Diario Palermitano – Ottavo Giorno

Basile

Per quanto non serva a nulla, il mio primo pensiero di oggi va a Barcellona: mi sono reso che, durante il viaggio di nozze, quel tratto di Ramblas l’avrò percorso con mia moglie decine e decine di volte… E mai avrei pensato, che potesse essere macchiato di sangue.

Per il resto, dopo una mattinata dedicata allo shopping, ho portato Manu al suo negozio preferito, stasera abbiamo avuto una visita ortopedica di controllo, che ha confermato quanto sapevamo… Può sembrare una stupidaggine, ma ci ha rassicurato.

Per distrarmi, compio un piccolo viaggio nel tempo, in quello che era l’esteso parco di caccia dei re normanni chiamato il Genoardo che deriva dall’arabo Gennai al ard, ossia Paradiso della Terra; uno dei sollazzi reali, i luoghi di delizie della corte normanna, ricco di padiglioni, fontane, laghetti, alberi di ogni specie (soprattutto di agrumi e magnolie), vigneti e una grande peschiera. A differenza degli emiri arabi, che data la ehm “vivace” vita politica di Balarm, caratterizzata da sommosse e rivolte di ogni genere, che portarono alla proclamazione di una sorta di Repubblica Islamica, basata sul principio

“Se il Mahdi, invisibile agli occhi e presente nel cuore, deve comparire alla fine dei tempi, nel frattempo, il potere, invece di essere esercitato dal primo che passa, deve appartenere all’Umma dei fedeli, che elegge i suoi rappresentanti”

vivevano rintanati nel loro palazzo fortezza della Kalsa, andando qualche volta in ferie al Castello di Maredolce, se fosse confermata la fase kalbita, i re normanni, convinti di avere pacificato la turbolenta città, si dedicavano alla pazza gioia.

E i padiglioni del Genoardo sono le cosiddette Cube, dall’arabo Qubba, “cupola“, da non confondere con l’omonima tipologia di chiesa bizantina sempre presente in Sicilia.

Le Cube furono realizzate da architetti fatimidi, provenienti dall’Egitto: ne sono rimaste solo tre. La più iellata e meno nota è Cuba soprana, originariamente nota con il nome di “torre Alfaina“, che ebbe rifacimenti rinascimentali e fu trasformato infine nel Seicento in una villa a pianta rettangolare, alla quale venne aggiunta la scalinata a doppia rampa in facciata per l’accesso al piano nobile, che nascose l’originale struttura arabo normanna, di cui rimangono solo ratti di murature e un arco nel fronte orientale della costruzione.

Villa-Di-Napoli-Palermo-ph-Facebook-comuni-e-borghi-di-Sicilia

Divenne di proprietà del giurista Carlo Di Napoli, che le diene il nome alla Villa,nel 1730 e ancora nel Settecento le volte del salone nobile e una annessa piccola chiesa dedicata a santa Rosalia vennero affrescati da Vito D’Anna.

Decadde in seguito per abbandono, subendo anche numerosi furti. Nel 1991 fu ceduta dalla famiglia Napoli alla Regione Siciliana e fu sottoposta a interventi di consolidamento delle strutture e di restauro, di cui non si vede fine.

cubula

La più suggestiva, per me, è invece la cosiddetta Cubula, la piccola Cuba, realizzata nel 1184 e usata come luogo di riposo dal sovrano e dai suoi ospiti. È di pianta quadrata con archi a sesto acuto su ogni lato decorati con fasce bugnate e sormontato da una cupola emisferica in stile arabo-normanno nel tipico colore rosso, che a dire il vero, è un falso storico.

