La balla dell’affondamento della Giulio Cesare

 

Ogni tanto qualche giornalista, per riempire una mezza pagina, ritira fuori il racconto della Novorossijsk, ex Giulio Cesare, affondata dai reduci della X MAS, benché gli storici l’abbiano smentito in ogni modo.

Però, è interessante, capire come sia nata e cresciuta questa fake news, specie in periodo come il nostro, in cui le bugie sono diventate le basi principali della politica.

La corazzata Giulio Cesare fu costruita dall’Ansaldo nel cantiere navale di Sestri Ponente, dove il suo scafo venne impostato sugli scali il 24 giugno 1910.

La nave, varata il 15 ottobre 1911, venne completata il 14 maggio 1914, proprio alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, dove in pratica, non sparò un colpo, limitandosi ad andare su e giù tra Ionio e Adriatico.

Nel 1923 il Giulio Cesare prese parte all’attacco all’isola greca di Corfù, come rappresaglia per l’uccisione di rappresentanti italiani a Giannina.Il 27 agosto 1923 la missione militare italiana, presieduta dal generale Tellini e incaricata dalla Conferenza degli Ambasciatori della delimitazione del confine greco-albanese, era stata trucidata in un’imboscata ed il capo del governo italiano Mussolini chiese che la flotta greca in un’apposita cerimonia rendesse gli onori alla bandiera italiana. La proposta era stata rifiutata dal governo greco e Mussolini replicò inviando una divisione navale composta dalle corazzate Cavour, Cesare, Doria e Duilio ad occupare Corfù. Dopo che le navi italiane bombardarono il 29 agosto il vecchio forte della città, il governo greco dovette accettare l’imposizione degli onori alla bandiera italiana che la Squadra navale italiana ricevette al Falero, uno dei porti presso Atene.

Il 12 maggio 1928 la nave venne posta in disarmo a Taranto e dal 1928 al 1933 utilizzata come nave d’addestramento per gli artiglieri. Nell’ottobre del 1933 lasciò La Spezia per rientrare in cantiere fino al 1937 per un radicale riammodernamento.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, la Giulio Cesare fece una barbina figura nella battaglia di Punta Stilo, per poi essere dichiarata obsoleta nel 1942. Con il trattato di pace, l’Unione Sovietica, come rimborso dei danni di guerra subiti a causa della Campagna di Russia, chiese la consegna di parte della flotta italiana: l’obiettivo di Stalin era di ottenere le corazzate della classe Littorio, ma essendo queste destinate alla demolizione, si dovette accontentare di soluzioni alternative

Così, il governo italiano scatenò la caccia a tutti i possibili catorci della flotta, per darvi una riverniciata e spacciarli come ehm efficienti e moderne navi da guerra. Tale destino, oltre alla Giulio Cesare, toccò alla nave scuola Cristoforo Colombo,la gemella dell’Amerigo Vespucci, l’incrociatore Emanuele Filiberto, i cacciatorpediniere Artigliere e Fuciliere, le torpediniere Classe Ciclone Animoso, Ardimentoso e Fortunale, e i sommergibili Nichelio e Marea, il cacciatorpediniere Riboty ed altro naviglio, quali MAS e motosiluranti, vedette, navi cisterna, motozattere da sbarco, una nave da trasporto e dodici rimorchiatori.

La commissione sovietica si accorse solo parzialmente della sola che stava subendo, solo il Riboty e parte del naviglio minore fu rifiutato e sostituito con un rimborso in denaro: l’unico a rendersi conto della patacca fu Malyšev, dal 1939 Commissario del Popolo per l’industria pesante, inviato ad ispezionare la Giulio Cesare durante i lavori di approntamento per il trasferimento all’Unione Sovietica.

