Splinder

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Tipic opera con due marchi: Splinder in Italia e Motive negli Usa, vanta 320mila utenti registrati, poco più dei creatori dei diversi blog, 5,2 milioni di visitatori unici mensili e 35 milioni di pagine sfogliate sul web al mese. Ma nonostante questi dati roboanti, Tipic ha chiuso l’ultimo esercizio (ad aprile) con un fatturato di soli 90mila euro e un risultato netto in pareggio. In pratica ogni utente registrato ha finora generato ricavi per 0,28 euro all’anno. Sono poco di più i ricavi medi per blog: 0,40 euro all’anno. Dada ha accettato di pagare Tipic 50 volte il fatturato, è cioè 14 euro per ogni registrato e 20 euro per blog. Google ha comprato YouTube a 23 dollari ad utente.

Azzardo o scommessa vincente? E’ presto per dirlo. Le idee sulla carta non mancano, ma le incognite neppure

E’ un appunto che ho trovato in una vecchia cartella, tratto da un articolo, di cui però non ricordo la fonte. Parlava di Splinder, che, a mio avviso, rappresenta una della tante occasione perdute dell’IT in Italia.

Quando è nato, era una soluzione innovativa, per due aspetti, di cui all’epoca non ce ne rendevamo conto: l’avere integrato due piattaforme differenti, l’instant messaging con il blog e per avere creato una community: idee che erano alla base dei social network.

Solo che, come spesso succede da noi, i nostri genialoidi manager non sono riusciti a sfruttarli a pieno: non hanno trovato un modello di business efficace, non hanno puntato sull’innovazione e non hanno dato, nonostante vi fossero tutte le premesse, un respiro globale all’iniziativa.

Così Splinder, che era una soluzione ibrida, invece di espandersi, è stato cannibalizzato dai social network e dalle piattaforme di blogging che nel frattempo, si erano evolute. Ora, fino a qui ha parlato Brugnoli… Ora lascio al parola ad Alessio, che in fondo, è stato nel 2001 uno dei primi utenti.

Forse perché avevo sedici anni di meno sul groppone ed ero giovane, scemo e caro agli dei, ricordo con tanta piacere l’esperienza: scrivendo boiate su brugnols.splinder.com mi sono fatto le ossa come scrittore, ho ampliato i miei interessi, ho conosciuto tante persone che mi hanno arricchito l’anima.

Ho rimorchiato, fatto amicizia, impelagato in imprese assurde, come provare a fondare avanguardie: senza Splinder ad esempio, non avrei mai conosciuto Sandro Battisti e non mi sarebbe mai venuto in mente di scrivere fantascienza o non avrei mai avvicinato al mondo artistico.

La grande forze e follia di quella community, diciamola tutta, era la capacità di passare dal virtuale al reale. Mi ricordo come, senza alcun problema, decine di sconosciuti, accomunati dal fatto che si leggessero e commentassero i post a vicenda, partissero per cene, gite, viaggi.

Perché, in fondo, tutti noi avevamo l’illusione che le parole contassero veramente qualcosa e potessero cambiare il mondo…

Morto Splinder, per qualche tempo ho smesso di scrivere post, poi, per pubblicizzare il romanzo, ho ricominciato con Il Canto Oscuro… E la differenza, dovuta agli anni, si vede: Brugnols era un diario, un esplodere delle emozioni e delle idee improvvise che mi saltavano in testa.

Il Canto Oscuro è, tranne quando mi arrabbio per l’Esquilino, una raccolta di appunti, di materiali che prima o poi finiranno nei miei racconti o romanzi… Proprio questo rende testimonianza del passaggio tra la gioventù alla maturità…

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Luce incostante

Albert

Come dovrebbe essere noto a tutti, ma visto quello che sta accadendo in questi giorni ai Laboratori Nazionali del Gran Sasso, comincio ad avere qualche dubbio sulle competenze scientifiche dell’italiano medio, dei giornalisti che segue e dei politici che vota, la teoria della relatività di zio Albert, si basa su un postulato fondamentale: la velocità della luce nel vuoto è costante, ossia, qualunque sia la velocità di chi effettua la misura, il suo valore è sempre pari a circa 300.000 chilometri al secondo, cosa avrebbe fatto rizzare i capelli a Galileo e Newton, perché, per la fisica classica, ogni corpo che si muove e ogni onda che si propaga, pensiamo al suono, ha una velocità che dipende dallo stato di moto dell’osservatore.

