Influenze arabe alle origini della poesia italiana

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Non so oggi, ma ai miei tempi, quando i professori di letteratura italiana, in terzo liceo, attaccavano a parlare delle origini e della Scuola Siciliana, la raccontavano pressappoco così:

“Dunque, insomma, c’era Federico II, con tutti i suoi cortigiani, che si misero a imitare i trovatori in lingua d’oc, ma non era cosa loro… Poi sono arrivati i toscani”.

Sintesi scarna, che ha il difetto di nascondere agli studenti un mondo di scambi culturali e interazioni tra mondi diversi, che permetterebbe di guardare con occhi diversi il Medioevo. Così, provo a raccontare questa storia, partendo dal lavoro di Samuel Miklos Stern, orientalista che si accorse come alcune poesie di Al Andalus, avevano i versi finali che pure essendo scritte con caratteri arabi, corrispondevano a parole spagnole arcaiche, o meglio mozarabiche.

Così, sì arrivò a ipotizzare come i cristiani spagnoli che vivevano sotto l’emirato di Cordova, oltre a sviluppare una loro lingua   e  una loro liturgia, avevano anche una loro poesia popolare, dipendente da quella tardo latina, caratterizzata da versi molto brevi e che su ispirazione delle composizioni in versi arabe, utilizzava la rima.

Questa poesia, fu di ispirazione, secondo la testimonianza dello scrittore arabo-ispanico Ibn Bassam di Santarem, al poeta Muhammad ibn Mahmud, che alla fine del IX secolo, presso la corte di Cordova, inventò dal nulla un nuovo genere poetico: la muwassah. Pur mantenendo i temi classici del Nasib, poesia amorosa incentrata sull’assenza dell’amata, introduceva due grosse novità, forse dipendenti dalla lirica mozarabica.

L’uso di versi brevi e non rispondenti a quelli della tradizione poetica araba e la divisione in strofe del componimento: l’ultima di queste era l’harga, i versi in lingua mozarabica, che fungevano da contrappunto al contenuto procedente della poesia. Come in una villanella, ad esempio, poteva per esempio descrivere le parole dell’amata, che deridevano il tentativo di corteggiamento del poeta.

In poco poco più di un secolo, la muwassah divenne la forma poetica prediletta delle classi colte di Al Andulus, arabe, ebree e forse, dato che mancano prove testuali, cristiane. Intorno all’anno 1000, si compì un avvenimento fondamentale per la storia della letteratura europea: qualcuno tradusse le muwassah dal mozarabico al protocatalano. Ora, non si ha la più pallida idea di chi sia tale o tali traduttori, però qualche ipotesi potremmo farla.

Data la mancanza di prove testuali nei codici dell’epoca, non doveva appartenere all’ambito ecclesiastico. Doveva vivere in un’area di frontiere tra Al Andalus e la Contea di Barcellona e frequentare l’alta società di entrambi gli stati. Nei successivi cinquanta o sessant’anni, avvennero due fenomeni significativi: da una parte alle poesie di origine araba si sovrapposero le suggestioni provenienti dalla poesia medievale in latino, arricchendo la versificazione e sovrapponendogli diversi artifici della retorici, dall’altra cominciò, sfruttando anche la contiguità linguistica tra catalano e occitanico, cominciarono a migrare verso nord, finché non capitarono all’attenzione di Guglielmo d’Aquitania, che, anche per la sua partecipazione alla Prima Crociata, una conoscenza di massima della cultura araba doveva averla..

Guglielmo, essendo anche poeta, riprese la muwassah, che divenne la base dell’ideologia dell’amor cortese e la base del movimento trobadorico. Quando alla corte Svevo Normanna giunsero le composizione dei poeti in lingua d’oc, sia per i loro rapporti continui con il mondo arabo, sia per la tradizione locale, fu facile accorgersi della loro. Così i poeti locali, a cominciare da Jacopo da Lentini, decisero di compiere altre due operazioni determinanti per la lirica italiana e occidentale.

