Nulla di nuovo sotto il sole

Giornata intensa, in attesa della visita di controllo che Manu affronterà domani mattina: a dire il vero, non mi aspetto grandi sorprese e sono alquanto ottimista. Male che vada, le faranno fare un altro poco di fisioterapia.

Nel frattempo, le ore sono trascorse tra riunioni in Oracle, idee bislacche per rispondere a un bando di gara, tassisti pazzi, che costringono i clienti a cantare, per poi pubblicare le loro performance su youtube e head hunter dalle idee assai vaghe sulle mie competenze… Così, per staccare la spina, una piccola riflessione, sul fatto che all’Esquilino non vi sia mai nulla di nuovo sotto il sole.

Per curiosità, ecco uno spaccato del rione nel III secolo d.C. dopo la speculazione edilizia che aveva utilizzato come aree edificabili gli horti della prima età imperiale… Vi erano 3859 insulae e 380 domus, ripartite in 15 vici: aveva inoltre 15 edicole di divinità, 26 magazzini di generi commestibili, 75 bagni, 74 fontane e 15 pistrina… Di fatto, era la zona più densamente popolata di Roma, con una forte comunità straniera (greci, egiziani, germani), i cui culti ed eresie erano viste con estrema perplessità dai quiriti.

E come oggi, il centro del rione era una piazza, che svolgeva il ruolo di mercato: il Forum Esquilinum, la cui natura e collocazione da parecchio tempo sta facendo impazzire gli archeologi, dato che non ne è rimasta alcuna traccia.

Le notizie più precise ci giungono dallo storico Appiano (bell. civ. 1.58), in un passo in cui si descrive l’attacco di Silla alla città di Roma nell’88 a.C.: quando già gli assedianti avevano occupato le mura e la Porta Esquilina, racconta lo storico, i partigiani del generale Mario, asserragliati all’interno della città, resistettero a lungo trovando rifugio proprio nel Forum

Gli studiosi ipotizzano che la vasta piazza fosse collocata nella zona immediatamente all’interno della Porta Esquilina, il nosro arco di Gallieno, dove sono state trovate a fine Ottocento alcune iscrizioni che sembrano confermare questo racconto, e ci informano sul sistema di gestione di questo importante spazio pubblico, grazie ad alcune epigrafi che citano il magister vici, un magistrato incaricato della gestione di aree pubbliche. Ancora grazie a una epigrafe che cita due argentarii a foro Esquilino, artigiani orafi, conosciamo una delle botteghe che trovavano spazio all’interno di quest’area commerciale.

Il Forum Esquilinum rimase in uso per lunghissimo tempo, come dimostra una iscrizione che ricorda un restauro fatto a metà del V secolo d.C. da parte del praefectus urbi, il prefetto urbano che ricopriva varie cariche legate alla tutela dell’ordine pubblico all’interno della città.

Adiacente al Forum Esquilinum, vi era il Macellum Liviae, il mercato coperto di generi alimentari, fatto costruire da Augusto in onore della moglie Livia e inaugurato ufficialmente da Tiberio il 7 a.C., anche se le fonti letterarie che ne parlano sono ben più tarde: la prima citazione è infatti di Dione Cassio. Luogo che colpì la fantasia degli abitanti della zona, tanto da essere utilizzato come toponimo dei vari luoghi di culto della zona, rendendo complicato a noi moderni la posizione.

Infatti, nella Cronaca (Chronicon) di Benedetto del Soratte, all’anno 921 si menziona la aecclesia Sancti Eusebii iuxta macellum parvum (chiesa di Sant’Eusebio vicino al piccolo mercato). Nel Liber Pontificalis, la chiesa di Santa Maria Maggiore è descritta come iuxta macellum Libiae (a fianco del mercato di Libia), mentre quella di San Vito è detta in Macello. Il percorso processionale descritto dal canone benedettino del Laterano, l’Ordo Benedicti del 1143, annota intrans sub arcum[ubi dicitur macellum Livianum (“entrando sotto l’arco [di Gallieno] nel luogo detto mercato liviano”

Forse, questo potrebbe coincidere con i resti del cortile aperto, che misura 80 per 25 metri, realizzato in opus reticulatum, disposto parallelamente alle mura serviane, circondato da un portico con botteghe per i vari tipi di generi. Sembra che, dal principio del III secolo d.C., la parte meridionale di quest’area fosse invasa dalla costruzione di edifici privati, il che spiegherebbe il restauro effettuato tra il 364 e il 378 da Valentiniano I, Valente e Graziano, finalizzato a recuperare lo spazio pubblico dagli occupanti abusivi.

Questi mercati, ovviamente, erano una continua sorgente di caos e i benpensanti non facevano che lamentarsi: dato che all’epoca non esisteva Facebook, invece che scrivere post, buttavano giù dei versi… Uno di questi era Claudio Rutilio Namaziano, l’autore di De Reditu Suo, praefectus urbi di Roma nel 414, che nel poema, tra una lamentela sugli immigrati e una sulla decadenza dei costumi, racconta del suo ritorno in Gallia, per godersi in santa pace le enormi ricchezze provenienti dai suoi latifondi.

Una sorta di radical chic o di redattore di Roma fa Schifo dell’epoca, che viveva proprio nella domus accanto al titulus Eusebii, che diventerà la chiesa in cui e Manu ci siamo sposati…

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