Postulato che neppure fa a botte con le leggi della meccanica quantistica: secondo tale teoria, la luce ha una duplice natura, ondulatoria e corpuscolare. Associata all’onda luminosa vi è infatti un pacchetto discreto di energia, il quanto di luce, il buono e caro fotone; tuttavia, la luce nel vuoto, sia che la si consideri come un’onda, sia che la si consideri come particella, sempre a 300.000 Km costanti nel tempo va.

Però questo postulato, presuppone un’idea di fondo che forse non proprio così scontata: che il vuoto sia effettivamente vuoto e che sia uniforme. Però, dal 2013 in poi, quest’idea è stata rimessa in discussione da alcuni fisici.

Il primo, mi pare, ma potrei sbagliarmi, dovrebbe essere stato Marcel Urban dell’Université du Paris-Sud, il quale è partito da un ragionamento simile a quello che ha portato alla definizione della radiazione di Hawking: di fatto lo spazio vuoto pullula di particelle virtuali, in coppia con le loro antiparticelle, che appaiono e scompaiono quasi immediatamente in un continuo processo di annichilazione tra materia e antimateria. Però, nel frattempo, introducono delle perturbazioni (o fluttuazioni quantistiche) nella posizione e nell’impulso di una particella reale, secondo il principio di indeterminazione di Heisenberg.

Particelle reali, che possono essere, per esempio i fotoni, i quali, con una certa probabilità, possono interagire con la quantità di carica delle particelle virtuale, mutando la loro velocità, rallentando o accelerando.

Ipotesi analoga, ma con un approccio diverso, è stata formulata da Gerd Leuchs e Luis Sánchez-Soto del Max Planck Institute for the Physics of Light in Erlangen: i due ricercatori partono dall’idea che la propagazione della luce sia caratterizzata dalla relazione con tutto l’insieme delle tipologie di particelle elementari. Gli autori calcolano che ci dovrebbero essere almeno 100 “specie” di particelle che possiedono una carica.

Ma il modello standard delle particelle elementari ne identifica molto meno: l’elettrone, il muone, il tauone, sei tipi di quark, il fotone ed il bosone W. Esiste una grandezza fisica, chiamata impedenza del vuoto, che dipende dalla permittività elettrica del vuoto, cioè dalla capacità di resistere ai campi elettrici, e dalla sua permeabilità magnetica del vuoto, cioè dalla capacità di resistere ai campi magnetici.
Sappiamo che le onde luminose sono costituite sia dai campi elettrici che dai campi magnetici, perciò se modifichiamo la permittività e la permeabilità del vuoto dovute alle particelle virtuali, si potrà misurare una variazione della velocità della luce. In questo modello, l’impedenza del vuoto, che dovrebbe accelerare o rallentare la velocità della luce, dipende dalla densità delle particelle virtuali.

Infine, vi è un approccio, più recente e molto alla Big Bang theory, basato sulle diverse teorie della gravità quantistica, in particolare la LQG, in cui, senza perdersi in spiegazioni contorte, si ipotizza come il vuoto sia “mezzo gravitazionale”. Secondo queste teorie, questo “mezzo gravitazionale” conterrebbe delle disomogeneità – o fluttuazioni – estremamente piccole, dell’ordine della cosiddetta “lunghezza di Planck” pari a 10-33 cm, ovvero 10 miliardi di miliardi di volte più piccola del diametro di un protone. Una sorprendente conseguenza della presenza di queste disomogeneità sarebbe che fotoni di
diversa energia non viaggerebbero più tutti a alla stessa velocità nel vuoto, ma potrebbero avere velocità differenti che dipendono dalla loro energia: maggiore è l’energia del fotone, maggiore sarà l’effetto dovuto alla gravità quantistica.