Ispirati dalla poesia araba della tradizione locale, che prediligeva i versi lunghi, normalizzarono la metrica trobadorica, un miscuglio di quella proveniente dalla muwassah e quella tardo latina, creando i versi lunghi italiani, settenario, ottonario e endecasillabo ( forse gli equivalenti ritmici del tawil, del munsarih e del mutaqarib), strutturarono le strofe delle canzoni e del sonetto e introdussero l’allitterazione e rime regolari.

Struttura ritmica che divenne la base della lirica toscana, benché i copisti di Firenze e dintorni, nella traduzione dal siciliano di corte al volgare locale, abbiano compiuto una serie di tradimenti del testo originale. Non solo vennero toscanizzate certe parole più aderenti al latino nel testo originale (cfr. gloria > ghiora in Jacopo da Lentini), ma per esigenze fonetiche il vocalismo siciliano fu adattato a quello del volgare toscano. Mentre il siciliano ha cinque vocali (discendenti dal latino nordafricano: i, è, a, o, u), il toscano ne ha sette (i, é, è, a, ò, ó, u). Il copista trascrisse la u > o e la i > e, quando la corrispondente parola toscana comportava tale variazione. Alla lettura, quindi le rime risultarono imperfette (o chiusa rimava con u, e chiusa con i, mentre anche quando la traduzione permetteva la presenza delle stesse vocali, poteva accadere che una diventava aperta, l’altra chiusa) e il ritmo del verso zoppicante.

Così, i poeti successivi, a cominciare da Guittone d’Arezzo, intervenendo e sperimentando su ritmo e rima, contribuirono a nascondere le complesse e mediterranee origini della lirica italiana…

Storie Esquiline

Orentalia

Come preannunciato, questa sera ho fatto una scappata al Palazzo del Freddo, non solo per godermi un ottimo gelato, ma anche per assistere alla presentazione del concorso Storie Esquiline, promosso dalla casa editrice Orientalia.

Ottima iniziativa, non solo perché, diciamola tutta, noi scrittori siamo pessimi soggetti, sempre pronti a buttarci a pesce su qualsiasi occasione che ci convinca a scrivere e ci dia speranza di essere pubblicati: anche se, a dire il vero, non nutro soverchie illusioni, visto che in Italia, chi si dedica alla narrativa fantastica è ancora visto come un figlio di un Dio minore.

Perché da l’occasione agli abitanti dell’Esquilino, rione, non quartiere, la giusta definizione, secondo mio nonno, era un ottimo test per distinguere chi lo vive da chi vi abita soltanto, di raccontare dal di dentro, dalla propria pancia, Piazza Vittorio e dintorni.

L’Esquilino, infatti, è qualcosa di più di case, portici e giardini: è lo specchio e cuore pulsante di Roma. Specchio, perché l’Urbe vi proietta le proprie paure e speranze.

Cuore, perché è un luogo dai mille popoli, una trappola che, afferrato l’anima con i suoi incantesimi, non lo lascia più. L’Esquilino non perdona; non è un luogo in cui vivere, se si cerca una felicità senza nuvole. Ghermisce e arde con i suoi furbi sguardi. Come una strega tesse i suoi incantesimi, trasformando gli incauti che varcano il cerchio dei suoi portici, in cui vagano grotteschi angeli e santi barocchi, dagli umori balzani.

I suoi luoghi sono propizi all’irrazionale. Agli incontri fortuiti. Alle complicità inverosimili, tra fenomeni opposti. Alle coincidenze pietrificanti. Per questo affascinano re in esilio, aspiranti maghi, presunti alchimisti o semplici cervelli bislacchi, che passano il tempo a osservare il cielo, per contare presunte scie chimiche.

L’Esquilino è torbido e malinconico come una cometa. Un’impressione di fuoco la sua bellezza, serpentina ed obliqua, macchiata da un’ombra di sfacelo e disillusione E’ ambiguo; non gioca mai a carte scoperte, insinuandosi sornione con i suoi enigmi. Non molla nessuno di quelli che ha catturato. E’ bello, ammaliante come può esserlo una donna inafferrabile e perduta nel crepuscolo.

