Il ragioniere Compatangelo

capangelo

Tempo fa, parlando dei prigionieri trentini in Siberia nella Prima Guerra Mondiale, accennai ad Andrea Compatangelo… Dato che però la sua storia non sfigurerebbe in un mio romanzo, mi diverto a riprenderla.

Compatangelo era un ragioniere di Benevento, che per i casi della vita si era trovato a Samara, in Russia, la città dove si era rifugiato Tolstoj.

Il ragioniere, che si occupa di commercio di pellicce e di grano, non si annoia certo: sfruttando il suo fascino latino, è un noto dongiovanni, galante e intraprendente. Ama andare a teatro, suona il pianoforte, pare sia un discreto baritono, quando può, corre a fare i bagni di zolfo alle terme della città.

Poi, per non farsi mancare nulla, si diverte a fare il corrispondente dell’Avanti, dove racconta, a modo suo, le vicende della Russia Zarista.

Con lo scoppio della guerra, gli affari tracollano: in più con la cacciata di Mussolini, diventato interventista, dal quotidiano socialista, Compatangelo non si può neppure dedicare al suo hobby.

Così, per campare, fa quello che farebbe qualsiasi italiano nella sua situazione: apre un ristorante, in cui appioppa a ricchi russi pallide imitazioni della cucina napoletana. Neppure la Rivoluzione Russa lo scuote troppo: in fondo, anche i bolscevichi piacciono la pizza e i maccheroni.

Tutto cambia con la pace di Brest-Livost; la guerra è finita, ma da quelle parti ci sono tanti ex soldati italiani dell’esercito austroungarico. A Vienna e a Roma, poco importa di loro e visto la situazione, rischiano o di morire di stenti o di essere fucilati da bolscevichi o dai russi bianchi.

Compatangelo ha un’idea geniale: tira fuori dal magazzino di un teatro un vestito di scena, da generale napoleonico, lo adatta un poco, lo indossa, si autoproclama capitano capitano del Battaglione Savoia che inventa “per darsi autorità” e spacciandosi rappresentante ufficiale del governo di Roma, tratta la liberazione dei prigionieri con le autorità locali. Grazie al loro desiderio di liberarsi di inutili bocche da sfamare, alla sua faccia tosta e alla sua parlantina, ci riesce, radunandone 300.

Saccheggiando tutti i teatri di Samara, riesce a dare loro una divisa, su cui fa cucire le mostrine rosse. Così, il fantomatico Battaglione Savoia diventa una realtà. Il problema però, è dove portare quei 300 poveri cristi.

Andare verso Occidente non ne parla, si rischiano le cannonate. Così, dopo tanto pensare, Compatangelo ha un’idea: Tien-Tsin, la colonia, pardon concessione, italiana in Cina.

Ai tempi della rivolta dei Boxer, l’Italia spedì un corpo di spedizione, accroccato alla male e peggio, seguendo la solita idea di volere vincere le guerre, facendo combattere gli altri. E dato che a Roma, la Cina la conoscono solo dal Milione di Marco Polo e dai romanzi di Salgari, i nostri soldati andavano vestiti con una divisa in tela, elmetto di sughero coloniale e stivaletti; un’uniforme adatta alle guerre d’Africa, non al gelo di Pechino.

Tanto che, per non finire congelati, saccheggiarono interi magazzini di palandrane cinesi di tela variopinta; insomma più che militari, sembravano le comparse della Turandot. Nonostante questo, si fecero onore e così, Roma, abituata a prendere sole nei trattati di pace, fu premiata con un appezzamento paludoso, lungo un chilometro e largo cinquecento metri, in cui vi era pure un cimitero. Persone con un poco di cervello, l’avrebbero lasciato a se stesso, ma dato che ne andava dell’onore nazionale, fu tutto bonificato e lottizzato, per costruire graziose villette umbertine, con tanto di giardino, simile a quelle di via Luzzatti all’Esquilino.

Villette, che nonostante le numerose agevolazioni fiscali concesse ai nostri connazionali, furono comprate dai ricchi cinesi; d’altra parte, non che gli Italiani in zona abbondassero…

Però, per Compatangelo è il pezzo d’Italia più vicino come andare: per arrivarci,però, bisogna prima percorrere tutta la Transiberiana, arrivare a Vladivostock e imbarcarsi. Ma il nostro ragioniere non si perde d’animo: Nel luglio 1918 alla testa dei suoi 300, si dirige alla stazione di Samara, dove sequestra un treno e parte. Con lui vi sono due crocerossine. Pare che una, la sua amante e futura moglie fosse una granduchessa dei Romanof.

Il treno parte e comincia così questa anabasi moderna: strada facendo, Compatangelo e suoi arraffano tutte le mitragliatrici, i fucili e le munizioni che possono, per aprirsi la strada combattendo. Rubano locomotive, riparano binari, si allea con la Legione Ceca, altri poveri cristi, che per tornare a casa, dichiararono guerra all’Armata Rossa.

Lo stesso fa Compatangelo: ad un certo punto arriva a Krasnojarsk, città dove gli zar confinavano le teste pericolose, uno dei nodi ferroviari della Transiberiana, sconquassata dalla guerra civile. Dato che uno degli ufficiali della Legione Ceca gli racconta la balla che l’Italia ha spedito truppe per soccorrerli, decide di fermarsi, per aspettarle. Così, occupando il municipio, si autoproclama dittatore. I russi,
invece che prenderlo a cannonate, gli danno retta.

Compatangelo governa, decide, stringe alleanze, riattiva l’ospedale e la stazione del telegrafo, finché contattando Vladivostock, scopre che la storia dell’esercito italiano di soccorso era campata in aria: per cui riparte la folle corsa del suo treno. Rifiuta di mettersi al servizio dell”ataman Grigorij Michajlovič Semënov e sconfigge in battaglia Roman Nicolaus von Ungern-Sternberg, che cercava di fermarlo.

Attraversando la Manciuria, i militari cinesi vogliono sequestrare il treno e lo circondano in armi, ma il capitano Compatangelo spaventa gli ufficiali per le conseguenze di un gravissimoincidente internazionale.

Intanto, a Tien-Tsin cominciano ad arrivare le notizie di questo treno di folli, armati sino ai denti. All’inizio pensano che sia una sorta di leggenda, poi cominciano a sospettare che qualcosa di vero ci sia. Mandano una delegazione militare a Vladivostock.

Il treno si avvicina all’agognata meta. Dalla locomotiva, Compatangelo scorge il mare: ricordando Senofonte, comincia a gridare

Thalassa, thalassa

I suoi soldati cominciano a pensare che sia impazzito. Il treno ferma nella stazione di Vladivostock, dopo sei mesi di viaggio. Gli ufficiali italiani accolgono Compatangelo con tutti gli onori, gli urlano come pur essendo la Grande Guerra sia finita da due mesi, bisogna tornare a combattere contro l’Armata Rossa.

Lui si toglie la divisa, manda tutti al diavolo, sposa la sua crocerossina e si ritira in un albergo di lusso, per godersi il meritato riposo… Poi scompare nel nulla, senza citazioni o riconoscimenti né richiesti né tanto meno concessi.

ll suo battaglione però rimane, diventando il battaglione “rosso”, per distinguerlo dai Battaglioni Neri (nero era il colore delle mostrine da arditi). Riorganizzati a Tien-Tsin, i suoi soldati combattono di nuovo contro i bolscevichi. Al termine delle operazioni, è concesso loro di rientrare via mare in Italia, senza clamore, nel 1920.

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