Palermo Ebraica

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Oggi giornata transitoria: Manu non ha fatto un granché, tranne sperimentare Netflix e io ho lavorato all’allegato tecnico in inglese per una nuova gara. La buona notizia è che sto venendo a capo del manicomio della fisioterapia e che, forse, dalla prossima settimana Manu potrà cominciare a farla…

Per cui, per ammazzare il tempo, torno a parlare di Palermo, affrontando un tema assai particolare: la sua comunità ebraica.

La prima testimonianza della sua presenza, risale al 598: un vescovo di Panormos, per zelo religioso o per riempirsi le tasche, occupò le sinagoghe, gli ospizi e le case degli ebrei locali e per evitare di restituirle ai loro legittimi proprietari, le aveva consacrate. Gli ebrei, non sapendo a chi appellarsi, scrissero a papa Gregorio I, che dopo aver fatto una solenne lavata di capo al vescovo, gli ordinò di risarcirli e di restituire i libri e gli ornamenti appartenenti alle sinagoghe.

Poi, il nulla, sino al 878, in cui si citano, tra i prigionieri catturati dagli arabi, alcuni di religione ebraica: inizialmente, data il caos dovute alle guerre civili tra musulmani e le lotte con i bizantini, probabilmente gli ebrei locali non se la passarono molto bene, però con il tempo, furono tra coloro che trassero beneficio dal boom economico di Balarm.

Cosa che sappiamo da una fonte molto particolare, una ghenizah, parte della sinagoga destinata a servire da deposito, delle opere che trattino argomenti religiosi redatti in ebraico, divenuti inutilizzabili, in attesa che esse siano sotterrate in un cimitero, dal momento che è proibito categoricamente gettare documenti scritti in cui compaia uno dei sette Nomi sacri di Dio, ivi comprese le lettere personali e i contratti legali che – allo stesso modo dell’Islam che prevede l’abbondante uso della basmala – si aprono con un’invocazione a Dio. In pratica le ghenizah contengono anche documenti profani, che abbiano o meno la formula d’invocazione tanto usata, come pure i documenti redatti in altre lingue che non siano l’ebraico, ma che utilizzino l’alfabeto ebraico.

E la ghenizah che ci interessa è ben lontana da Balarm: è infatti quella annessa alla Sinagoga di Ezra di Fustat, il nostro Cairo, edificata nell’882 sul luogo dove si ergeva in antico una chiesa dedicata all’arcangelo Michele, sopravvissuta fino alla conquista persiana sasanide dell’Egitto da parte dello Scià Cosroe nel 616, riscoperta nel 1864 da Jacob Saphir; tra le migliaia di documenti che vi sono stati trovati, vi sono una serie di lettere che rivelano come vi fossero itinerari, utilizzati ogni giorni, che collegavano la Sicilia e la Palestina e che esisteva un trasferimento di fondi per il mantenimento della comunità ebraica a Gerusalemme, ma parlano anche di uno schiavo affrancato, del traffico ebraico della seta e della vendita di libri della sinagoga.

E tanti contratti, a testimonianza della prosperità della comunità, relativi al commercio di tessuti e capi di abbigliamento, lino e seta, miele, olio, cereali, spezie, pietre preziose e gioielli, zucchero, altri prodotti alimentari.

Essendo, oltre la proibizione di portare armi e l’obbligo di indossare un segno identificativo, gli ebrei, come i cristiani, dovevano pagare due tributi speciali: la gisia sulle persone e il kharag sui beni immobili. In più, ai tempi della repubblica islamica di Balarm, che a differenza dell’emirato Kalbita, applicava una politica economica protezionista, fu imposto loro il’ushr, imposta sulle importazioni.

Secondo una lettera della ghenizah indirizzata nel 1056 da un ebreo palermitano a Nehorai b. Nissim di Fustat, gli ebrei cercarono di evitare l’imposta: le autorità usarono spie, reclutate spesso tra le file dello stesso gruppo ebraico, per scoprire i trasgressori e imposero l’ushr anche ai residenti. La vicenda si concluse con l’arresto di numerosi ebrei palermitani, ma la lotta contro l’ushr continuò durante gli ultimi anni della dominazione musulmana.

E si può ipotizzare come, in analogia all’organizzazione comunale di Balarm, la  comunità si cominciò ad amministrare tramite un consiglio generale, che era formato principalmente dai capifamiglia e che costituiva la base elettiva di un consiglio di maggiorenti, e un organo esecutivo costituito dai prothi, il cui mandato durava un trimestre.