Vi sono sere che Piazza Vittorio, sporca, triste, tragica, nella luce d’oro del tramonto si muta in una bionda bellezza. Un prodigio di luce e di fulgore. O notti in cui i palazzi umbertini sfumano in barlumi lunari, ombre azzurre e biancore d’ossa, che sfidano il giallo barbaglio dei lampioni. Nei contorni tremolanti e confusi della notte, il Rione si dissolve in un nulla apparente.

Altre volte invece, appare come una catasta di arsiccio e maculato vecchiume, di carabattole intrise di rassegnata tristezza. Come una popolosa famiglia di utensili sbreccati decrepiti e ninnoli marci. Perché ogni strada e ogni uomo che vi abita ha la sua ombra, che lotta invano per trasformarsi in luce.

Tutto questo dovrebbero raccontare i suoi abitanti, per sbatterlo in faccia a chi disprezza questo Rione, a chi lo utilizza come scusa per coprire i propri egoismi o chi nasconde i suoi vizi dietro un’apparenza di virtù.

Ma ne saremi capaci ?

Black Mirror: arrivano i libri di Cory Doctorow, Claire North e Sylvain Neuvel

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Black Mirror, ritenuta da molti una delle migliori serie TV di fantascienza degli ultimi anni, farà il salto dalla televisione ai libri. Tre sono gli autori a cui è stato affidato il difficile compito: Cory Doctorow, Claire North e Sylvain Neuvel. Al momento non si conoscono altri dettagli sui racconti. Si sa solo che la serie di libri, pubblicati dal colosso dell’editoria Penguin Random House, si chiamerà Black Mirror Volume 1: A Literary Season e arriverà in libreria nel febbraio del 2018. La serie Tv, invece, tornerà su Netflix già alla fine del 2017.

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Novità varie

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Come sapete, la scorsa settimana, come sapete, assieme a Federico Cenci, editore della Cliquot, e con il critico letterario e poligrafo Umberto Rossi, abbiamo presentato la raccolta di racconti di Fritz Leiber La Cosa Marrone e altre Storie dell’Orrore.

Presentazione che ha avuto un grande successo tanto che il vulcanico Umberto ha tirato fuori tante idee da proporre assieme a Le Danze di Piazza Vittorio ad Andrea Fassi, che speriamo che non ci malmeni, per la stagione letteraria della Sala Giuseppina: un incontro con lo scrittore Tommaso Pincio, che ama tanto il nostro Rione, tanto da crearsi, come Pessoa, l’ortonimo poetico di Mario Esquilino, una serata dedicata al buon vecchio Philip K. Dick, per celebrare l’uscita di Blade Runner 2049, una dedicata a Stephen King, in occasione del film di IT e la presentazione del Meridiano Mondadori dedicato a Philip Roth.

Presentazione in cui Federico, confermando il suo ruolo di archeologo della Letteratura, ha descritto in breve il prossimo progetto della Cliquot: attivare sul sito Produzioni dal Basso il crowfonding per pubblicare il volume il volume “Gli esploratori dell’infinito” di Yambo.

Yambo, il nome vero era l’altisonante Enrico de’ Conti Novelli da Bertinoro è uno dei padri dimenticati della letteratura popolare italiana: figlio del grande attore Ermete Novelli, ha scritto libri di narrativa fantastica , ha sceneggiato e disegnato storie su Topolino e scrisse, diresse e interpretò il film cortometraggio muto del 1910 Un matrimonio interplanetario, una commedia che rappresenta probabilmente l’esordio del cinema italiano nel genere fantascientifico.

Gli Esploratori dell’Infinito, non solo scritto, ma anche illustrato da Yambo, è invece uno dei nostri primi romanzi dello stesso genere: racconta viaggio spaziale di due giornalisti filantropi nel sistema solare a cavallo di un asteroide, con un incontro con i marziani.

Ora, per sostenere la sua nuova edizione, su Produzioni dal Basso è possibile prenotare la ristampa il libro con tutte le oltre 70 illustrazioni a colori e recupererà entrambe le versioni di copertina – caso unico dal 1906 a oggi. Sarà inoltre arricchita dai contributi critici di Gianfranco de Turris e Fabrizio Foni. Inoltre sarà prenotabile nella versione classica e in quella deluxe: in più, sarà accompagnato con una serie di gadget, segnalibri, spillette, matite e poster composti e stampati a mano con caratteri mobili da Betterpress Lab di Roma in tiratura limitata e numerata di 120 esemplari.

