Basilica di Giunio Basso

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Ridendo e scherzando, siamo arrivati alla vigilia della visita di controllo per il ginocchio di Manu. Vedendo i progressi che ha fatto, mi sento ottimista, però, per scaramanzia, incrocio le dita: domani sapremo come andato il decorso e i prossimi passi…

Speriamo bene, perché da mercoledì torno a smadonnare al lavoro. E visto che la vita cerca di tornare alla normalità, a quanto pare a settembre si discuterà in I municipio della furia iconoclasta dei 5 stelle contro la Street Art di Mauro Sgarbi, mi limito a raccontare uno dei luoghi “dimenticati” dell’Esquilino, la Basilica di Giunio Annio Basso, dove oggi è il Seminario pontificio di studi orientali in via Napoleone III.

Giunio fu prefetto del pretorio per 13 anni, dal 318 al 331, quando tenne anche il consolato; diverse leggi contenute nel Codice teodosiano sono indirizzate a lui. Dato la spropositata ricchezza raccolta durante quegli anni, si può ipotizzare come forse, in termini di incorruttibilità, avesse poco da invidiare con i nostri politici della nostra Prima Repubblica.

E la Basilica, o meglio, una sale per udienze e ricevimenti, era la dimostrazione concreta di questa ricchezza, decorata in opus sectile, ossia utilizzando tarsie marmoree per rappresentare scene naturalistiche; dai disegni di Sangallo, abbiamo un’idea abbastanza chiara della sua decorazione.

La parte bassa era occupata da una zoccolatura che il Sangallo riempì di completamenti di fantasia, presumibilmente perché molto rovinata e quindi suscettibile di essere reinventata con l’estro dell’artista; seguiva la zona a specchiature separate da pilastri, in corrispondenza dei piedritti delle finestre. In ciascuna delle specchiature, divise verticalmente in tre sezioni, si potevano vedere motivi a pelta, un tipo di scudo a forma di crescente.

Sotto le finestre, più in alto, correva un fregio continuo di archetti pensili su mensole. Tra le finestre e sopra di esse, entro riquadri bordati da fasce con tripodi delfici, si trovavano poi altre due serie di pannelli figurati. Queste grandi scene erano contornate in basso da finti drappi, coi bordi ricamati e con scenette mitologiche, e in alto da lotte tra animali e centauri e immagini del processus consularis, il corteo con cui il neo nominato console prendeva il possesso della carica, poi seguita da una distribuzione di denaro alla plebe, che nella Roma Cristiana divenne la processione di presa di possesso da parte del Papa neo eletto della Basilica Lateranense.

Più in alto, infine, il Sangallo disegnava scene di corteggio ufficiale e mitologico e pannelli con gorgoneia, molto probabilmente frutto della sua interpolazione.

Di tutto questo ben di Dio, rimane ben poco: al museo romano di Palazzo Massimo alle Terme, una lastra con un “drappo” inferiore ornato da scene egittizzanti, un “vela Alexandrina” citato anche da Plinio e una scena principale del mito di Ila e le ninfe (il giovane amato da Ercole che recatosi a una fonte viene sedotto e rapito dalle ninfe). Poi una seconda lastra priva del velum, è quella del processus consularis di Giunio Basso, che è raffigurato su un cocchio, seguito da aurighi delle quattro fazioni circensi. E due lastre, in precedenza a Palazzo Del Drago e ora ai Musei Capitolini, che raffigurano simmetricamente due tigri che sbranano buoi.

Eppure, da questi frammenti, qualcosa riusciamo a capire… I motivi egittizzanti del drappo forse adombrano l’utilizzo di maestranze specializzate alessandrine e i temi rappresentati, oltre a esaltare la vanità di Giunio, ne evidenziato, con la simbologia della lotta tra ragione e passioni, il suo neoplatonismo.

