Diario Palermitano – Penultimo giorno

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Penultima puntata del mio diario palermitano: domani pomeriggio si torna a Roma, sperando che il viaggio con la Ryan Air non sia troppo stressante per il ginocchio di Manu. Però, mi conforta come i miglioramenti diventino ogni giorno più sensibili… Insomma, incrocio le dita per il 29, quando farà la visita di controllo…

Per cui, prima di congedarmi, parlerò di un luogo di Palermo che mio nonno Otello amava molto: la chiesa di San Giovanni degli eremiti. Un luogo che è forse la sintesi perfetta della storia di Palermo.

Sorge su una fonte sotterranea e una grotta, che parecchi indizi fanno associare a un luogo di culto fenicio, data anche la vicinanza al fiume Kemonia, ora interrato, benché ogni tanto, quando le piogge sono eccessive, fa di nuovo capolino.

Nel 581 d.C. fu trasformato da San Gregorio Magno in un monastero benedettino, il primo in Sicilia, dedicato a Sant’Ermete, in cui vestì l’abito monastico papa Agatone, che se dovessimo dare retta al liber pontificalis, dovrebbe essere il più anziano ad essere eletto a tale carica: si narra si narra che al momento della sua elezione avesse centotré anni, e centosei al momento della morte.

Nonostante la sua veneranda età, si dedicò con energia a lottare contro l’eresia monotelica: fatto santo, anche se pochi ne se ricordano, in teoria dovrebbe essere uno dei copatroni di Palemo

Con la conquista araba di Panormus, il monastero fu trasformato parte in moschea, riutilizzando la chiesa, parte in ribat: proprio il suo essere sede di ghazi, combattenti per la fede, lo rese una continua fonte di problemi per gli emiri, visto che parecchie delle rivolte di Balarm ebbero origine in questo luogo.

Con la conquista normanna, re Ruggero decide di rifondare il monastero, dedicandolo non più a Sant’Ermete, martire romano di cui poco si sa, tranne che fu sepolto nella catacomba di Bassilla sulla Salaria vetus, ma al più noto San Giovanni Evangelista.

La vicinanza del monastero con la residenza regia ne fece subito luogo privilegiato, destinato anche alla sepoltura degli alti dignitari della corte normanna: il suo abate, che era anche il confessore privato del re, godeva del titolo di primo cappellano della cappella reale e di numerosi privilegi. Dopo un lungo periodo di abbandono, nel 1464 il complesso monastico (ormai privo di religiosi) fu assegnato da papa Paolo II, su suggerimento del cardinale Giovan Nicolò Ursino, ai monaci benedettini di San Martino delle Scale e poi, nel 1524 per volontà dell’imperatore Carlo V, fu concesso come “Gancìa” (ospizio) ai monaci benedettini di Monreale e all’arcivescovo di quella diocesi per la propria abitazione. In questa occasione l’intero complesso venne profondamente trasformato.

Alla fine dell’800, l’architetto Giuseppe Patricolo, con parecchia fantasia, specie per la storia delle cupole rosse realizzò un esteso intervento di “liberazione” nel tentativo di restituire il complesso all’originario splendore, demolendo gli ampliamenti cinquecenteschi e creando lo strardinario giardino: in ogni caso, il risultato fu di intensa poesia.

Per citare F. Elliot, Diary of an Idle Woman in Sicily

Una chiesa normanna vicino al palazzo reale e alla Porta di Castro… riparata in un incavo, è del tutto orientale, e con le sue cinque cupole starebbe benissimo a Baghdad o a Damasco. Accanto, il campanile gotico a quattro ordini di logge è sormontato da un’altra cupola, singolare adattamento di costruzione araba ad un costume cristiano. La pianta della chiesa è a croce latina con tre absidi, la navata è divisa in tre campate ognuna delle quali è sormontata da una cupola con pennacchi, necessari perché la torre su cui poggiano è quadrata, le pareti sono in pietra intagliata come spesso se ne vedono nei monumenti arabi senza decorazione alcuna e l’insieme è illuminato da finestre ad arco acuto

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Ed è bello perdersi nella chiesa, che amplia e fonde la tradizionale architettura delle cube bizantine siciliane con le moschee fatimidi, con la purezza delle sue linee, in cui solo l’ombra e la luce costruiscono lo spazio, fondendo il quadrato, che rappresenta la terra, al cerchio, che rappresenta il cielo.

O meditare nel suo chiostro, con l’agile fuga di colonnine binate (simili a quelle del chiostro di Monreale) e le arcate gotiche a sesto acuto. Mi chiedo spesso cosa passasse nelle mente di mio nonno, quando vi trascorreva i pomeriggi, nei giorni della guerra. O perché, non degnasse di uno sguardo il vicino oratorio di San Mercurio, anche se sospetto che all’epoca fosse chiuso.

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Una delle prime opere del Serpotta, con la purezza del bianco e la turba di putti che giocano, litigano e si arrampicano sulle finestre borrominiane, la cui luce risplende sullo splendido pavimento di maioliche, realizzato tra il 1714 e il 1715 da Sebastiano Gurrello e Maurizio Vagolotta su disegno del sacerdote Giulio De Pasquale, uno dei pochi rimasti integri a Palermo…

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4 pensieri su “Diario Palermitano – Penultimo giorno

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