Sempre parlando della Sala Giuseppina, domani, sabato 23 settembre la casa editrice Orientalia presenterà il concorso letterario Storie Esquiline, dedicato a racconti brevi ambientati nel nostro rione. Il sottoscritto ha intenzione partecipare, anche se ha molti dubbi sull’essere selezionato: primo perché un omaggio a Lovercraft ambientato a Piazza Vittorio, potrebbe essere troppo stravagante per il concorso, poi, come sanno tutti gli editor che hanno la sfortuna di lavorare con il sottoscritto, sono tanto lento, quanto logorroico.

Per cui, la vedo difficile, di riuscirmi a contenere in 20 cartelle… In ogni caso, mi faro vivo, perchè sono assai curioso, da grande goloso quale sono, di assaggiare la una nuova crema al ‘gusto esquilino’ appositamente creata per l’evento da Andrea Fassi, che voci di corridoio non confermate mi dicono essere aromatizzata allo zafferano.

Ultima cosa: a tradimento, visto che il sottoscritto ha dato buca all’assemblea, i soci de Le Danze di Piazza Vittorio, avendo forse esagerato con le libagioni, hanno avuto la bislacca idea di eleggermi vicepresidente… Temo che mi dovrò quindi comportare in maniera assai più civile e assennata, almeno finché non si renderanno conto di ciò che hanno combinato !

Sant’Eustachio

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Quando accenno a Sant’Eustachio, c’è sempre qualche simpaticone che pensa che sia il santo protettore dei baristi e dei bevitori di caffè. In realtà, pur essendo un personaggio leggendario, si parla di lui solo dal 1200 in poi, non essendo citato né nel Deposito Martyrum né nel Martirologio Geronimiano e la sua storia a troppe somiglianze con quella di alcuni bodhisattva da non fare pensare a una vicenda analoga a quella di Baarlam e Iosafat, in cui qualche nestoriano dalle idee confuse e pieno di entusiasmo, decise di rendere Siddartha un santo cristiano.

In ogni caso, la leggenda di Eustachio è troppo bella per non essere raccontata: si chiamava Placido ed era un generale romano. Un giorno, andando a caccia, capitò sulla rupe della Mentorella, dove è adesso è il santuario, in cui sono sepolti i cuori di papa Innocenzo XIII Conti e di Athanasius Kircher, vide uno splendido cervo: lo cominciò a inseguire, finché, all’improvviso, apparve una croce luminosa tra le corna dell’animale e sopra di lui la figura di Cristo che gli domandò:

«Placido perché mi perseguiti? Io sono Gesù che tu onori senza sapere».

Una persona normale avrebbe avuto un coccolone, ma Placido decise di convertirsi assieme a tutta la famiglia: si fece battezzare, ricevendo il nome di Eustachio (dal greco Eustáchios, “che dà buone spighe”); la moglie quello di Teopista (dal greco théos e pístos, “credente in Dio”); i figli, uno Teopisto e l’altro Agapio (dal greco Agápios, “colui che vive di carità”).

Dimessosi dall’esercito romano, come Giobbe fu perseguitato dalla sfiga: perse prima i beni, poi la moglie e infine i figli. Finchè, visti i problemi con i Parti, Adriano lo richiamò in servizio. Dopo le vittorie, però, gli fu ordinato di sacrificare a Giove Ottimo Massimo.

Eustachio si rifiutò, come d’abitudine venne torturato e portato al Colosseo, per essere divorato dai leoni, i quali, però, poco convinti del suo buon sapore, rifiutarono di divorarlo. Così, per dare un nuovo e opportuno spettacolo alla plebe di Roma, Adriano lo fece morire arroventato vivo nel Toro di Falaride.

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Ora, essendo avvenuta la conversione di Placido in quello che sino agli anni Venti era territorio di Poli, ne è divenuto il santo protettore. E per celebrarlo, la prima domenica successiva a al 20 settembre, li viene organizzata la festa dell’ospitalità.