A quanto pare le cupole arabo normanne in Sicilia erano coperte con un intonaco impermealizzante, utilizzato anche come rivestimento di cisterne, formato da calce, sabbia e “coccio pesto”, ossia laterizio triturato e ridotto in minuti frammenti, simile alla malta della pozzolana impiegata nelle costruzioni romane. Questo impasto era di colore rosa chiaro, che con il tempo, tendeva a scolorire in un grigio cinerino

Sul finire del 1800 si iniziarono i lavori di restauro della chiesa di San Giovanni degli Eremiti, chiesa amatissima da mio nonno Otello e l’incarico fu affidato all’architetto Giuseppe Patricolo che interpretando il ritrovamento di un avanzo di intonaco da lui valutato con molta fantasia “rosso cupo”, fece rivestire con un intonaco rosso vivo le cinque cupole della chiesa e poi, preso dall’entusiasmo, anche quelle di tutti i monumenti normanni di Palermo che gli capitavano tra le mani, compreso la Cubola

Cubula i cui motivi decorativi, per i paradossi del gusto, sono passati dal sacro al profano, ritrovandosi ad esempio nella Basilica La Magione e la Chiesa di Santo Spirito, nel frontone della Cattedrale o nel campanile della Chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio.

cuba_1

L’ultimo padiglione, il più famoso, è la cosiddetta Cuba Sottana, appare oggi di proporzioni turriformi abbastanza sgraziate. La spiegazione è semplice. Era circondata da un bacino artificiale profondo quasi due metri e mezzo. L’apertura più grande, sul fronte settentrionale, si affacciava sull’acqua ad un’altezza oggi inspiegabile.

Tale padiglione fu costruito nel 1180 per il re Guglielmo II il Buono, come testimonia una iscrizione araba in caratteri cufici che decora la cornice d’attico della fabbrica decifrata da Michele Amari nel 1849, che dice

“Nel nome di Dio, clemente e misericordioso Bada qui, ferma qui la tua attenzione, fermati e guarda! Vedrai Egregia stanza dell’ Egregi tra i re della terra, Guglielmo Secondo, non v’ha castello che sia degno di lui, nè bastano le sue sale… nè quali notansi i momenti più avventurati e i tempi più prosperi. E di nostro Signore il Messia mille e cento aggiuntovi ottanta che son corsi tanto lieti”.

Come le altre Cube, anche questa ha avuto una vita tormentata: imasto possedimento della monarchia di Sicilia fino agli inizi del XIV secolo, nel 1320 divenne proprietà di privati; in questo secolo venne menzionata dal Boccaccio nel suo “Decamerone” , che vi ambientò la sesta novella della quinta giornata riguardante l’amore del giovane Giovanni da Procida per una giovane fanciulla destinata a Federico II d’Aragona e chiusa nel palazzo reale.

Ritornata al patrimonio regio, nel 1436 Alfonso il Magnanimo la concesse a Guglielmo Raimondo Moncada conte di Adernò, uno dei suoi vicere in Sicilia, finchè nel 1575 durante la peste venne adibito a lazzaretto per gli appestati.

Successivamente in epoca borbonica fu aggregato alla caserma di cavalleria dei “Borgognoni”, per essere poi diventare proprietà statale nel 1921 ed essere restaurata dal 1980 in poi.

Cuba_2

Originariamente l’ingresso al palazzo avveniva da uno dei lati minori del palazzo ( fronte meridionale), in corrispondenza del quale sono state ritrovate le tracce del ponticello che lo collegava alla terraferma, essendo l’edificio circondato, come già detto, da una’ampia peschiera, e introduceva dall’avancorpo in un vestibolo costituito da tre ambienti voltati che comunicavano fra loro.

Da qui si accedeva a un grande spazio centrale quadrato e scoperto, una sorta di atrio con due fontane in nicchia sui lati nord e sud, un impluvium (vasca) centrale, pavimento a mosaico, e quattro colonne poste in corrispondenza dei quattro angoli (analogo all’atrio del piano superiore della Zisa e alla sala dei venti del Palazzo Reale), abbellita abbellita da muqarnas, soluzione architettonica ed ornamentale simile ad una mezza cupola..

Nel lato ovest si apriva l’ampio fornice del “diwan“, la sala di rappresentanza, in cui dialogavano dotti di religioni, culture e lingue diverse…

Lezione di tolleranza, che, nonostante il nostro progresso, siamo riusciti a dimenticare..

Annunci

2 thoughts on “Diario Palermitano – Ottavo Giorno

  1. Pingback: Diario Palermitano -Undicesimo Giorno | ilcantooscuro

  2. Pingback: La Zisa | ilcantooscuro

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...