Con il passare del tempo, la basilica e la relativa domus, per una serie di complesse vicende matrimoniali e di controverse eredità divenne proprietà del patrizio goto Valila: può sembrare strano, ma all’epoca la percentuali di “stranieri” dell’Esquilino era ben più alta dell’attuale. Essendo poi questi “extracomunitari” di origine germanica, vi è era anche il problema religioso, legato al fatto che fossero cristiani ariani, invece che ortodossi di obbedienza romana.

Per cui, molti degli sforzi della chiesa dell’epoca, erano finalizzati a ricondurre all’ovile queste pecorelle perdute: dato che Valila era un pezzo grosso della comunità ereticale, per celebrare la sua conversione, su suggerimento di papa Simplicio, decise di trasformare l’aula in una chiesa, dedicata a Sant’Andrea, che sarà nel Medioevo chiamata Sant’Andrea Catabarbara, la prima dedicata a tale Apostolo a Roma… Il che, visto che l’apostolo era il fratello di Pietro, aveva un valore simbolico molto importante.

Cosa tra l’altro abbastanza comune all’epoca: basti pensare a Santa Balbina o per rimanere all’Esquilino a San Marcellino, che dai recenti scavi archeologici pare sia derivato, nella sua fase iniziale da una sala di udienze decorata con marmi analoga a quella di Giunio Basso.

Così, se fu mantenuto l’impianto architettonico della sala delle udienze, tipico dell’architettura tardo antica, simile a Santa Bibiana e Santa Croce in Gerusalemme ( navata unica con un tetto a capriate lignee terminata un’ampia abside con volta a catino e con un atrio biabsidato, provvisto di un ingresso a trifora) Valila e Simplicio intervennero profondamente sulla decorazione.

Sovrapposero all’iscrizione originaria del catino absidale, dove Giunio Basso elencava il suo cursus honorum, una nuova, in cui si celebravano le virtù cristiane di Valila e contrapposero alla decorazione originale in opus sectile, rappresentante Junius Bassus, insieme con scene di un tripode apollineo e un’illustrazione del corpo esposto di Hylas rapito da due ninfe, un mosaico che influenzerà profondamente l’arte medievale romana.

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E’ uno dei primi esempi, poi ripreso in Santa Sabina e nella Basilica Lateranense, di composizione a a 7 figure con Cristo nimbato centrale, in piedi sul piccolo monte con i 4 fiumi simbolici, il braccio destro aperto in gesto oratorio, nella sinistra un rotolo. Intorno erano allineati 6 soli apostoli senza nimbo, con Pietro e Paolo nella posizione abituale. Il secondo apostolo di destra era frontale e benedicente con la barba e i capelli, bianchi o grigi, sempre arruffati potrebbe essere identificato come Sant’Andrea

Realizzato tra il 468 e il 483 dovrebbe essere poco successivo a quello fatto realizzare da Ricimero per Sant’Agata dei Goti, la chiesa ariana di Roma, a cui si contrapponeva, raffigurante Cristo sul globo, con il rotolo e la mano alzata, in mezzo ai dodici apostoli vestiti con il pallio e decorato con l’iscrizione

Fl. Ricimer. v. i. magister utriusque militiae patricius et excons. ord. pro voto suo adornavit

Tornando a Sant’Andrea,sotto Gregorio I, nei primi anni del Settimo Secolo, alla chiesa fu annesso un monastero, probabilmente fondazione della patrizia Barbara, figlia di Venanzio, amico del papa. Da questo, il popolino romano trasse fuori lo strano appellativo della chiesa All’inizio del XII secolo le finestre furono chiuse e le superfici ottenute furono decorate da un ciclo rappresentante le storie di Pietro e Paolo.La chiesa fu perduta completamente a seguito della demolizione avvenuta nel 1930 per la costruzione del Seminario Pontificio si Studi Orientali in Via Napoleone III.

Nella stessa occasione vennero alla luce i resti di una casa augustea con rifacimenti più tardi, nella quale furono trovati dei mosaici databili al III secolo: uno con soggetti dionisiaci e uno che riporta i nomi dei proprietari (Arippii e Ulpii Vibii). Oggi sono esposti nella sede del seminario

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4 thoughts on “Basilica di Giunio Basso

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