La mattina, con la processione, vengono rievocate le vicende di Eustachio. Il pomeriggio, dalle tre e mezza in poi, ogni vicolo fa a gara per offrire ai visitatori ogni genere di cibo: dai primi piatti tipici della cucina locale ai fagioli, ai vari tipi di secondo e di contorno, polenta, formaggi, porchetta, dolci e vino a iosa.

Ora, alla spicciolata, è probabile che le Danze di Piazza Vittorio organizzino una gita, per divertirsi e fare un poco di musica: anche se mi sarebbe piaciuto accompagnarli, per mostrare loro i luoghi dei miei romanzi, data la convalescenza di Manu, mi tocca dare loro buca… Però, in ogni caso, spero che si divertano e che brindino alla mia salute

Tempio di Venere e Cupido

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Come parecchi sanno, Manu sta migliorando a vista d’occhio: ha tolto il tutore, dentro casa si muove senza stampelle e fuori con una stampella sola. Insomma, manca poco alla completa guarigione.

Così, per festeggiare, continuo il mio viaggio nel Sessoriano: come raccontato, l’insediamento di Elena nel palazzo ad spem veterem portò, rispetto alla struttura severiana, una serie di cambiamenti, dovuti alla trasformazione del consistorium, la sala delle udienze imperiali, nella Basilica ad Hierusalem.

Per cui, l’architetto che progettò la basilica, dato che il palatium continuava ad avere un ruolo pubblico, dovette realizzare un nuovo consistorium, in modo da soddisfare le esigenze di rappresentanza dei Secondi Flavi, utilizzando una porzione del vecchio giardino di Eliogabalo: consistorium che, a causa del ritrovamento di un gruppo marmoreo – oggi conservato nel Museo Pio-Clementino in Vaticano – che raffigurava Venere e Cupido, con molta fantasia fu identificato nel Rinascimento con un tempio dedicato alle due divinità dell’Amore.

Però, quelle statue, ci danno un’indizio importante sull’edificio: sul suo basamento vi è incisa l’epigrafe

“A Venere felice Sallustia e Elpidio hanno consacrato questa statua”

Venere è poi il ritratto di Sallustia Barbia Orbiana, moglie dell’imperatore Alessandro Severo (222-235) di cui i citati Sallustia e Elpidio erano due liberti; per cui è assai probabile, che il nuovo consistorium, per risparmiare tempo e denaro, fosse decorato con le statue, quadri e gli arredi del vecchio, poco adeguati alla suo nuovo uso “religioso”.

Così l’architetto di Elena, come nuova sala delle udienze, realizzò un grande aula rettangolare, lunga oltre 40 metri, su cui per un paio di secoli si sono avute le idee molto confuse sul suo aspetto: Lanciani e Collini, infatti, scambiarono un capriccio architettonico di Pirro Ligorio come un rilievo di tale edificio, dandone così una descrizione errata. Solo gli scavi archeologici in occasione del Giubileo del 2000 hanno dimostrato come tale navata terminasse con un’ampia abside, la cui parete spessa m 1.45, era in origine traforata da cinque ampie aperture arcuate intervallate da pilastri; su di essa poggiava il catino absidale, una semicupola in opera cementizia,alleggerita, come a Tor Pignattara, il Mausoleo di Elena, dall’inserimento di anfore nel punto di massimo spessore e decorato con cassettoni in stucco, questi ultimi documentati dai numerosi fori per chiodi visibili nell’intradosso.

Grazie ai resti dei muri perimetrali si è capito come il tetto fosse a doppio spiovente, su capriate lignee. Sia la parete di fondo, come quelle laterali di spessore relativamente esiguo (m 1.05), sia l’abside sono sostenute da massicci speroni radiali in opera laterizia a rastremazione discontinua. Per anni si è ipotizzato come tali speroni fossero il tentativo di mettere una pezza ai calcoli statici sbagliati dell’architetto, per evitare che l’edificio crollasse, però, dato che vi sono dei precedenti, come a Piazza Armerina, per cui non è da escludere a priori che fossero previsti nel progetto originale.

