti della sua Umma e questi erano stati determinanti per non renderlo Emiro.

Al Ivadot andò a trovare Abd Al Ignorantin nel suo palazzo e con voce suadente disse:

“Amico mio, se non sei diventato Emiro, è tutta colpa degli intrighi dei tuoi nemici Kharigiti: sappi che per convincere l’Umma a non votarti, hanno fatto dipingere il bazar, con storie che lodano i meriti dei tuoi rivali”.

Così Abd Al Ignorantin, preso dall’ira, scrisse al Sultano, per chiedere la cancellazione dei dipinti e la decapitazione del pittore e di Muhammad al Perot. Il Sultano però, dal cuore pieno di giustizia, decise di recarsi con suo diwan a Dar al Esquilin, per proclamare il diritto con fermezza.

Con tutto il suo seguito, si sedette su ricchi tappeti e mordibi cuscini, nel giardino dei cinesi: alla sua destra, vi era il muhtasib Muhammad al Perot, mentre alla sua sinistra, vi erano Al Ivadot e Al Ignorantin.

“Che la pace sia con voi, diletti figli… Dimmi, Al Perot, perché hai permesso che si realizzasse ciò che è male, davanti agli occhi dell’Altissimo ?”.

“O nobile Sultano, ciò che è bello, è anche buono. E la Pittura non è che una somma preghiera per immagini”.

“Ma tu, per far realizzare quest’opera, non hai chiesto il mio firman”,

“E’ stato un dono, proveniente dal cuore… Poi, chi mi ha accusa, fece la stessa cosa, ne la Discarica dei Poeti, decorandola con finti alberi e scene tratta dai versi di Imru l-Qays”.

“Purtroppo le ho viste, Al Perot, sono dipinti di straordinaria bruttezza”.

“Sultano, sono ignorante per giudicare delle cose d’Arte, posso dire solo cosa mi piace e cosa non mi piace… Però Al Ivadot ha preso del denaro, dall’elemosina destinata ai poveri, per realizzare il tutto e nessuno ne ha mai avuto un rendiconto”.

Il Sultano, pieno di sdegno, si girò verso Al Ivadot.

“E’ vero ciò che ho sentito ?”.

Al Ivadot provò a parlare, quando all’improvviso cadde a terra, come spinto da un Djinn e cominciò ad agitarsi in maniera scomposta, simile a una gallina decapitata e infine, cominciò a vomitare monete d’oro, finchénon giunse la misericordia di Azrael.

Il Sultano si chinò a terra, in direzione della Mecca.

“L’Altissimo ha espresso il suo giudizio”.

Ma Al Ignorantin, pieno d’ira e di sdegno, non si arrese.

“Al Ivadot, potrà essere stato un ladro, chi sono io per giudicarlo, ma rimane il fatto che tali sfregi al Bazar siano stati fatti senza permesso”.

Al Ignorantin non potè terminare il suo discorso, quando si presentò nel giardino dei cinesi Ibn al-Madini, con una cassa piena di fogli, coperti di hadith.

“O nobile sultano, non è così”.

“Dimmi o esperto dei nodi della giurisprudenza, ben più intricati di qualsiasi mio tappeto”.

“Secondo il saggio Omar, compagno del Profeta, che la pace sia con lui, il firman deve essere richiesto solo nel caso che le pareti siano tinteggiate, non arricchite con l’Arte. In più il nobile califfo Harun al-Rashid emise una fatwa che impidisce al mutilazione e la distruzione di ogni opera d’arte… Per cui la richiesta di Al Ignorantin deve essere cassata”.

Il Sultano si alzò e cominciò a parlare con voce stentorea.

“Il governo fondato sulla sola ragione è chiamato Legge del Sultano, il governo fondato sui principi che assicurano la felicità in questo mondo e nell’altro è detto Legge divina. Il Profeta ha predicato la Legge divina, ma solo l’autorità del Sultano può applicarne i principi. Senza un sovrano gli uomini non posso vivere in armonia e rischiano di perire insieme. Dio ha dato quest’autorità a una persona soltanto e questa persona, per perpetuare il buon ordine, esige l’obbedienza assoluta.

E io richiedo la vostra obbedienza al mio ordine: che nessuno osi toccare i dipinti del bazar. E tu Al Ignorantin sarai condannato a ripagare cento volte quanto rubato ai poveri dal tuo scherano”.

Così si alzò un vento impetuoso, proveniente da Iram dalle mille colonne e come racconta il saggio Ibn Khallikan

” Al Ignorantin venne afferrato in pieno giorno da un mostro invisibile e divorato orribilmente davanti ad un gran numero di persone pietrificate dal terrore”.

Per espiare tale prodigio, il sultano fece erigere nel giardino una moschea, in cui si prega l’Altissimo ancora oggi, chiamata Perotiyye, dal nome del saggio muhtasib che tanto amava l’arte, da affidarsi al pittore ignoto.

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