Malyšev espresse un parere sfavorevole alla sua cessione, ritenendo la nave non solo di superato valore bellico, ma anche di limitato impiego a causa del generale degrado di apparati e strutture in conseguenza della limitata manutenzione cui l’unità era stata oggetto per tutto il periodo dell’internamento e della cobelligeranza. Il parere di Malyšev tuttavia non venne tenuto in considerazione da Stalin per ragioni di prestigio diplomatico, così la Giulio Cesare il 15 febbraio 1949 raggiunse Sebastopoli e il e, il 5 marzo 1949 venne ribattezzata Novorossijsk ed inquadrata nella Flotta del Mar Nero.

Gli ammiragli sovietici che pensavano di avere fatto bingo, avevano le corazzate Oktjabr’skaja Revoljucija e Parižskaja Kommuna, due vecchie unità della Classe Gangut, risalenti alla prima guerra mondiale e rimodernate negli anni trenta, ci misero poco a comprendere l’immane fregatura subita.

La nave al momento della consegna era in condizioni molto trascurate, in quanto dal 1943 al 1948 aveva avuto una scarsissima manutenzione se si eccettuano alcuni piccoli lavori di riparazione alle parti elettromeccaniche, effettuati a Palermo. La Giulio Cesare presentava ruggine in vari punti, il fuoribordo era in pessime condizioni e lungo la linea di galleggiamento erano attaccate numerosissime conchiglie. In condizioni soddisfacenti la maggior parte delle armi, tranne l’armamento antiaereo minore, e la centrale elettrica principale, così come l’opera viva che era stato trattata con vernici anti-incrostanti, mentre erano in pessime condizioni valvole e tubazioni ed erano praticamente inutilizzabili i generatori diesel di emergenza.

I tubi dei sistemi antincendio e le tubazioni delle caldaie erano pieni di incrostazioni, e per quanto riguarda le cucine, solo quella della mensa ufficiali era pienamente funzionante.I locali destinati all’equipaggio non erano inoltre adeguati alle caratteristiche climatiche della regione del Mar Nero, in quanto essendo stata la nave progettata per operare nel Mediterraneo i locali equipaggio erano scarsamente isolati dall’esterno, e questo, nel periodo invernale, quando era maggiore la differenza tra la temperatura interna dei locali riscaldati e quella esterna molto più fredda, causava il formarsi di condensa, in particolare nella zona di prua, con la conseguenza che pioveva all’interno dei locali.

Il comando della Flotta del Mar Nero cercò di trasformare la nave nel più breve tempo possibile in una vera e propria unità di combattimento, ma la situazione era complicata dal fatto che parte della documentazione, esclusivamente in italiano, non era disponibile. Insomma, passando più tempo in cantiere che in mare, si era trasformato in un pozzo senza fondo; un qualsiasi complotto per affondarla, sarebbe stato un piacere, non un danno alla Marina Sovietica…

La sera del 28 ottobre 1955, dopo essere tornata da un viaggio di partecipazione alle celebrazioni del centenario della difesa di Sebastopoli, la nave venne ormeggiata ad una boa nella baia di Sebastopoli a 300 metri dalla riva, di fronte ad un ospedale. Alle ore 1:30 della notte del 29 ottobre, un’esplosione, della potenza stimata di 1 200 kg di TNT sotto lo scafo squarciò tutti i ponti dalla corazzatura, dal ponte inferiore fino al ponte del castello di prua, aprendo uno squarcio sulla carena di oltre 340 metri quadrati su entrambi i lati della chiglia, per 22 metri di lunghezza. La nave s’inclinò in 3 minuti, a 110 metri dalla riva, dove la profondità delle acque era di 17 metri, con ulteriori 30 metri di fango viscoso sul fondo della baia di Sebastopoli. A bordo della Novorossijsk vi era un migliaio di marinai: parte dell’equipaggio e 200 cadetti. Si calcola che al momento dell’esplosione persero la vita dai 150 ai 175 uomini dell’equipaggio che si trovavano nella zona della deflagrazione.

Sul ponte del castello di prua il foro misurava 14 x 4 metri. L’esplosione fu talmente forte da essere registrata anche dai sismografi della Crimea.