Nulla è rimasto del rivestimento marmoreo parietale, la cui esistenza è comunque documentata sia dalle descrizioni di metà XVI secolo, per esempio L. FAUNO, Delle antichità della città di Roma, Roma 1552, p. 100:

“II tempio di Venere e Cupido fu di opera corinthia con belli ornamenti di pietre e stucchi come per li suoi vestigi si vede”

sia dai numerosi fori di grappe per il fissaggio delle lastre visibili per tutta l’altezza dell’abside fino alla quota d’imposta del catino. E’ poi possibile che il pavimento in opus sectile marmoreo, a grandi lastre, sia stato utilizzato come fonte di materiale per quello cosmateco di Santa Croce.

Terminata la costruzione del nuovo consistoria, l’architetto si pese il problema di come integrare questo corpo incongruo con il resto del Sessorianum. Se nel lato verso Porta Maggiore, se la cavò in maniera semplice, ampliando e arricchendo le domus presenti, in modo che servissero da dimora per i membri della corte imperiale, sul lato est, creò un colonnato monumentale, su cui, per dividere lo spazio laico da quello religioso, appoggiò un triclinia decorato in marmo, che a seconda delle occasioni, poteva essere utilizzato dai funzionari imperiali o per le agapè della comunità cristiana.

Probabilmente, dopo il VI secolo, il consistoria fu utilizzato come chiesa, finché nel 1144 a papa Lucio II, desideroso di costruire un convento attiguo a Santa Croce in Gerusalemme, ordinò la sua parziale demolizione, per ottenere materiale edile

No alla faccia triste dell’Esquilino

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In questi è uscito il libro “Guai ai poveri. La faccia triste dell’America”, edizioni Gruppo Abele, scritto da Elisabetta Grandi, che non si limita solo a esaminare gli aspetti economici e politici della questione, con l’incremento della povertà e l’eliminazione delle tutele sui lavoratori, conseguenze delle scelte di Reagan per diminuire il costo del lavoro, nell’illusione di mantenere la competitività economica ai tempi della globalizzazione,  tra l’altro perseguite da tutte le amministrazioni successive, sia democratiche, sia repubblicane, ma anche quelli sociali e culturali.

Uno dei meno conosciuti è legato agli aspetti giuridici e culturali: in questi anni, negli USA, la miseria è diventata una sorta di crimine. Sono diventati delitti, da condannare, perfino col carcere, cose come lo stare seduti su un marciapiede, il lasciare per strada le proprie cose, il dormire in luoghi pubblici. Persino dormire nella propria macchina parcheggiata su suolo pubblico è, in molti stati degli USA, illegale. Un sistema che, cosa che a noi italiani può sembrare strana, favorisce i ricchi.

Le carceri, in America, non sono infatti gestite dallo Stato, ma dai privati. Più persone finiscono dentro e più le corporation fanno proventi. Ovviamente, chi ha i soldi e si può permettere la cauzione torna a piede libero, mentre i morti di fame rimangono al gabbio; insomma, la criminalizzazione del povero, fa business e  frutta parecchio. Tematica, che, a chi può interessare, è approfondita nel libro “Aboliamo le prigioni?”di Angela Davis.

Per realizzare questa criminalizzazione, la politica americana, tramite la propaganda e la disinformazione, ha combattuto e purtroppo vinto una battaglia culturale: trasformare il bisognoso da una persona con cui essere solidale a un criminale pericoloso da punire e allontanare. Fin dai tempi di Reagan i morti di fame come dei lazzaroni, colpevoli di non voler far niente e di voler vivere a sbafo. Citando un paragrafo di Guai ai Poveri

L’attacco nei loro confronti fu, come al solito, portato avanti da Ronald Reagan, che inventò addirittura la figura della welfare queen. Si trattava di una fantomatica mamma di colore accusata di avere accumulato una ricchezza esagerata attraverso truffe realizzate ai danni dello Stato, sommando nomi e indirizzi falsi. Nell’immaginario collettivo la welfare queen si sarebbe recata a ritirare il suo assegno assistenziale su una lussuosa Cadillac e con una pelliccia indosso

Un’immagine folle e paradossale, che però, essendo fondata sulle paure della borghesia americana di perdere il suo status e il suo livello di vita, ha avuto successo. Quando David Ellwood, un professore universitario di Harvard, andò in TV a dire che la realtà era ben diversa e che le persone che prendevano il sussidio cercavano lavoro e mediamente si stabilizzavano e smettevano di prendere il sussidio in un paio d’anni, fu coperto di insulti. Fatti, questi, che ricordano tristemente le bufale sui migranti mantenuti negli alberghi di lusso e gli insulti ai “buonisti” dei nostri giorni.

