San Polieucto

Capitello

La basilica di San Polieucto era un’antica chiesa di Costantinopoli, eretta inizialmente da Eudocia, moglie di Teodosio II, santa e pessima poetessa, per custodire il cranio dell’omonimo martire, soldato della XII Legio Fulminata stanziata a Melitene, in Armenia, ucciso sotto l’imperatore Decio (249-251) attorno al 250, sia per la sua fede cristiana, sia per la sua opposizione alle complesse regole della burocrazia imperiale: si narra infatti che all’ennesimo modulo da compilare in triplice per ottenere il libellus, certificato che attestava il rispetto degli antichi culti e quindi la fedeltà a Roma, abbia
cominciato a insultare e fare gestacci ai funzionari preposti.

Essendo Eudocia, nonostante la sua spropositata ricchezza, anche alquanto tirchia e avendo quindi lesinato sui materiali e sulla manodopera, la chiesa crollò in poco tempo: così la nipote Anicia, figlia dell’inutile imperatore d’Occidente Olibrio, decise di ricostruirla.

Il motivo era semplice: Anicia, come discendente di Teodosio, riteneva che il marito Areobindo meritasse la porpora imperiale: il fatto che lui non fosse d’accordo, quando nel 512, la plebe di Costantinopoli, in rivolta contro la politica religiosa e le tasse di Anastasio I, lo andò a prendere a casa per incoronarlo,  lui si diede alla macchia, per non avere rogne, era un particolare insignificante.

Ambizione sempre frustrata: così, quando Anastasio nominò Giustino, un soldato tanto valoroso, quanto ignorante,  Anicia la prese sul personale: per cui divenne lo scopo primario della sua vita dimostrare come la famiglia imperiale fosse costituita da caproni privi del minimo buon gusto, cosa che, tra l’altro provocò numerosi mal di testa e complessi di inferiorità al povero Giustiniano.

Quando lui costruì la chiesa di San Sergio e Bacco, dedicata tra l’altro, benché la cosa faccia fischiettare con aria alquanto imbarazzata pope ortodossi e parroci, a due santi dichiaratamente e orgogliosamente gay, lei per ripicca riedificò la chiesa di famiglia, surclassando l’opera di Giustiniano.

Per di più, per gettare sale sulla ferita, decorò la chiesa con un epigramma di 76 versi, di cui tornerò a parlare, Anicia si paragonava agli imperatori del passato Costantino I e Teodosio II come costruttrice di edifici, e affermava di aver superato il tempio di Salomone, sulle cui proporzioni il tempio sarebbe stato eretto. Scriveva infatti

Dopo Costantino che ornò così bene la sua Roma, dopo la santa ed aurea luce di Teodosio, dopo una così lunga serie di antenati imperiali, non ha essa compiuto un’opera sublime, degna della sua stirpe, e in pochi anni?

Insomma, mancava solo un Giustiniano tieh e il pubblico spernacchiamento sarebbe stato completo.

Tra l’altro, racconta quel pettegolo di Gregorio di Tours poco dopo la sua ascensione al trono, Giustiniano chiese all’anziana Anicia di contribuire al tesoro statale con una gran parte della sua fortuna; dopo aver temporeggiato un po’, Giuliana fece fondere il proprio oro e forgiare dei piatti, con i quali adornare l’interno del tetto della chiesa di San Polieucto, sottraendolo così alle mire dell’imperatore

In ogni caso, Giustiniano alla fine l’ebbe vinta, con la ricostruzione di Santa Sofia; il giorno della sua inaugurazione, l’imperatore esclamò

“Salomone, ti ho superato!”

aggiungendo forse, ma qui le cronache tacciono, un gesto dell’ombrello in direzione della tomba di Anicia.

La chiesa fu utilizzata fino all’XI secolo, quando fu abbandonata; da quel momento in poi fu spogliata delle sculture e degli altri elementi architettonici, sia dai bizantini che, dopo il sacco della città del 1204, dai crociati. Diversi pezzi provenienti da San Polieucto furono riutilizzati nel Monastero di Cristo Pantocratore (la moderna moschea di Zeyrek), mentre altri pezzi, come i capitelli, furono riutilizzati a Vienna, Barcellona e Venezia, tra cui i cosiddetti «Pilastri acritani» della basilica di San Marco a Venezia.

Da quel momento in poi, della chiesa si perse la memoria. Il sito, nel quartiere Saraçhane (l’antico Constantinianae), fu gradualmente occupato da case e da una moschea nel periodo ottomano.

Nel 1940 l’area fu demolita e nel 1960, durante la costruzione dell’incrocio tra le vie Sehzadebasi Caddesi e Atatürk Bulvari, iniziarono gli scavi. Furono scoperte volte di mattoni e sculture in marmo , tra cui frammenti del famigerato epigramma monumentale che adornava la chiesa.

Questi frammenti, insieme a citazioni sulla posizione approssimativa della chiesa nei testi bizantini che riguardano le processioni imperiali lungo la via Mese, permisero un’identificazione sicura dell’edificio. Il sito fu scavato estensivamente tra il 1964 e il 1969, sotto la guida di Nezih Firatli, dei Musei archeologici di Istanbul e di Roy Michael Harrison, del Dumbarton Oaks Institute.

Scavi che hanno permesso di ricostruire chiesa come una basilica di pianta all’incirca quadrata, con lato di 52 metri, una navata centrale e due laterali, con un nartece sul davanti preceduto da un atrio di 26 metri di lunghezza. A nord dell’atrio sono stati ritrovati resti di un altro edificio, identificato come il battistero della chiesa o con il palazzo di Anicia.