Alle 2:00, il comandante delle operazioni della Flotta, Capitano di 1° rango Ovčarov, ordinò “di rimorchiare la nave in un punto poco profondo“, ma alle 2:32 la nave s’inclinò a tribordo, mentre i rimorchiatori trascinavano la corazzata. Dopo 10 minuti, la nave s’inclinò di 17 gradi, quindi il capo di stato maggiore della Flotta del Mar Nero contrammiraglio Nikolaj Ivanovič Nikol’skij, chiese al Comandante della Flotta del Mar Nero, Viceammiraglio Viktor Aleksandrovič Parchomenko, e al Viceammiraglio Nikolaj Michajlovič Kulakov, del Consiglio militare della Flotta del Mar Nero, di evacuare i marinai non necessari ai lavori di recupero, ma la risposta fu negativa.

La nave affondò lentamente dalla prua, capovolgendosi sul lato sinistro, alle 4:15 di notte, 2 ore e 45 minuti dopo l’esplosione, quando aveva già imbarcato più di 7 000 tonnellate di acqua, con centinaia di marinai, che si trovavano sul ponte, caduti in acqua e coperti dallo scafo della corazzata.Il capovolgimento venne accelerato dall’allagamento dei ponti, causato dall’equipaggio stesso, per evitare l’esplosione dei restanti depositi di munizioni. La nave è rimasta 18 ore in questa posizione con l’albero piantato nel fondale e alle 22:00 lo scafo era completamente scomparso sotto l’acqua, con centinaia di marinai intrappolati nei compartimenti della nave.

Alla fine, morirono ben 606 marinai: che diavolo era successo ?

Durante la seconda guerra mondiale, Sebastopoli fu soggetta a un blocco navale, in cui furono utilizzate migliaia e migliaia di mine magnetiche: mentre in Occidente, in condizioni analoghe, si fecero salti mortali per farle brillare ed eliminare il pericolo, in URSS, la questione, per mancanza di denaro e di competenze, fu presa assai sottogamba. A questo si aggiunse il fatto che i vertice della flotta fossero nominati più per fedeltà a Stalin che per effettiva competenza.

Per cui, in soldoni, l’affondamento della Novorossijsk fu causato da un incapace che prese in pieno una mina tedesca che nessuno si era mai preso la briga di disinnescare: ora, ammettere che la propria flotta, tanto decantata dalla propaganda e per la quale erano stati spesi tanti bei rubli, era costituita da scarti altrui in mano a dei completi incapaci, non era molto piacevole. Quindi, le autorità sovietiche decisero di nascondere il disastro, e nessuna menzione di quanto era accaduto venne fatta nell’ambito della stampa nazionale. Le vittime furono sepolte in una fossa comune in un cimitero militare locale ed ai sopravvissuti, riassegnati ad altri reparti, venne dato l’ordine di tacere l’avvenimento.

Ma nascondere il relitto ingombrante di una corazzata, proprio dinanzi all’imbocco di uno principali porti del Mar Nero, non era una cosa molto semplice: così, per tranquillizzare l’opinione pubblica, il KGB decise di utilizzare un metodo antico come il cucco, quello di attribuire i problemi ai complotti dei nemici esterni.

Così venne tirato in ballo la X Mas, che aveva combattuto anche nel Mar Nero con buoni risultati (i mezzi italiani avevano affondato 3 navi da trasporto e avevano inoltre danneggiato l’incrociatore Molotov, mettendolo fuori gioco per due anni), i cui reduci, nel 1949, ignari del colpo gobbo del nostro governo, avevano detto peste e corna sulla cessione della Giulio Cesare.