Ora, tutte queste ipotesi possono essere verificate però per accumulare un ritardo di un millesimo di secondo circa è però necessario che i fotoni viaggino per miliardi di anni. Ciò significa che per poter osservare un effetto di questo tipo, gli astrofisici devono osservare una sorgente molto luminosa, distante da noi almeno qualche miliardo di anni luce e che emetta fotoni ad alta energia.

In questi giorni, un passo in avanti, in questa direzione, è stato compiuto da Maria Grazia Bernardini,dell’Università di Montpellier, in Francia, e associata dell’Istituto nazionale di astrofisica (INAF) in collaborazione con la sezione INAF di Milano.

Bernardini ha usato come campione di riferimento per la misura della velocità dei fotoni lampi di raggi gamma (gamma-ray burst, GRB), brevi ma potentissime emissioni di radiazioni elettromagnetiche da sorgenti cosmiche dovute alla fusione di stelle di neutroni.

Dalle analisi effettuate, sottraendo l’effetto intrinseco dovuto al ritardo di emissione, gli autori non hanno potuto né convalidare né escludere le previsioni delle teorie della gravità quantistica, ma stabilire un nuovo limite sull’energia oltre la quale gli effetti di gravità quantistica diventano importanti. Per cui, diventa fondamentale, per verificare il tutto, la nuova generazione di osservatori, come il Cherenkov Telescope Array, un progetto internazionale per l’osservazione da Terra di raggi gamma di altissima energia, e sulla rete di microsatelliti HERMES, un progetto che vede coinvolte diverse sezioni INAF, università italiane e centri di ricerca europei e statunitensi.

Vabbè, nell’ipotesi che questa velocità della luce nel vuoto non sia costante, che cambia ? No, non possiamo costruire il motore a curvatura… Però, per prima cosa, abbiamo una prova della validità della teoria LQC, il che farebbe candidare al Nobel qualche mattacchione de La Sapienza e provocherebbe parecchi coccoloni tra i sostenitori della teoria delle Stringhe. In compenso, avremmo compiuto un grande passo avanti nell’unificare Relatività e Meccanica Quantistica, che come detto altre volte, pur essendo entrambe valide, assieme fanno a botte.

Trasformazione

Inoltre, dovremmo riscrivere le trasformazioni di Lorenz, con i relativi impatti sulla Relatività e sulle equazioni di Maxwell; però, dato che entrambe continuano a funzionare bene, non mi aspetto impatti drammatici. Da scrittore, posso ipotizzare come la p(c) intesa come la probabilità che un fotone abbia una certa velocità c nel vuoto sia una gaussiana, con un valore medio pari a 300.000 chilometri al secondo e una varianza molto stretta, il che renderebbe le formule attuali delle ottime approssimazioni, utilizzabili nel concreto

Però, dal punto della narrazione fantascientifica si aprono scenari interessanti: dalla questione del “sapore” dei neutrini, dato che se si considera la loro energia costante e varia la velocità della luce nel vuoto, ciò impatterebbe sulla loro massa all’idea che l’eventuale fondo (rumore) cosmico di onde gravitazionali non possa dipendere solo dal Big Bang o dagli impatti relativistici di tale variazione sulla massa di buchi neri o di stelle a neutroni.

Oppure, ipotizzare civiltà aliene che abbiano utilizzato questo meccanismo per realizzare immensi computer quantistici ad alta energia,tanto computazionalmente potenti, quanto instabili..

Altered Carbon: arriva la nuova serie Cyberpunk di Netflix tratta dall’omonimo romanzo

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Altered Carbon è destinato probabilmente a essere la più costosa serie Tv prodotta finora da Netflix, con un costo di produzione che si aggirerà sui 6-7 milioni di dollari a puntata. La serie Netflix di dieci puntate sarà basata sul romanzo dello scrittore e sceneggiatore inglese Richard K. Morgan e racconta un mondo dove la coscienza può essere trasferita da un corpo all’altro, rendendo l’immortalità una realtà possibile. Altered Carbon avrà dei toni decisamente cyberpunk che ricorderanno un po’ anche le atmosfere di Blade Runner. Lo show arriverà sui nostri schermi nel 2018.

