Diario Palermitano – Dodicesimo Giorno

zisa

Oggi, giornata assai positiva: Manu ha avuto una sempre maggiore autonomia e mobilità, è stata seduta per parecchio tempo, impegnata a sistemarsi le unghie e nel pomeriggio ci siamo fatti una passeggiata.

Ovvio, che non bisogna troppo tirare la corda, perché, vuoi o non vuoi, la stanchezza comincia a farsi sentire: è accanto a me e dorme come una bambina. Così, per perdere tempo, racconto un’altra storiella palermitana, che potrà ispirare qualche mio amico scrittore, più abile di me nello scrivere racconti horror…

Nel XVIII secolo visse a Palermo Giovanna Bonanno, una vecchia povera e mendicante, considerata da tutti una “magara” cioè una strega, che chiedeva la carità dalle parti della Zisa. Un un giorno, mentre si sgolava per avere un tozzo di pane come elemosina dall’aromatario, modo panormita per definire lo speziale, di via del Papireto, si trovò davanti una madre piangente, che portava tra le braccia la figlia svenuta.

Che era successo ? L’aromatario aveva deciso, per combattere la piaga dei pidocchi del cuoio capelluto, di adottare un metodo, ehm, alquanto energico: aveva inventato il cosiddetto “aceto per pidocchi”, una miscela di aceto, petrolio, arsenico e biacca di Badia… La donna, non capendo che l’intruglio doveva essere massaggiato sul cuoio capelluto della piccola, glielo aveva fatto bere un piccolo sorso… La bimba si era sentita male e la madre non sapendo che pesci pigliare, si era rivolta all’aromatario, il quale, dopo aver sudato freddo, per paura di essere squartato davanti alla Cattedrale, fece ingoiare un bottiglione d’olio alla povera bambina, finché questa, vomitando anche l’anima, si liberò del veleno.

Giovanna Bonanno, che forse non aveva tutte le rotelle a posto, decise di sfruttare a suo vantaggio questo piccolo effetto collaterale dell'”aceto per pidocchi”; ne comprò una pozione e fece un piccolo esperimento.

Vi inzuppò un pezzo di pane e lo diede da mangiare a un cane randagio che aveva catturato, lo legò al bastione di Porta d’ Ossuna e se ne andò. Dopo qualche tempo si rifece viva: il cane, come ovvio che fosse, era schiattato. Giovanna provò allora a tirare il pelo dell’animale e ne esaminò la mucosa delle labbra, perché se fosse stata nera e il pelo fosse venuto via con facilità, dotti dell’epoca avrebbero potuto capire che fosse stato avvelenato.

Non fu così. Giovanna si fregò le mani: aveva trovato il veleno perfetto, che poteva essere somministrato senza lasciare alcuna traccia. Così si lanciò nel business dell’omicidio seriale su commissione, spargendo la voce che lei deteneva un liquore arcano che poteva riportare la pace nelle famiglie, aiutando le mogli infelici e depresse, desiderose di sbarazzarsi del marito per occuparsi tempo pieno dell’amante.

Come previsto da Giovanna, i medici dell’epoca, chiamati al capezzale dello sfortunato marito di turno, che si contorceva agonizzante fra dolori addominali atroci,, non sapevano come raccapezzarsi, né trovare la causa dell’improvviso decesso. Celebrato il funerale della vittima, Giovanna si presentava in casa della novella vedova a riscuotere la parcella, si faceva il segno della croce ed esclamava: “U Signuri ci pozza arrifriscari l’armicedda” (Il Signore possa rinfrescargli l’anima) e se ne andava.

L’improvvisa moria di mariti cominciò a preoccupare le autorità: qualcuno collegò Giovanna a tali eventi, ma mancava la prova fattuale. Ci pensò una suocera di pessimo carattere, irritata dalla morte improvvisa del figlio e dalle affrettate nuove nozze della nuora, che finse di volere acquistare anche lei una dose d’ aceto, al momento della consegna, si presentò con quattro testimoni, cogliendo in flagrante Giovanna.

A questo punto ebbe fine la carriera della “vecchia dell’ aceto” che fu presa e rinchiusa in quello che a quei tempi era stato un luogo di detenzione per streghe, fattucchiere e eretiche, il carcere dello Steri. Qui fu processata e condannata per veneficio e stregoneria, sopportando anche la sceneggiata de la compagnia dei Bianchi.

Era il 30 luglio 1789, quando già di prima mattina i nobili mandavano le carrozze per riservarsi un posto in prima fila, per godersi il macabro spettacolo dell’impiccagione di una strega, che avvenne ai Quattro Canti, proprio davanti la statua di Sant’Oliva. E il suo fantasma inquieto vaga per i vicoli della Vucciria, offrendo un sorso di aceto ai malcapitati che hanno la sfortuna di incontrarla…

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