Il problema è che nonostante decine di smentite, questa storia fu fatta propria da alcuni ambienti neofascisti italiani, pronti a gonfiarsi il petto con successi immaginari… Per cui, ogni tanto salta fuori, con l’articolone che ripete sempre la stessa frase fatta

In America sarebbe un film da Oscar, da noi è una storia dimenticata…

Quando invece, sulle storie vere e affascinanti è caduto un velo d’oblio…

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Guerre Civili

Il tredicesimo cavaliere 2.0

Cari lettori,
mi sono innamorato di Mauro Antonio Miglieruolo. Ma non agitatevi, e sopratutto non si agiti il Miglieruolo, perché si tratta di amore platonico, direi una cotta letteraria, intellettuale, che mi lascia senza parole e non chiede approfondimenti di nessun tipo. Rude cronista scientifico, o meglio divulgatore autodidatta a tempo perso, non ho difese contro la prosa coloratissima e piena di humour di Miglieruolo. E mi viene in mente il mio mai abbastanza compianto co-blogger Massimo Mongai. Una volta gli chiesi perché non riuscivo mai a cambiare paradigma e scrivere un racconto. E lui, diretto e impietoso come sempre: “perché non hai abbastanza storie dentro”. Una bella padellata in faccia, ma sincera. Comunque io non demordo, e, visto che non riesco proprio a dare di più, propongo almeno un titolo diverso per questo Guerre Civili, e cioè: “Unico 2117”. Ma adesso basta, lasciatemi telefonare al commercialista.

Guerre civili, di…

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1922: il primo trailer del nuovo film ispirato al racconto di Stephen King

KippleBlog

1922 è il titolo del nuovo film targato Netflix ispirato a un racconto di Stephen King. Questo infatti sembra essere davvero un momento d’oro per il re dell’horror, sia sul grande che piccolo schermo. Dopo il successo di pubblico e critica ottenuto da Gerald’s Game, Netflix ha optato così per reinterpretare la novella intitolata 1922, pubblicata all’interno della raccolta Notte buia, niente stelle (Full Dark, No Stars). Il film, diretto dal regista emergente Zak Hilditch, vede Thomas Jane (The Expanse) ricoprire il ruolo del personaggio principale. Vi proponiamo il primo trailer che sembra promettere molto bene. Buona visione!

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Teoria dei giochi, meritocrazia e produttività

Giornata intensa oggi: il controllo di Manu è andato bene, il ginocchio è guarito e deve solo rinforzare il quadricipite, la telenovela dell’università ha avuto un lieto fine, il tassista pazzo ha mantenuto la sua promessa, abbiamo pranzato con un vecchio amico, ho scoperto che in Google si fa la bella vita e che si può essere head hunter ben pagati, anche se non si capisce nulla della tecnologia su inseguono risorse umane.

Per cui, per distrarmi, mi dedico a un vecchio pallino: ossia evidenziare come, dal punto di vista matematico, il braccino corto di certe aziende in ambito meritocratico sia molto controproducente, in ambito della produttività, una sorta di castrarsi per fare dispetto alla moglie.

Per dimostrarlo, parto da un piccolo esempio concreto. Io e Orazio dobbiamo consegnare lunedì mattina la risposta a un bando di gara: per fare questo dobbiamo lavorare da casa il sabato. Solo che io vorrei andare al mare e lui a vedere la partita del Messina in trasferta ad Aprilia. Dal mio punto di vista, ci sono quattro possibilità:

  1. Io me ne vado a prendere il sole a Sabaudia e Orazio corre a tifare i calciatori buddaci, che perdono pure. Non si risponde alla gara e il lunedì mattina i capi ci crocifiggono in sala mensa, cosa che dal punto di vista matematico è rappresentabile dalla funzione F(n,n)=0;
  2. Io continuo ad andarmene a Sabaudia, mentre Orazio, preso da un furore stakanovista, attacca a lavorare come un dannato, terminando la documentazione da solo. Così il lunedì mattina, pur non avendo fatto nulla, mi becco un pacca sulle spalle dai capi e scrocco loro la colazione, con Orazio, da bravo ragazzo che è, che non si lamenta. Massima utilità, minimo sforzo, ossia F(n,p)=3;
  3. Preso da scrupoli di coscienza, io mi letto a lavorare, mentre il buon Orazio perde la voce a forza di gridare “Riggitano chi molla”. Come, sopra, però non essendo il sottoscritto un bravo ragazzo, appena il capo esce dalla stanza, Orazio rischia i malleoli… Per lo meno, però, non finisco crocifisso, il che implica, che la funzione assuma il valore F(p,n)= 0,5;
  4. Da bravi colleghi, decidiamo di lavorare entrambi, spartendoci in maniera equa i compiti. Io non vado a mare, ma la sera ho il tempo di un aperitivo da Ciamei, di un riso patate e cozze da Radici e di un gelato da Fassi. Orazio non va a vedere il Messina, ma può trascorrere la serata da amici, per tifare la Rubentus. Per cui la funzione, visto che si è faticato, è pari a F(p,p)=2.

