O’ Gran Mogol

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Con un poco di ritardo, con Manu ce ne siamo andati per il weekend in un agriturismo dell’alto Lazio, scoprendo angoli sconosciuti del Tevere, avevamo proprio bisogno di staccare e goderci un poco di meritato riposo, visto quanto passato da agosto in poi, riprendo a parlare dei potenziali eroi dei romanzi steampunk italiani.

In particolare, mi dedico a uno dei più misteriosi e sfuggenti, Catello Filosa detto o’ Gran Mogol, di cui non si sa bene né la data di nascita, alcuni documenti riportano il 1740, altri il 1749, e il cognome, dato che alcuni autori lo citano come Filose.

Di certo sappiamo che nacque a Castellammare di Stabia, nel rione Fontana Grande, da Gennaro di professione marinaio e Agnella di Capua e che per citare uno storico locale di inizio Novecento, fosse un uomo

uomo dotato di una fervente fantasia e di uno grande spirito avventuroso

Secondo la leggenda, parti da Castellammare appena sedicenne: si racconta che assieme a un gruppo di amici, giocando sulla spiaggia nel pressi della Villa Comunale, avesse trovato un cofanetto con delle monete d’oro (il posto fu poi denominato “California”, terra dell’oro, per antonomasia).

Solo che questo misterioso tesoro fu sequestrato dalle autorità locali: Catello, per rivalsa, gridò loro che sarebbe tornato assai più ricco. Così il 1764 si imbarcò su una nave francese, vagò per un quinquennio in giro per il mondo, finché, lo sappiamo per certo da una citazione di un commerciante spagnolo, che parla dell’arrivo di una nave da lui capitanata, nel 1769 sbarcò a Calcutta. Da quel momento in poi, si hanno le idee vaghe su cosa abbia combinato.

Lascio la parola a un altro storico locale, il Rispoli

Sopra lo stabilimento delle acque minerali, dirimpetto la porta principale del Real cantiere miransi in un vigneto due torrette fabbricate dal cittadino di Castellamare Catello Filosa. Costui nato da onesta famiglia partiva dal nostro regno verso la metà del secolo scorso con oscuro nome, e la sua inclinazione lo portò nel Mogol ov’egli si diresse in cerca di prospera fortuna. Come fosse entrato in quel regno, e quali mezzi avesse adoperato per guadagnarsi la benevolenza di quel Monarca è a tutti ignoto, ed egli stesso ne fece un mistero. Certo si è che seppe talmente guadagnarsi l’affezione in quella terra straniera che addivenne milionario. Vi è chi dice: aver egli imparato in quelle milizie l’uso del cannone sopra lo affusto, avendo ivi trovato l’uso del cannone immobile. Il certo si è che ritornava ricchissimo col grado di Colonnello Portoghese, di Generale delle imperiali guardie del Gran Mogol e col decoroso titolo di Palaquin. Ritornato in Castellamare largì molto danaro per opere pie, e fece molti acquisti di case, e di terre e tra queste fu quel vigneto in cui miransi le suindicate torrette.

Da altri racconti, pare che in India si facesse chiamare col nome di Michele (nome che poi darà ad un figlio), così che per gli “indigeni” divenne “Mukel”. Comunque che sia possibile che abbia fatto fortuna come soldato da quelle parti, viste le vicende di Avitabile e di Ventura, non è da escludere.

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Neppure che fosse diventato un funzionario dell’amministrazione Moghul, potrebbe non essere una balla, come quelle di Solaroli: non esisteva il titolo di Palaquin nell’India dell’epoca, ma potrebbe essere anche una deformazione di palanquin, l’indiano palangki, la lettiga su cui si facevano portare in giro i membri della corte di Delhi.

La mancanza di informazioni sulla sua vita, può sembrare strana: in realtà, dato il disinteresse dei nostri storici sulle imprese degli avventurieri italiani in India, quel poco che sappiamo su di loro lo dobbiamo agli inglesi: se uno non avesse avuto a che con loro, colpendone la fantasia oppure gli fosse stato cordialmente antipatico, difficilmente ne avremmo notizia.

In ogni caso, qualunque cosa abbia fatto da quelle parti, nel 1799 Catello tornò a casa in fretta e furia e ricco sfondato, mantenendo la promessa fatta da ragazzo, portando con sé tre dei suoi 5 figli, Michele, Margherita e Nicola (al suo rientro rimasero in India, si dice, gli altri due che continuarono lì la sua avventura).

A Castellammare, Catello si comportò come una sorta di Giano bifronte: da una parte, appariva come uno stimato possidente. Comprò ville e vigneti, diede parecchie regalie alla chiesa locale, tanto da vedersi donare la cappella di san Nicola, sita nella navata di destra della Cattedrale, si iscrisse a una delle principali confraternite cittadine.

Dall’altra, con alcuni suoi atteggiamenti originali, colpì la fantasia dei suoi concittadini. In una sua tenuta, posta sopra le Terme, fece costruire una villa nelle cui mura furono incluse due torrette, dette ancora oggi “del Gran Mogol”, i n cui mise di vedetta, due scugnizzi, vestiti come sepoys, che dovevano scrutare il mare in cerca di vele provenienti dall’Oriente.

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Sempre nella stessa villa, fece innalzare un idolo dalla testa di elefante, immagino si tratti del buon Ganesha, a cui bruciava incenso, offriva ghirlande di fiori e libagioni a base di latte. Idolo che poi fu poi distrutto dai suoi figli. Pare inoltre che nelle sue uscite cittadine, si facesse precedere da schiave che distribuivano petali di fiori; è inoltre documentato che costituì un vero e proprio harem, posto in un palazzo in riva al mare, che ancora oggi è chiamato del Gran Mogol.

Il 3 aprile 1820, Catello morì, portandosi i suoi segreti nella tomba: fu sepolto, vestito come un principe indiano, nella chiesa delle Anime del Purgatorio. Nel testamento donava tutte le sue fortune alla Chiesa.

Secondo la leggenda, però, nelle notti d’inverno il suo spirito inquieto vaga sul molo, in prossimità della sorgente dell’Acqua Rossa. Se capitate da quelle parti e incrociate un vecchio vestito da Sandokan, con uno spiccato accento napoletano, non perdete occasione di farvi raccontare la sua storia…

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