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Dialettiche

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Tanti amici mi stanno chiedendo un parere sulla vicenda Tuba Bazar: premesso che non sono la persona più indicata a esprimermi, perché non conosco a fondo la vicenda. Inoltre, non mi vergogno a dirlo, nonostante sia un retakers della prima ora, ho sempre più dubbi sul retroterra ideologico che anima alcuni volontari.

No accetto ad esempio, il concetto che il degrado non sia solo un fatto estetico, ma strutturale, che si combatte non solo pulendo per terra una volta ogni tanto, solo per mettersi la coscienza a posto, ma costringendo quel servizio pubblico a lavorare meglio e impegnandosi affinché cambi il modello di sviluppo cittadino, basato su logiche ottocentesche e che, per interesse o ignoranza, ha paura di confrontarsi con le sfide delle nuove tecnologie.

Perché sospetto che l’ideologia del decoro sia una sorta di oppio dei popoli, capace di deviare l’attenzione dai problemi strutturali della città, per concentrali si minuzie del tipo, cito un caso su cui mi è caduto l’occhio questi giorni:

“Quanto sono cattive le femministe che hanno osato attaccare nei portici di Piazza Vittorio, che noi condomini stiamo facendo crollare, un manifesto contro la discriminazione omosessuale”.

E soprattutto, perché non riesco a digerire il continuo, ossessivo slogan, che sa tanto di attacco di classe: il degrado è colpa dei poveri. Slogan che equipara un senzatetto, una persona con problemi, testimonianza del fallimento del nostro modello di welfare, in un cumulo di rifiuti.

Per cui non sono obiettivo. Tra l’altro non conosco neppure le condizioni reali della serranda oggetto del contendere, magari faceva assai schifo. Però, essendo una proprietà privata e avendo chiesto le proprietarie del locale, per le loro visione del mondo, su cui si può essere o non essere d’accordo, chiesto per lettera di non metterci mano, beh, la loro volontà doveva essere rispettata: l’essersene fregati è per lo meno una mancanza di educazione e di rispetto.

E detto fra noi, in una situazione analoga, il sottoscritto sarebbe stato assai meno contenuto ed educato, come reazione delle signore del Tuba Bazar. Poi, se fosse vero, ma a me sinceramente non mi pare, però giudico dalle foto, non dall’esperienza concreta, che sulla serranda del Tuba fosse stata presente un’installazione artistica, sia le proprietarie, sia l’autore dell’opera hanno tutto il diritto, per la stessa legge citata nell’annosa battaglia per il murale del Mercato Esquilino, di denunciare i retakers, che qualche volta hanno le idee assai vaghe sulla street art.

La ciliegina sulla torta, però, si è avuta con l’intervento di Roma Fa Schifo, con il suo invito al linciaggio mediatico… Azione che è stata un boomerang, perché ha procurato tanta pubblicità gratuita al Tuna Bazar, che però conferma un lato preoccupante di tale blog e di chi lo gestisce: il volere imporre un pensiero unico, in cui si demonizzano gli eretici e i dissenzienti.

Perché Roma fa Schifo, come tanti in Italia, dietro un apparente moralismo, ha costruito un business sull’ignoranza, sulle paure e sui sentimenti peggiori dei romani: per alimentarli, deve sempre buttare benzina sul fuoco, creare il caso, fare nascere dal nulla il nemico da combattere, a volte immaginario.

Non c’è molta differenza tra lui e chi, come le Iene o i 5 stelle dell’Abruzzo, vuole azzoppare la fisica…

Il successo della loro demagogia rappresenta la misura della nostra decadenza.

 

Buon compleanno, tesoro

 

Per oggi, niente chiacchiere, polemiche o discussioni… Voglio solo scrivere due righe, per fare gli auguri di buon compleanno a mia moglie, la donna tanto dolce e tosta che mi sopporta ogni giorno e che mi asseconda in tutte le mie imprese…

Sono stato fortunato ad averti incontrato, tesoro mio, e grazie di condividere la tua vita con me !