Dal punto di vista di Orazio, tale funzione è perfettamente simmetrica: affrontiamo così, in termini probabilistici, questa particolare forma del dilemma del prigioniero. Dato che né io, né Orazio siamo particolari scansafatiche o ossessionati dal lavoro, ipotizziamo come ci sia il 50% delle possibilità che l’uno o l’altro si metta scrivere il documento. Il che implica come la nostra utilità attesa nel caso che si voglia lavorare, ossia

0.5 * F(p,n) + 0,5* F(p,p) è pari a 1,25

mentre nel caso si voglia poltrire

0,5 * F(n,n)+ 0,5*F(n,p) è pari a 1,5

Insomma, in condizioni stabili, conviene godersi la vita, invece che pensare a chiudere i bandi gara. Generalizziamo il concetto a una struttura aziendale: ipotizziamo che questa sia composta da un team motivato, con tutti i componenti desideroso di fare bella figura. Passa un giorno, passa un altro, quando uno dei membri del team si rende conto di poter tirare di meno la carretta, tanto ci sono gli altri che si fanno un mazzo tanto. All’inizio non si nota la differenza, finché qualcun altro ha la stessa idea, cosicché progressivamente aumenta il numero di coloro che vedono una maggior utilità attesa nello scaricare il proprio lavoro sugli altri.

Nel 1982, John Maynard Smith riuscì a modellizzare tale fenomeno, con un’opportuna equazione differenziale, in cui il tasso di crescita degli scansafatiche è proporzionale alla differenza tra l’utilità attesa del non fare nulla e quella media della struttura aziendale. Equazione, che utilizzando i parametri introdotti nell’esempio con me e Orazio è pari a

dx/dt=x(1-x)[2x+0,5 (1-x)-3x]

che asintoticamente porta a un 50% dei progetti nelle mani di gruppi di fancazzisti, un 40% in cui lavora una minoranza e un 10% in cui tutti danno il massimo.

Il che implica il collasso della produttività: data 100 la condizione iniziale, a regime questa sarà pari a 30. Per evitare ciò, rendendo negativo il trend di crescita degli scansafatiche, è necessario incrementare l’utilità attesa media della struttura, ossia i vantaggi nel caso si faccia il proprio lavoro… E la meritocrazia, cosa assai poco chiara a Risorse Umane, ha proprio questo compito…

Nulla di nuovo sotto il sole

Giornata intensa, in attesa della visita di controllo che Manu affronterà domani mattina: a dire il vero, non mi aspetto grandi sorprese e sono alquanto ottimista. Male che vada, le faranno fare un altro poco di fisioterapia.

Nel frattempo, le ore sono trascorse tra riunioni in Oracle, idee bislacche per rispondere a un bando di gara, tassisti pazzi, che costringono i clienti a cantare, per poi pubblicare le loro performance su youtube e head hunter dalle idee assai vaghe sulle mie competenze… Così, per staccare la spina, una piccola riflessione, sul fatto che all’Esquilino non vi sia mai nulla di nuovo sotto il sole.

Per curiosità, ecco uno spaccato del rione nel III secolo d.C. dopo la speculazione edilizia che aveva utilizzato come aree edificabili gli horti della prima età imperiale… Vi erano 3859 insulae e 380 domus, ripartite in 15 vici: aveva inoltre 15 edicole di divinità, 26 magazzini di generi commestibili, 75 bagni, 74 fontane e 15 pistrina… Di fatto, era la zona più densamente popolata di Roma, con una forte comunità straniera (greci, egiziani, germani), i cui culti ed eresie erano viste con estrema perplessità dai quiriti.

