Porta Pia

Porta Pia

Giornata piena di luci e ombre oggi: il lancio di un progetto comune con Google, Manu che è riuscita finalmente a piegare in modo normale il ginocchio infortunato, un head hunter che mi ha contattato per un ruolo dirigenziale, anche se conosco tra l’hobbistico e il vago il business del loro cliente, a fronte di qualche preoccupazione in famiglia. Per distrarmi dai pensieri, ho scartabellato le cartelle che avevo salvato su un vecchio hard disk esterno… Così mi caduto l’occhio su un vecchio racconto, scritto anni e anni fa, in cui non mi passava neppure nell’anticamera del cervello di dedicarmi alla narrativa.

Leggerlo, mi ha strappato un sorriso: è bruttino assai, però in nuce, contiene tutti i temi che avrei sviluppato nella mia scrittura… Per cui, mi è piaciuto condividerlo con voi…

Era l’undici settembre, quando il Principe si ammalò. Da tempo, sfioriva. Eppure così anziano, dalla tempra robusta, pareva esser immortale.

Svenne a tavola. Lo portammo a braccia nei suoi alloggi, sistemandolo nel letto a baldacchino. Non ebbi il tempo di piangere, che giunse un’altra notizia.

L’esercito savoiardo, con mostruosa prepotenza, ci aveva invaso. Abbandonai il palazzo, trasferendomi in caserma. Non avevo illusioni. Roma sarebbe caduta. Il dubbio era come. Con coraggio o con viltà ?

I buzzurri era tanti e bene armati. Il generale Kanzler aveva sì e no 15.000 soldati. Romani, Viterbesi. Qualche straniero. Belgi, persino catecumeni dal Marocco e dall’America. Sui giornali massonici li chiamavano mercenari. Ma se non ricevevano alcun soldo e dovevano pagarsi vitto, armi ed alloggio. Satana è il vero principe delle menzogne.

Avevo fatto amicizia con un volontario. Un uomo di Padova. Prima di venir da noi, aveva fatto testamento. Mi faceva leggere le lettere che gli scriveva la madre. Non faceva null’altro che spronare il figlio a a difendere una causa tanto giusta che nobilita l’uomo e lo fa maggiore di sé.

Il principe peggiorò. Il Santo Padre non voleva spargimenti di sangue. Ordinò al colonnello Azzanesi e ai suoi squadriglieri di ritirarsi.

E dodici traditori che mangiavano a sbafo dei Savoia, acclamarono la liberazione di Viterbo. Ma il capitano De Rèsimont, con suoi trecento zuavi, si rifiutò di ubbidire, decidendo di resistere sino all’ultimo, con qualche fucile. E la fortezza di Civita Castellana fu distrutta dai cannoni. Il 15 settembre cominciò l’assedio.

Il giorno seguente, il Sommo Pontefice, alle cinque del pomeriggio, uscì per l’ultima volta dal Palazzo Apostolico per recarsi a pregare nella chiesa dell’ Aracoeli: una folla immensa lo acclamò. Noi eravamo schierati nella Piazza di San Pietro, per un ultimo saluto. Stavamo sulle righe, annoiati, quando come un tuono si sentì un grido.

Il Papa, il Papa

n quel momento, si ruppero le righe. Cavalieri e pedoni, ufficiali e soldati corsero verso l’obelisco. Un turbine scosse l’aria

Viva Pio IX, viva il Papa Re!

Vi furono singhiozzi, gemiti e sospiri. Il Santo Padre, vecchio, stanco, alzò le mani al cielo, benedicendoci. Fece il gesto di stringerci al suo cuore. Pianse. Le nostre urla ferirono le stelle. Io fui assegnato alla difesa di Trastevere, dinanzi alle truppe di Bixio, il gran ladrone. Mi alzai all’alba, per confessarmi e ricevere il viatico e l’unzione. Una croce rossa, mi appuntai sul petto. Come i miei antenati, ad Acri e Gerusalemme.

Alla cinque di mattina, cento cannoni spararono. Trastevere resisteva. Le mura solide non cedevano. I popolani salivano sugli spalti, con vecchi moschetti, a darci aiuto. Ed il gran ladrone non sapeva che fare. Decise di alzare il tiro dei cannoni, mirando a case, ospedali, conventi. Uccidendo donne e bambini.

Alle 10 giunse la notizie. I piemontesi avevano aperto una breccia a Porta Pia. Giunse dal Vaticano un dragone, con l’ordine di resa. Issammo la bandiere bianca, ma le batterie di Bixio continuarono a bombardare ancora per mezz’ora.

Mi ritirai nel palazzo, chiudendo il portone, mentre nelle strade cominciavano i saccheggi.

Entrato, vidi il drappo nero. Il Principe era morto.

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