Storie Esquiline

Orentalia

Come preannunciato, questa sera ho fatto una scappata al Palazzo del Freddo, non solo per godermi un ottimo gelato, ma anche per assistere alla presentazione del concorso Storie Esquiline, promosso dalla casa editrice Orientalia.

Ottima iniziativa, non solo perché, diciamola tutta, noi scrittori siamo pessimi soggetti, sempre pronti a buttarci a pesce su qualsiasi occasione che ci convinca a scrivere e ci dia speranza di essere pubblicati: anche se, a dire il vero, non nutro soverchie illusioni, visto che in Italia, chi si dedica alla narrativa fantastica è ancora visto come un figlio di un Dio minore.

Perché da l’occasione agli abitanti dell’Esquilino, rione, non quartiere, la giusta definizione, secondo mio nonno, era un ottimo test per distinguere chi lo vive da chi vi abita soltanto, di raccontare dal di dentro, dalla propria pancia, Piazza Vittorio e dintorni.

L’Esquilino, infatti, è qualcosa di più di case, portici e giardini: è lo specchio e cuore pulsante di Roma. Specchio, perché l’Urbe vi proietta le proprie paure e speranze.

Cuore, perché è un luogo dai mille popoli, una trappola che, afferrato l’anima con i suoi incantesimi, non lo lascia più. L’Esquilino non perdona; non è un luogo in cui vivere, se si cerca una felicità senza nuvole. Ghermisce e arde con i suoi furbi sguardi. Come una strega tesse i suoi incantesimi, trasformando gli incauti che varcano il cerchio dei suoi portici, in cui vagano grotteschi angeli e santi barocchi, dagli umori balzani.

I suoi luoghi sono propizi all’irrazionale. Agli incontri fortuiti. Alle complicità inverosimili, tra fenomeni opposti. Alle coincidenze pietrificanti. Per questo affascinano re in esilio, aspiranti maghi, presunti alchimisti o semplici cervelli bislacchi, che passano il tempo a osservare il cielo, per contare presunte scie chimiche.

L’Esquilino è torbido e malinconico come una cometa. Un’impressione di fuoco la sua bellezza, serpentina ed obliqua, macchiata da un’ombra di sfacelo e disillusione E’ ambiguo; non gioca mai a carte scoperte, insinuandosi sornione con i suoi enigmi. Non molla nessuno di quelli che ha catturato. E’ bello, ammaliante come può esserlo una donna inafferrabile e perduta nel crepuscolo.

Vi sono sere che Piazza Vittorio, sporca, triste, tragica, nella luce d’oro del tramonto si muta in una bionda bellezza. Un prodigio di luce e di fulgore. O notti in cui i palazzi umbertini sfumano in barlumi lunari, ombre azzurre e biancore d’ossa, che sfidano il giallo barbaglio dei lampioni. Nei contorni tremolanti e confusi della notte, il Rione si dissolve in un nulla apparente.

Altre volte invece, appare come una catasta di arsiccio e maculato vecchiume, di carabattole intrise di rassegnata tristezza. Come una popolosa famiglia di utensili sbreccati decrepiti e ninnoli marci. Perché ogni strada e ogni uomo che vi abita ha la sua ombra, che lotta invano per trasformarsi in luce.

Tutto questo dovrebbero raccontare i suoi abitanti, per sbatterlo in faccia a chi disprezza questo Rione, a chi lo utilizza come scusa per coprire i propri egoismi o chi nasconde i suoi vizi dietro un’apparenza di virtù.

Ma ne saremi capaci ?

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