Mille di questi giorni, cucciola !

 

Disponibile per il download gratuito l’intervista ad Amedeo Balbi

KippleBlog

È disponibile gratuitamente su tutti i portali ebook e, naturalmente, sul sito Kipple, l’intervista con fumetto ad Amedeo Balbi, nata da un’idea di Roberto Bommarito e Alessandro Napolitano; l’incontro è stato organizzato in collaborazione con l’Associazione Culturale Electric Sheep Comics, mentre le tavole e i disegni interni sono di Marzio Mereggia. Il lettering è di Claudio Fallani e la copertina è di Ksenja Laginja.

Il tema dell’intervista verte sul ruolo dell’uomo nell’universo e vira su altre suggestioni aliene e astrofisiche tenute insieme dalla passione per la Fantascienza e la Scienza, passando per gli argomenti che interessano l’umanità sul procinto di una possibile Singolarità Tecnologica.

Amedeo Balbi è nato a Roma nel 1971, è professore associato di astronomia e astrofisica al Dipartimento di Fisica dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. È autore di oltre 90 pubblicazioni scientifiche, i suoi interessi di ricerca spaziano dall’origine dell’universo…

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Drovetti, console d’Egitto

Drovetti

Ogni eroe, per essere tale, deve confrontarsi con un avversario alla sua altezza: altrimenti, se vince facile, perde molto del suo fascino. Così, Belzoni, senza l’arcinemico Drovetti, sarebbe assai meno fascinoso.

Anche perché il buon Bernardino Michele Maria Drovetti, nato il 4 gennaio 1776 a Barbania, un ridente paesino del Canavese, figlio del notaio Giorgio Francesco e della contessa Anna Vittoria Vacca, ha tanto da dire di suo.

A 15 anni fu spedito a studiare a Torino, dove si laureò in Legge l’1 aprile 1795 e di certo, senza la Rivoluzione Francese, sarebbe stato uno dei tanti notai di provincia: invece, si trovò coinvolto nell’epopea napoleonica, come Avitabile e Ventura.

Solo che, a differenza del suo conterraneo Solaroli, beh, Bernardino il soldato lo fece seriamente, arruolandosi nel 1796 (27 legère) come soldato semplice. Presente all’assedio di Mantova, è promosso sergente maggiore, quindi sottotenente (1° ag. 1797). Nel governo provvisorio (dicembre 1798-aprile 1799) diventa segretario del Comitato di sicurezza generale durante le ultime settimane, più che altro perché tutti gli altri possibili candidati alla posizione, si erano dati dalla macchia.

Con l’arrivo dei russi, Bernardino scappa di corsa in Francia, ma invece di starsene buono, buono, con la ripresa delle ostilità nel ’99, si presenta volontario e viene nominato capitano nella 1ademi-brigade piemontese dal generale J.-E. Championnet; passa poi allo stato maggiore della cavalleria dell’armata di Riserva come aiutante di campo e prendere parte alla mitica battaglia di Marengo e, nell’agosto dello stesso anno, divenne comandante di squadrone negli ussari piemontesi.

Marengo, dove, tra l’altro, si comporta da vero eroe: salva la vita a Gioacchino Murat facendogli scudo con il suo corpo e perdendo alcune dita di una mano. Nel febbraio 1801 il generale Colli, noto voltagabbana lo vuole come capo di stato maggiore della divisione piemontese dell’Armata d’Italia; però Bernardino, stanco della vita militare, canticchiando

Non più andrai farfallone amoroso

Da le dimissioni dall’esercito, vista anche la sua invalidità. Il problema, è che fare per riempirsi lo stomaco: il Colli, lo fa nominare giudice posto di giudice presso il tribunale criminale di Torino, ma lo stipendio arriva una volta ogni tre. Per cui, bisogna inventarsi un altro mestiere. Bernardino scrive così a Murat, che in debito di riconoscenza, rompe le scatole a Napoleone, il quale, per toglierselo dalle scatole, nomina Drovetti  sottocommissario alle relazioni commerciali ad Alessandria d’Egitto, promettendo come tale carica sia provvisoria e che presto arriverà un incarico di prestigio a Parigi.