Altre informazioni, confermate dagli scavi, sono tratte dall’epigramma, che secondo Paul Beck si tratterebbe del mix di due composizioni poetiche indipendenti: la prima delle quali (vv. 1-41) correva lungo il fregio interno della chiesa mentre la seconda (vv. 42-76) accompagnava i mosaici di un ciclo costantiniano che decoravano le pareti dell’atrio.

Dalla prima parte, in cui sono presenti i versi

Dai due lati dell’andito centrale, colonne rizzate su colonne incrollabili sostengono i raggi di una cupola dal soffitto dorato, mentre, a destra e a sinistra, dalle incavature che si aprono in archi di cerchio, nasce un chiarore sempre cangiante come quello della luna

Appare come la cupola centrale fosse sostenuta da due semi cupole poggianti su altrettante esedre, il che ne farebbe un antecedente di Santa Sofia, composte da tre nicchie con un collegamento tra loro e situate sui lati settentrionale e meridionale dell’ambone. Lo spazio intorno alle campate occidentali della cupola dovrebbe essere stato voltato a botte o a crociera.

Dalla seconda parte, invece con i versi

E scorgerà sulla volta del nartece una grande meraviglia: alcune composizioni sacre, che mostrano come il saggio Costantino, fuggendo gli idoli, spense in sé il fuoco dell’empietà e trovò la luce della Trinità purificando le sue membra nelle acque

si intuisce come il nartece fosse decorato con mosaici rappresentanti la leggenda degli acta Silvestri, gli stessi che furono fonte di ispirazione della decorazione dell’oratorio di San Silvestro nella nostra chiesa dei Quattro Coronati.

Secondo questa leggenda, Costantino contrasse la lebbra nel corso di un’epidemia che imperversava sulla città di Roma. I sacerdoti di corte (Capitolii Pontifices), raccolti attorno al suo capezzale, sentenziarono che l’imperatore si sarebbe salvato bagnandosi nel sangue caldo di 300 fanciulli. I soldati cominciano a sequestrare i fanciulli ma, dinanzi al pianto delle madri, l’imperatore si commuove e da ordine di lasciarli. Durante la notte gli apostoli Pietro e Paolo appaiono in sogno all’imperatore e gli dicono che guarirà dalla lebbra se convocherà il vescovo di Roma Silvestro, rifugiatosi sul monte
Soratte, e sradicherà il paganesimo dall’Urbe, rigettando nell’abisso i falsi dei che lo hanno abbandonato.

Silvestro gli impone una settimana di digiuno purificatore, poi lo conduce là dove un tempo sorgeva il tempio dei Dioscuri, tra le mura diroccate ed i marmi corrosi dove ancora sgorga l’acqua sacra della fonte Giuturna. Costantino si immerge per tre volte nelle acque mentre l’eremita lo battezza consacrandone l’anima all’unico vero Dio.

Più che celebrare la vittoria sul paganesimo, in giro di credenti in Zeus ce ne erano rimasti pochini, Anicia esaltava il suo ruolo nel favorire la ricomposizione del cosiddetto scisma acaciano celebrata ufficialmente nel marzo del 519 sotto Giustino I, che costituiva il trionfo dell’ortodossia sancita dal Concilio di Nicea.

A questi mosaici si affiancava una decorazione che definire esuberante è poco: negli scavi sono stati trovati frammenti di avorio, ametista, vetro dorato e colorato. Forse influenzata dal marito, che aveva combattuto a lungo contro la Persia, Anicia introdusse nella decorazione elementi decorativi tratti dall’arte sasanide: pavoni che fanno la coda, alberi, racemi, vasi da cui fuoriescono strane forme vegetali.

Il tutto accompagnato dieci placche a rilievo con le immagini di Cristo, della Vergine Maria e degli apostoli, sopravvissuti agli iconoclasti, gli antenati della consigliera Cinque Stelle del I Municipio Giusi Campanini, nemica giurata della street art che non sia dipinta da psedo artisti grillini, e da due busti, il ritratto di Anicia e della nonna Eudocia.

Ora, Il bizantinista e studioso della tarda antichità Rod Kalemin, invece, sostiene una tesi “eretica” e alquanto bislacca, che ha poco a che fare con la storia, ma che è divertente citare, visto che ha a che fare con l’Esquilino: partendo da una serie di dati storiografici (da pare che Olibrio dimorasse negli Horti Liciniani), da analisi stilistiche (basate sul confronto con il Tesoro dell’Esquilino e il materiale tardo antico riconducibile agli scavi di fine Ottocento) e di analisi chimiche (sostiene che il marmo non sia del Chersoneso, ma di Luni), ritiene che una parte della decorazione marmorea della chiesa sia stata
realizzata dalle officine imperiali del rione, poste nelle adiacenze del Sessoriano, e poi trasportata nel Bosforo…

In più, sostiene, sempre basandosi sull’analisi stilistica (derivazione dei capitelli di Santa Maria in Dominica da quelli di San Poliecto e la diffusioni di un apparato decorativo simile in Gallia, nel regno visigoto e nell’Africa Bizantina) e sulla chimica, che queste officine abbiano continuato a lavorare per buona parte dell’Alto Medioevo, rilavorando i capitelli dei palazzi imperiali della zona (Horti Liciniani, Lamiani etc) ed esportandoli come beni di lusso nel Mediterraneo Occidentale…

Il che se fosse vero, ma ci credo poco, assieme agli studi più seri e fondati sulle fondazioni ecclesiastiche dell’epoca, suggerisce l’idea che il rione fosse più “popolato” ed attivo economicamente di quanto si potesse sospettare…

8 pensieri su “San Polieucto

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