E come oggi, il centro del rione era una piazza, che svolgeva il ruolo di mercato: il Forum Esquilinum, la cui natura e collocazione da parecchio tempo sta facendo impazzire gli archeologi, dato che non ne è rimasta alcuna traccia.

Le notizie più precise ci giungono dallo storico Appiano (bell. civ. 1.58), in un passo in cui si descrive l’attacco di Silla alla città di Roma nell’88 a.C.: quando già gli assedianti avevano occupato le mura e la Porta Esquilina, racconta lo storico, i partigiani del generale Mario, asserragliati all’interno della città, resistettero a lungo trovando rifugio proprio nel Forum

Gli studiosi ipotizzano che la vasta piazza fosse collocata nella zona immediatamente all’interno della Porta Esquilina, il nosro arco di Gallieno, dove sono state trovate a fine Ottocento alcune iscrizioni che sembrano confermare questo racconto, e ci informano sul sistema di gestione di questo importante spazio pubblico, grazie ad alcune epigrafi che citano il magister vici, un magistrato incaricato della gestione di aree pubbliche. Ancora grazie a una epigrafe che cita due argentarii a foro Esquilino, artigiani orafi, conosciamo una delle botteghe che trovavano spazio all’interno di quest’area commerciale.

Il Forum Esquilinum rimase in uso per lunghissimo tempo, come dimostra una iscrizione che ricorda un restauro fatto a metà del V secolo d.C. da parte del praefectus urbi, il prefetto urbano che ricopriva varie cariche legate alla tutela dell’ordine pubblico all’interno della città.

Adiacente al Forum Esquilinum, vi era il Macellum Liviae, il mercato coperto di generi alimentari, fatto costruire da Augusto in onore della moglie Livia e inaugurato ufficialmente da Tiberio il 7 a.C., anche se le fonti letterarie che ne parlano sono ben più tarde: la prima citazione è infatti di Dione Cassio. Luogo che colpì la fantasia degli abitanti della zona, tanto da essere utilizzato come toponimo dei vari luoghi di culto della zona, rendendo complicato a noi moderni la posizione.

Infatti, nella Cronaca (Chronicon) di Benedetto del Soratte, all’anno 921 si menziona la aecclesia Sancti Eusebii iuxta macellum parvum (chiesa di Sant’Eusebio vicino al piccolo mercato). Nel Liber Pontificalis, la chiesa di Santa Maria Maggiore è descritta come iuxta macellum Libiae (a fianco del mercato di Libia), mentre quella di San Vito è detta in Macello. Il percorso processionale descritto dal canone benedettino del Laterano, l’Ordo Benedicti del 1143, annota intrans sub arcum[ubi dicitur macellum Livianum (“entrando sotto l’arco [di Gallieno] nel luogo detto mercato liviano”

Forse, questo potrebbe coincidere con i resti del cortile aperto, che misura 80 per 25 metri, realizzato in opus reticulatum, disposto parallelamente alle mura serviane, circondato da un portico con botteghe per i vari tipi di generi. Sembra che, dal principio del III secolo d.C., la parte meridionale di quest’area fosse invasa dalla costruzione di edifici privati, il che spiegherebbe il restauro effettuato tra il 364 e il 378 da Valentiniano I, Valente e Graziano, finalizzato a recuperare lo spazio pubblico dagli occupanti abusivi.

Questi mercati, ovviamente, erano una continua sorgente di caos e i benpensanti non facevano che lamentarsi: dato che all’epoca non esisteva Facebook, invece che scrivere post, buttavano giù dei versi… Uno di questi era Claudio Rutilio Namaziano, l’autore di De Reditu Suo, praefectus urbi di Roma nel 414, che nel poema, tra una lamentela sugli immigrati e una sulla decadenza dei costumi, racconta del suo ritorno in Gallia, per godersi in santa pace le enormi ricchezze provenienti dai suoi latifondi.