Così, pieno di fiducia nella parola del Primo Console, si imbarca assieme a De Lesseps, il console generale in Egitto. Però, De Lesseps, più scafato di Bernardino sui complessi meccanismi della burocrazia francesce, capisce subito come tale altisonante incarico sia una sola cosmica, per cui, millantando un non ben precisato malessere, se ne ritorna, nel 1804 a Parigi, nominando Drovetti console generale al suo posto.

Bernardino, che è un bell’uomo, atletico, colto e brillante, amante del buon vino e insofferente “alle mode ridicole” dei suoi tempi, vorrebbe anche lui tornarsene a casa, ma ahimè, per dirla alla francese, la femme ci mette lo zampino.

In quell’anno conosce l’amore della sua vita Rose Rey Bathalon. Si racconta che fosse un tipetto molto accorto, parsimonioso e semi-analfabeta. Certo è che fosse sposata con un marsigliese, dal quale ebbe quattro figli! La passione però prende il sopravvento, magari spinta dal clima ardente e dall’ ambiente esotico… Ed è così che Rose chiese il divorzio… Solo che questi benedetti documenti, anche per colpa di Tallyerand, non arrivano… E senza questi, appena si sbarca in Europa, si finisce al gabbio per bigamia…

Per cui, Bernardino è costretto a rimanere in Egitto, in cui a questi dettagli di burocrazia matrimoniale si fa poco caso: per sua fortuna, diventa grande amico del pascià d’Egitto Mohammed Alì. Nel 1807 addirittura, salvò il trono al pascià: gli inglesi, preoccupati dalla politica ambiziosa di Mohammed Alì, avevano mandato in Egitto una spedizione militare, guidata dal generale Mackenzie Fraser, per spodestarlo, con l’aiuto dei bey mamelucchi..

Mackenzie Fraser, sbarcato ad Alessandria, tenta di arrestare Bernardino, che si becca anche un paio di pistolettate, ma il buon Drovetti, travestito da cammelliere, riesce a sfuggire, raggiunge il Cairo, dove si mette a capo di un esercito improvvisato, sconfigge gli inglesi che tentano di conquistare con un colpo di mano la città. In più, manda un messaggero Mohammed Alì che stava combattendo contro dei ribelli al sud del paese.

Mohammed, capita l’antifona, prende armi e bagagli e marcia a Nord, per prendere a randellate inglesi e ribelli. Al momento della resa di Fraser, Bernardino, con molta fatica, riesce a convincere il suo amico pascià che non è una prassi accettata dalla diplomazia europea l’impalamento dei generali avversari…. Proprio questo gesto di generosità, gli permette, alla caduta di Napoleone di barcamenarsi alla meno peggio.

Nel 1811 giunge poi in Egitto, in missione segreta, il colonnello. Boutin, con l’incarico di studiarvi la situazione militare nell’eventualità di una nuova invasione francese. Bernardino, dato il suo ruolo, lo accompagna nell’Alto Egitto, facendo il doppio gioco, informando Mohammed e convincendo Boutin che è meglio avere un alleato che un nemico in più. In più scopre che tutte le anticaglie faraoniche possono essere piazzate a peso d’oro presso i ricconi europei.

Scoperta che viene poi confermata durante il viaggio di De Cherville, linguista francese, con cui, vestito da beduino, esegue un censimento delle lingue parlate lungo il Nilo. La caduta del regime napoleonico trasforma Bernardino in un disoccupato.; non essendo ancora giunto il suo successore, Roussel, durante i Cento giorni Bernardino rialza il tricolore sulla legazione francese e, nel giugno 1815, si dichiara ancora fedele al Murat, suo antico protettore. Ovviamente, dopo Waterloo, Bernardino è cacciato a pedate dal consolato: il problema è come diavolo campare. Muhammad Pascià, pur chiedendo continuamente consigli, non vuole assumerlo… A un certo punto, Bernardino ha un’idea: visto che sono tanto richieste, diventerà un commerciante di anticaglie.