Ovviamente, dinanzi alla minaccia normanna, la tassa fu abolita: in più a seguito del colpo di stato di Muhammad Ibn al-Ba‘bā‘, che abbatté la repubblica islamica, fu nominato naghid degli ebrei siciliani Zakkār b. Ammār al-Madīnī, che apparteneva ad una prestigiosa famiglia di mercanti, che venne integrato in questa sorta di signoria, sino alla conquista

Data la pessima fama che avevano i normanni, vi fu una sorta di fuggi fuggi generale in direzione Gerusalemme e Nord Africa da parte degli ebrei locali: però i normanni, che era molto più pragmatici della media dei loro contemporanei, cercò di tutelarli in ogni modo.

Riqualificò il rabat, diviso in due parti, Harat-abu-Himaz (Meschita vera e propria ) e Horat-al-Jahudin (Guzzetta, una sorta di espansione commerciale e industriale), in cui si giungeva attraverso la porta di Ferro, o porta Judaica, comunicante con il Cassero, dove vivevano la maggior parte delle famiglie ebraiche, compreso il Ponticello, la Via Calderai e la via del Giardinaccio, che a causa del torrente Kemonia, finiva spesso a mollo. Consegnò loro la moschea di Ibn Siqlab, definita dal mercante e viaggiatori di Baghdad Ibn Hawqal, una delle più grandi e belle della città, in modo che potessero fondare una nuova sinagoga, da cui prese il nome il quartiere, Meschita, e gli assegnò la responsabilità del tiraz, la fabbrica statale di tessuti di seta, annessa al palazzo dell’Emiro. In più ottennero il privilegio del monopolio della vendita dell’henné di Partinico.

Nel 1147 re Ruggero II conquistò Corfù, Cefalonia, Tebe e Corinto e il resto della costa bizantina fino a Malvasia (Monembasia) e gli ebrei di quelle terre furono deportati in Sicilia, principalmente per favorirne lo sviluppo economico: circa un secolo dopo la conquista normanna, così, secondo il racconto di viaggio di Beniamino da Tutela del 1165, Palermo contava 1500 famiglie ebraiche.

Così, il quartiere della Meschita si sviluppò nel tempo, tra alti e bassi, anche se sospetto che a Palermo gli ebrei se la passassero meglio che nella Roma Pontificia: accanto alla sinagoga, che doveva essere dove vi è il complesso del convento di San Nicolò da Tolentino, oggi in gran parte adibito ad archivio comunale, sorse la corte rabbinica, la scuola, l’ospedale per poveri e forestieri, che nell’Ottocento divenne un conservatorio per fanciulle e infine il miqweh, il bagno rituale obbligatorio sempre al di sotto del piano stradale e colmo d’acqua pura: di sorgente o di fiume o anche piovana — purché non fosse stata raccolta da mano umana con un recipiente — dove le donne si immergevano per purificarsi dopo il ciclo mestruale o il parto.

Il miqweh palermitano è stato identificato nel complesso di Casa Professa, sotto l’atrio di Palazzo Marchesi, in un luogo sempre attraversato dalle acque del fiume Kemonia. Il tutto circondato da case caratterizzate dallo sviluppo in altezza, per aggiunte successive, e la “gheniza”, in pratica un’incavatura nella porta d’ingresso, all’altezza dello stipite, in cui si conservava un piccolo rotolo con un passo della Bibbia.

Importante era anche il cimitero, dove i corpi venivano seppelliti nella nuda terra avvolti in un sudario: a Palermo il cimitero ebraico era fuori porta Termini, a metà dell’attuale via Lincoln.

Il rabbi Obadiah Yare ben Abraham, grande erudito e viaggiatore, che morì a Gerusalemme, così descrive la comunità ebraica nel Quattrocento, che riteneva la più grande d’Italia

Palermo è la più grande e principale città del reame di Sicilia. Vi sono 850 famiglie incirca, tutti raccolti in un solo quartiere, il migliore del paese. Sono poveri ed artigiani, fabbri in rame e ferro, facchini e lavoratori della terra. Sono disprezzati dai Gentili, perché sono vestiti in stracci e sono sporchi. Devono portare sul seno un segno di stoffa rossa, largo una moneta d’oro. I lavori forzati del re pesano su loro, perché sono costretti di fare tali lavori quantunque vengono chiamati per tirare a terra le barche, costruire dighe, e simili. Gli ebrei devono giustiziare i condannati a morte, e punire e torturare i condannati alla frusta e alla tortura. Vi sono molti informatori tra gli ebrei. Questo delitto è diventato lecito fra loro; informano l’uno sull’altro spesso, senza reticenza….