Una sorta di radical chic o di redattore di Roma fa Schifo dell’epoca, che viveva proprio nella domus accanto al titulus Eusebii, che diventerà la chiesa in cui e Manu ci siamo sposati…

Congedo

 

Che vuol dire essere un eroe? Guardati allo specchio e lo saprai. Guardati negli occhi e dimmi che non sei eroico, che non hai patito, o sofferto… o perso le cose a cui tenevi di più. Eppure eccoti qui… un superstite di Hell’s Kitchen… il posto più pericoloso che c’è. Un posto dove i codardi hanno vita breve, quindi devi essere un eroe. Lo siamo tutti. Alcuni più di altri, ma nessuno è solo. C’è chi si sporca le mani per proteggere il quartiere, altri spargono sangue per fermare l’ondata di crimine, la crudeltà, il diffuso disprezzo per la vita umana.

Ma questa è Hell’s Kitchen. Angelo o diavolo, ricco o povero, giovane o vecchio, tu vivi qui. Non hai scelto questa città, ti ha scelto lei. Un eroe non è qualcuno sopra di noi che ci protegge, un eroe non è un Dio o un concetto, un eroe vive qui per la strada, in mezzo a noi, con noi. Sempre qui, quasi mai riconosciuto. Guardati allo specchio, vediti per quello che sei veramente. Sei un newyorkese. Sei un eroe. Questa è la tua Hell’s Kitchen, è la tua casa.

E’ uno dei monologhi che più mi hanno colpito della sere televisiva di Daredevil, in cui Karen Page si interroga su chi sia un eroe. Non un tizio dotato dal caso di super poteri o che se ne va a malmenare, in una tuta aderente, qualche cattivo: ma l’uomo comune che, con i suoi limiti, fatiche e contraddizioni, ogni giorno si impegna, con parole e azioni, a costruire un mondo un poco migliore.

Lo fa recuperando gli spazi urbani abbandonati, rafforzando il tessuto sociale, difendendolo dagli egoismi e paure che vorrebbero stracciarlo, costringendo le istituzioni distratte ad ascoltare le sue richieste ed esigenze.

Le stesse parole possono, con poche modifiche, essere adattate all’Esquilino, specie in questi giorni, in cui si parla solo di violenza e in cui è facile riempirsi la bocca di demagogia. No, non esistono soluzioni semplici a problemi complessi. Ronde, picchiare gente a caso, corsi di autodifesa, non cambieranno l’essenza delle cose…

E non lo faranno neppure il suonare, il danzare, lo scrivere e dipingere: ma queste cose, che a molti paiono inutili, ci ricordano cosa significare l’essere uomini, con la consapevolezza della nostra fallibilità e della necessità di rompere le barriere delle nostre solitudini, non solo per dialogare, ma per lavorare assieme.

Noi de Le Danze di Piazza Vittorio saremo pazzi, senza dubbio, ma crediamo in questo; se ciò vale anche per voi, se volete camminare al nostro fianco, vi aspettiamo ai nostri laboratori alla scuola Di Donato e alle tante iniziative che portiamo avanti… Altrimenti come disse il buon Puck

Se le nostre parvenze offesi e offese v’hanno,
immaginate, e poco sarà il danno,
che quanto vi comparve qui davanti
fu inganno, e che sognaste tutti quanti.

Arrivederci in piazza all’anno prossimo !!

Porta Pia

Porta Pia

Giornata piena di luci e ombre oggi: il lancio di un progetto comune con Google, Manu che è riuscita finalmente a piegare in modo normale il ginocchio infortunato, un head hunter che mi ha contattato per un ruolo dirigenziale, anche se conosco tra l’hobbistico e il vago il business del loro cliente, a fronte di qualche preoccupazione in famiglia. Per distrarmi dai pensieri, ho scartabellato le cartelle che avevo salvato su un vecchio hard disk esterno… Così mi caduto l’occhio su un vecchio racconto, scritto anni e anni fa, in cui non mi passava neppure nell’anticamera del cervello di dedicarmi alla narrativa.