Nei primi mesi del 1816,così Bernardino compie il suo primo vero e proprio viaggio di esplorazione in Alto Egitto, arrivando sino alla seconda cataratta, dove tenta, senza successo, di convincere gli indigeni, seguaci del motto

Tu pagare cammello, tu vedere cammello

ad aiutarlo nei lavori necessari per portare alla luce il tempio di Abu-Simbel. In più, per dare evidenza al suo nuovo business, Bernardino si costruisce casa in cima uno dei piloni del tempio di Karnak.

Nel frattempo, durante la sua assenza, è giunto ad Alessandria il nuovo console generale inglese H. Salt, destinato ad essere per un lungo periodo (il Salt morì in Egitto nel 1827) il suo maggior rivale sia nell’attività politica. In più dal giugno 1815 operava in Egitto il buon Belzoni, che comincia a fargli concorrenza.

Nel 1816 Drovetti avvista un obelisco sull’isola nilotica di File e si accorda con l’aga del villaggio, dietro congrua mancia, perché glielo conservi. Due anni dopo viene a sapere che l’obelisco è in viaggio per l’Inghilterra, mittente Belzoni, che pare abbia compensato il capo locale con un orologio d’oro. E quando pochi mesi dopo avviene un contatto ravvicinato tra le due squadre di «cacciatori», gli uomini del piemontese assalgono quelli del padovano, e a un certo punto dalla pistola di Drovetti parte un colpo di pistola. Dopo quell’episodio Belzoni lascerà l’Egitto per non farvi mai più ritorno.

Nel febbraio 1819 Bernardino, alla ricerca di nuove possibili antichità, parte assieme al viaggiatore francese F. Caillaud, per il suo secondo giro di esplorazione alle oasi di Dakel e di Kharga; in più nel marzo 1820 viene incaricato da Mohammed Alì di sottomettere le tribù beduine che infestano la zona dell’oasi di Siwah: compito che con un contingente di 2000 uomini e qualche cannone, porta al termine senza grossi problemi, trovando il tempo, oltre che per arraffare qualche reperto archeologico, anche di classificare le specie botaniche della zona e di compilare un piccolo vocabolario della lingua locale.

el corso di questi anni Bernardino, a gratis, perché, come detto, non ricopriva alcun incarico ufficiale, non aveva mai abbandonato il suo ruolo di abile consigliere del pascià, il quale, praticamente sovrano indipendente del paese, aveva dato inizio ad un vasto programma di riforme e ammodernamento dell’Egitto; in particolare Bernardino . aveva seguito il lavoro di riorganizzazione delle finanze egiziane e della Zecca, e aveva caldeggiato la rimessa in opera dell’antico canale Mahmoudieh, che mette in comunicazione Alessandria con il Nilo e quindi con Il Cairo (compiuto nel 1819).

A Parigi si rendono conto di questo ruolo e quindi, dati i crescenti interessi per il Nord Africa, decidono di approfittarne: nel 1821, all’improvviso, Bernardino si ritrova di nuovo non solo console per i francesi, ma a seguito di una serie di liti tra Zar e Sultano, anche per i Russi. Se da una parte continua ad affiancare l’amico pascià nella sua opera di riforma, lo convince ad imporre l’obbligo della vaccinazione antivaiolosa, al contempo deve smettere di dedicarsi al commercio di antichità.

Solo che lo stipendio, dalla Francia, arriva ogni morte di papa: per cui, per mantenersi, decide di vendere al migliore offerente la sua collezione privata, che comprende 169 papiri. 102 mummie, 95 statue di grande valore. Tra i papiri spicca il Canone Reale, che è alla base della cronologia egiziana, mentre tra le statue, vi figurano veri capolavori, come quella di Ramesse II.

La sua intenzione è di vendere la collezione alla Francia, ma il prezzo richiesto è troppo alto e non se ne fa niente. Intanto nella vicenda interviene un altro viaggiatore piemontese, Carlo Vidua, che si prodiga affinché i reperti, ammassati in un magazzino di Livorno , non prendano la via di Parigi:

«Questo affare mi sta moltissimo a cuore»

scrive a un amico.