La sinagoga a Palermo è senza paragone nel paese e tra i popoli, e viene lodato da tutti. Nel cortile crescono le viti su pilastri di pietra. Non hanno pari: ho misurato una vite che aveva uno spessore di cinque palmi. Di là una scala porta alla corte di fronte alla sinagoga, circondato da tre lati da un portico, fornito di sedie per quelli che non vogliono entrare alla sinagoga per un motivo o l’altro. V’è un pozzo, distinto e bello. Sul quarto lato v’è il portale della sinagoga. L’oratorio è quadrato, quaranta su quaranta braccia. In oriente v’è un santuario. Una struttura bella di pietra come una cappella, perché non vogliono mettere i rotoli della Legge in un Aron. Ne mettono invece nel santuario, su una piattaforma di legno, con i loro astucci e corone su di loro, ed le pome d’argento e cristallo sullecolonne. Mi hanno detto che i ricami di argento, cristallo ed oro nel santuario avessero un valore di 4,000 pezzi d’oro. Il santuario è fornito di due uscite, al sud ed al nord. Due fiduciari, membri della comunità, curano le porte. In mezzo alla sinagoga v’è una torre di legno; li i hazzanim ascendono ad un desco per recitare le preghiere. La comunità ha assunto cinque hazzanim. Recitano il sabato e le feste con voci e melodie dolci. Non ho visto cose simili tra gli ebrei da nessuna parte. I giorni feriali pochi frequentano la sinagoga, un ragazzo può contarli. Vi sono molti vani intorno alla sinagoga, come p.e. l’ospizio con letto per gli ammalati ed i vagabondi forastieri da parti lontane; il miqweh; la grande e bella sala dei funzionari; dove amministrano giustizia e deliberano su affari pubbliche..

Però, come un fulmine a ciel sereno, giunse il 31 marzo del 1492 l’editto di Granada di vittoriosi Ferdinando ed Isabella di Spagna che espelleva degli ebrei da tutti i loro domini, compresa la Sicilia. La notizia costernò tutti i palermitani, qualunque fosse la loro religione.

Il 20 giugno 1492 gli ufficiali e i principali banchieri del Regno presentarono un memoriale a re Ferdinando, enumerando i danni all’economia siciliana, che la cacciata degli ebrei portava. Essi, pur dichiarando fedeltà al re, ritenevano loro dovere avvisarlo al tempo stesso delle gravi conseguenze che la partenza di un così importante elemento della popolazione dal punto di vista economico avrebbe potuto comportare. Secondo i loro calcoli la perdita per il giro d’affari della Sicilia sarebbe stata di addirittura un milione di fiorini all’anno, considerando anche che gli ebrei avevano un ruolo come artigiani, commercianti, professionisti e così via e che ci sarebbe stata altresì la perdita di tasse ed altre entrate di loro spettanza. Gli ufficiali chiedevano, dunque, almeno una proroga della data fissata per la partenza e il memoriale fu firmato da undici persone, tra cui il secreto ed il mastro portulano di Palero ed il mastro racionale della Sicilia, che compirono così un atto eccezionale e molto coraggioso, se contestualizzato nell’ “assolutismo” della Spagna medievale.

Ma nonostante proteste e petizioni, i cattolicissimi sovrani iberici non vollero sentire ragioni: allora il mastro portulano di Palero ed il mastro racionale della Sicilia, provarono a buttarla sul pietoso, dicendo che così avrebbero fatto morie di fame tanti poveri. Poi, mentendo spudoratamente, affermarono che in caso di sospensione del bando, tutti gli ebrei palermitani si sarebbero convertiti con entusiasmo al cristianesimo.

Neanche questo servì: di 35000 ebrei circa 9000 decidono di rimanere, mentre 26000 s’imbarcano alla volta di Napoli per prendere residenza a Istanbul, Salonicco Patrasso e Gerusalemme, dove già molte famiglie si erano trasferite in passato.

Al momento di andare via alcune famiglie erano debitrici di grosse somme di denaro alla nobile Cristina Di Salvo e, poiché non era possibile risolvere il debito in contanti, fu applicato un bando col quale si autorizzava a vendere i beni dei Giudei per soddisfare i creditori. Si concordò allora che trenta Ebrei, nominati dai loro capi e rappresentanti la Nazione Giudaica, cedessero alla nobildonna il cortile delle case, chiamato “Cortiglio della Meschita”, comprese le botteghe, situate nella zona tra la Via Calderai e la via Giardinaccio.

Dopo la loro partenza, la Meschita subì una sorta di damnatio memoriae: gli orti e i giardini furono soggetti nel tempo a una forte speculazione edilizia, che cambiò l’aspetto della zona. Nel 1600 la realizzazione della via Maqueda mutò l’aspetto civico della parte occidentale, a levante un altro taglio, praticato per la realizzazione della via Roma, nel 1922, distrusse la continuità interrompendo diverse strade che da monte portavano verso valle…

Così, alla fine, di tutto non rimangono che rari frammenti, che, come fantasmi, appaino all’improvviso passeggiando nel centro storico di Palermo

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