Leggerlo, mi ha strappato un sorriso: è bruttino assai, però in nuce, contiene tutti i temi che avrei sviluppato nella mia scrittura… Per cui, mi è piaciuto condividerlo con voi…

Era l’undici settembre, quando il Principe si ammalò. Da tempo, sfioriva. Eppure così anziano, dalla tempra robusta, pareva esser immortale.

Svenne a tavola. Lo portammo a braccia nei suoi alloggi, sistemandolo nel letto a baldacchino. Non ebbi il tempo di piangere, che giunse un’altra notizia.

L’esercito savoiardo, con mostruosa prepotenza, ci aveva invaso. Abbandonai il palazzo, trasferendomi in caserma. Non avevo illusioni. Roma sarebbe caduta. Il dubbio era come. Con coraggio o con viltà ?

I buzzurri era tanti e bene armati. Il generale Kanzler aveva sì e no 15.000 soldati. Romani, Viterbesi. Qualche straniero. Belgi, persino catecumeni dal Marocco e dall’America. Sui giornali massonici li chiamavano mercenari. Ma se non ricevevano alcun soldo e dovevano pagarsi vitto, armi ed alloggio. Satana è il vero principe delle menzogne.

Avevo fatto amicizia con un volontario. Un uomo di Padova. Prima di venir da noi, aveva fatto testamento. Mi faceva leggere le lettere che gli scriveva la madre. Non faceva null’altro che spronare il figlio a a difendere una causa tanto giusta che nobilita l’uomo e lo fa maggiore di sé.

Il principe peggiorò. Il Santo Padre non voleva spargimenti di sangue. Ordinò al colonnello Azzanesi e ai suoi squadriglieri di ritirarsi.

E dodici traditori che mangiavano a sbafo dei Savoia, acclamarono la liberazione di Viterbo. Ma il capitano De Rèsimont, con suoi trecento zuavi, si rifiutò di ubbidire, decidendo di resistere sino all’ultimo, con qualche fucile. E la fortezza di Civita Castellana fu distrutta dai cannoni. Il 15 settembre cominciò l’assedio.

Il giorno seguente, il Sommo Pontefice, alle cinque del pomeriggio, uscì per l’ultima volta dal Palazzo Apostolico per recarsi a pregare nella chiesa dell’ Aracoeli: una folla immensa lo acclamò. Noi eravamo schierati nella Piazza di San Pietro, per un ultimo saluto. Stavamo sulle righe, annoiati, quando come un tuono si sentì un grido.

Il Papa, il Papa

n quel momento, si ruppero le righe. Cavalieri e pedoni, ufficiali e soldati corsero verso l’obelisco. Un turbine scosse l’aria

Viva Pio IX, viva il Papa Re!

Vi furono singhiozzi, gemiti e sospiri. Il Santo Padre, vecchio, stanco, alzò le mani al cielo, benedicendoci. Fece il gesto di stringerci al suo cuore. Pianse. Le nostre urla ferirono le stelle. Io fui assegnato alla difesa di Trastevere, dinanzi alle truppe di Bixio, il gran ladrone. Mi alzai all’alba, per confessarmi e ricevere il viatico e l’unzione. Una croce rossa, mi appuntai sul petto. Come i miei antenati, ad Acri e Gerusalemme.

Alla cinque di mattina, cento cannoni spararono. Trastevere resisteva. Le mura solide non cedevano. I popolani salivano sugli spalti, con vecchi moschetti, a darci aiuto. Ed il gran ladrone non sapeva che fare. Decise di alzare il tiro dei cannoni, mirando a case, ospedali, conventi. Uccidendo donne e bambini.

Alle 10 giunse la notizie. I piemontesi avevano aperto una breccia a Porta Pia. Giunse dal Vaticano un dragone, con l’ordine di resa. Issammo la bandiere bianca, ma le batterie di Bixio continuarono a bombardare ancora per mezz’ora.

Mi ritirai nel palazzo, chiudendo il portone, mentre nelle strade cominciavano i saccheggi.

Entrato, vidi il drappo nero. Il Principe era morto.