Da allora la retorica di criminalizzazione del povero, dell’homeless e di chiunque li aiuti è sempre più peggiorata. Il problema è che tale retorica si sta diffondendo anche in Italia: basti pensare leggere i post sui tanti gruppi su Facebook, che tastano il polso dell’opinione pubblica dell’italiano medio, dei titoloni su tanti giornali o per rimanere in ambito capitolino al successo di alcune campagne di Roma fa schifo, finalizzati al degrado ontologico dei senza tetto, trasformate da persone bisognose di aiuto da parte del welfare a problemi di decoro urbano e di immondizia.

Per cui, è necessario non arrendersi a queste retorica, per combattere il nemico dissipando la paura e l’ignoranza su cui basa la sua retorica: per far questo, è necessario creare nuovi spazi di dialogo, basati anche sui linguaggi universali dell’Arte, della Musica e della Danza.

Così, le Danze di Piazza Vittorio sono in prima fila in questa battaglia: stasera sotto i portici, per ballare assieme sotto i portici, mercoledì 27 con un aperitivo al Gatsby, per parlare dei laboratori invernali, che cominceranno venerdì 6 ottobre presso la scuola Di Donato. e dei programmi futuri in ambito sociale e culturale.

Primo Contatto (2): il linguaggio

Il tredicesimo cavaliere 2.0

 comunicazione extraterrestre "segnale radio" "linguaggio naturale" codice decrittazione traduzione informazione

Prima di esaminare i possibili vantaggi di un Primo Contatto, è importante esaminare ciò che rappresenta probabilmente l’aspetto più scoraggiante dell’incontro. Riusciranno gli esseri umani a fare qualcosa di più che semplicemente riconoscere un segnale radio come proveniente da un’entità extraterrestre intelligente, stabilendo davvero comunicazioni reciprocamente comprensibili? Quando concepiamo delle menti extraterrestri, spesso abitano entità con schemi corporei radicalmente diversi: organismi unitari vasti come un pianeta, o popolazioni di macchine succedute a organismi biologici. Al contrario, schemi del corpo simili dovrebbero produrre menti simili. Le valutazioni ottimistiche circa la possibilità di comunicare idee astratte, diverse magari dalla matematica, si basano tipicamente sul concetto di evoluzione convergente, come in Alien Universe di Don Lincoln (2013). (19)

John C. Baird nel suo libro The Inner Limits of Outer Space (1987) ha invece paragonato il problema della comunicazione con una specie extraterrestre intelligente alla traduzione di antichi geroglifici…

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The Wicked Gift: il nuovo trailer ufficiale

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The Wicked Gift, uno dei film più attesi nel scenario della cinematografia italiana, ha ora una data di sbarco nei cinema: il 6 dicembre. Questo horror/thriller segna l’approdo del giovane regista Roberto D’Antona al grande schermo, dopo il successo ottenuto dalla serie Tv “The Reaping” che ha raccolto diversi consensi e premi in tutto il mondo. Si tratta di un progetto ambizioso, co-prodotto e distribuito da Movie Planet, che promette di sorprendere il pubblico. Seguono trama e trailer:

“Ethan è un giovane designer, timido e piuttosto riservato che da anni è afflitto da insonnia a causa di terribili incubi. Decide di andare in terapia per risolvere il suo problema pensando di avere disturbi della personalità, ma sarà grazie all’aiuto del suo migliore amico e di una Medium che affronterà il lungo viaggio che lo condurrà alla consapevolezza che i suoi incubi nascondono qualcosa di molto più oscuro di…

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