«Desidero che i forestieri non possano più dire: “Turin est une ville fort jolie et régulière, mais il n’y a presque rien à voir”».

Brillante intuizione della possibile vocazione turistica della città, a cui il re Carlo Felice aderisce acquistando nel 1823 la collezione per una cifra enorme: 400 mila lire, pari a circa 700 milioni di euro. Niente male per un piccolo Stato militare come era il Regno di Sardegna.

A Torino i reperti – ottomila pezzi, tra i quali grandi statue, sarcofagi di pietra, papiri, mummie, amuleti, tutti oggetti di primaria importanza, da cui si svilupperà la moderna egittologia – giungono sotto la neve, accolti nella Reale Accademia delle Scienze che diventa il primo museo al mondo interamente dedicato all’antico Egitto. Dopo lunghi mesi di studi e catalogazione, l’apertura al pubblico, l’8 novembre 1824.

E subito a Torino accorre Jean-François Champollion, che ha appena decifrato la stele di Rosetta e vuole mettere alla prova la sua scoperta.

Nel 1825, nell’ambito dei provvedimenti relativi allo sviluppo agricolo dell’Egitto, Bernardino suggerisce di incrementare la coltivazione cotone e grazie alle sue relazioni piemontesi in particolare con Michele Benso marchese di Cavour, presidente della Società pastorale e papà del più noto Camillo, fa importare un gregge di pecore merinos introducendone l’allevamento nel paese.

Per ricambiare questo gesto, Mohammed Alì regala al Piemonte un elefante indiano di 27 anni chiamato Fritz, che diventerà una della attrazioni della Palazzina di Caccia di Stupinigi. Nel 1828, intanto, Bernardino compie il capolavoro diplomatico della sua vita: riesce a convincere Mohammed Alì a ritirarsi dalla Morea, permettendo così l’indipendenza della Grecia. In più, con l’arrivo in Egitto della spedizione di di Champollion e Rossellini, capisce che la sua epoca è finita. Così dopo aver piazzato al Louvre un’altra collezione, per 150.000 franchi, pagabili in cinque comode rate, nel 1829 si ritira a vita privata.

Passa gli ultimi anni viaggiando per l’Europa e facendo il consulente sia in ambito agricolo, sia in quello geopolitico. Il 3 marzo 1852 è ricoverato nell’ospedale di San Salvario, dove muore il 9 alle 21, per problemi causati da idropisia e disturbi neurologici.

L’11 marzo si svolgono i funerali Nel testamento, scritto il 23 febbraio, lascia disposizioni per l’autopsia sul suo corpo: voleva avere la certezza di essere morto davvero per non rischiare di essere seppellito vivo (terrore molto diffuso all’epoca)!  Indica come suoi eredi i poveri di Torino e Versailles. E’ sepolto al Monumentale.

Il suo monumento funebre è del 1855 e si trova in una nicchia un po’ nascosta: un busto opera dell’Albertoni lo raffigura con lunghi capelli e folti favoriti, baffi e pizzetto puntuto, l’espressione decisa (una copia della scultura si trova in Piazza Umberto I a Barbania). E’ posto su un grosso piedistallo decorato in cima da un simbolo egizio sotto cui sono incise queste frasi:

Qui giace Bernardino Drovetti F. di Giorgio, insignito di molti ordini e ascritto a molte accademie d’Europa

Nato a Barbania il 7 gennaio 1776, morto in Torino il 9 marzo 1852

Fu dottore in ambe leggi, reggente il Ministero di Guerra, uffiziale e console generale di Napoleone I in Egitto

Promosse colà il progresso e vi raccolse preziosi monumenti onde si creò il Museo Egizio, precipuo ornamento di questa città

Morì qual visse: benefico, chiamando i poveri a suoi eredi.

C. Cagnon e C. Mosca senatori del Regno, amici ed esecutori testamentari di lui posero questa memoria 1855