Arrivo a Palermo

Cala

Oggi è uno di quei giorni in cui mi riconcilio con la natura umana: stamane io e mia moglie abbiamo preso l’aereo per scendere a Palermo e tutti, dal personale degli aeroporti alle hostess della Ryanair, si sono fatti in quattro.

Manu mi sembra fare passi da gigante, ma forse sono io che voglio essere ottimista… Comincia a prendere confidenza con le stampelle, la rotula pare non muoversi più e per non farla rimanere confinata in casa, la famiglia ha rimediato una sedia a rotelle, che sto imparando a spingere.

Insomma, le nostre vacanze palermitane non sono come speravo, però teniamo duro… Comunque, per celebrare il nostro arrivo, un brano del romanzo che sto scrivendo con cui non parteciperò al Premio Urania, in cui il mio protagonista incrocia nella pasticceria Regoli, un certo siciliano…

“Catanese, per la precisione.  Giovanni Percolla, per servirvi… Però, se possibile, potreste abbassare la voce. Non vorrei dare scandalo”.

Trattengo a stento un sorriso.

“Non vi preoccupate, qui siamo all’Esquilino…  Siamo abituati a tutto e di più…  Come mai vi siete spinti qui, sul Continente ?”.

Giovanni alza le spalle.

“Sapete, maestro, ho quarant’anni e fino ai trentasei non ho mai baciato una signorina, forse perché ho dovuto sopportare tre sorelle zitelle…  Però ho trascorso la mia adolescenza, nascosto con gli amici, a spiare nel buio di certe stradicciuole, l’aprirsi di certe porte compiacenti… Tutte le sere, a sognare l’universo misterioso e crudele delle fimmine”.

“Capisco bene”.

Il bignè conclude il suo viaggio nella bocca catanese. Un ultimo agitare di mascelle e il mio interlocutore si sforza a deglutire, prima di ricominciare con il suo cicaleggio.

“Poi, maestro, andai a Palermo”.

Aggrotto la fronte. Avrei ben altro da fare, che ascoltare i deliri sessuali di uno sconosciuto, ma sono un impiccione e spero, tra una chiacchiera e l’altra, sapere qualche dettaglio sulla vicenda per cui mi ha fatto rompere l’anima da Assuntina: che due persone, tra loro sconosciute, mi hanno chiesto la medesima cosa, ha acceso la mia fantasia. Oppure la sua pigrizia mi ha contagiato.

“A Palermo…  Mi sorprende, sapevo che vi era un certo ehm campanilismo, tra le due città siciliane”.

Giovanni accartoccia la carta velina, che, come una gonna dell’Ottocento imprigiona delizie impudiche e sensuali, e con la mano si spolvera dallo zucchero a velo.

“Campanilismo ? E’ dir poco… Sono antitetiche, incompatibili, come suli e notti. Ma sempre Sicilia sono, mica come la Buddacia di Messina…  Come vi raccontavo, maestro, andai a Palermo, a cercare fimmine, in un’estate…  Le conoscete, le nostre di estati ?”.

“Immagino che siano molto più calde di quelle capitoline”.

“Lo credete voi, sul Continente…  Le nostre estati sono lunghe, interminabili, senza tregua alcuna, che non sia quella di una buona granita o dell’anicella affogata nell’acqua. Estati in cui si perde la differenza tra giorno e notte, in cui sempre caldo fa, e si dimentica il rumore della pioggia, ma che non hanno la ferocia di quelle romane, così brevi e crudeli. La disgrazia grande, però, è quando soffia lo scirocco, vento di fuoco e di deserto.

E’ come quannu li pirati sbarcaru cu li facci d’infernu…  Non rimane che una desolazione, un inferno desolato, in cui solo i pazzi e gli sfortunati osano muoversi”.

Mi asciugo il sudore dalla fronte, per evitare mi cali sulla camicia nuova. Non ho abbastanza soldi per portarla a lavare.

“ Giovanni, non esagerate… A volte capita anche a Roma”.

“No, il vostro è un ventucolo, un accidente climatico; il nostro è una pestilenza che si infila serpeggiando nei vicoli e nelle ossa, corrodendo entrambi, come una malattia incurabile. In un giorno di questi, passeggiavo come un idiota a Piazza Marina”.

Per accentuare il senso del suo discorso, comincia a soffiare, stringendo le labbra. Così partorisce una parodia di fischio, che strappa sorrisi alle commesse.

“ Piazza Marina… Non mi è nuovo, come nome….  Putacaso,  è dove fu ucciso Joe Petrosino ?”.

Giovanni annuisce con vigore.

“Sì, sì proprio lì. Mi rinfrescavo lu visu nella fontana del Garaffo, persa tra fronde dei ficus, quando mi trovai davanti la fimmina. I capelli erano lunghi come la noia e neri come la Morte. Gli occhi brillavano come tizzoni e che minne aveva…  Profumavano di zagare.  Mi sorrise, facendomi segno di seguirla. Lo fici, perso nel suo ancheggiare, più dell’onda nel mare.

Superammo l’ombra dello Steri, per perderci nei vicoli della Kalsa. Gira che ti rigira, entrammo in un portone, salimmo delle scale ripide, che pareva di andare in pellegrinaggio all’Eremo di Santa Rosalia, per poi infilarci in una stanzucola piena di libroni, stampe dei giorni dei Borboni, che rappresentavano La Favorita e la Casina Cinese e vecchie mappe”.

Gli brillano gli occhi, come se fossero bagnati di lacrime. Io, per farlo ridere, imito il gesto di chi conta i soldi.

“Quanto volle, per fare l’amore ?”.

“Non lo facemmo…  Raccontammo storie, finché non cadde il vento. Corremmo fuori, sperando che Palermo fosse scomparsa nel Nulla. Invece era lì, lucida e splendente, con l’incanto di una leggenda. Così tornai a Catania, dove ho avuto il mio primo rapporto, rapido, insipido e confuso, con una donna qualsiasi e da quel momento, la mia vita si è riempita di cameriere d’albergo e di donne facili. “

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