Giovanni Battista Belzoni, esploratore

Mentre incrocio le dita, in attesa di notizie da Pippi, anche se le cose sembrano volgere in positivo, seguendo i suggerimenti del buon Augusto, mi dedico a raccontare la vita di un uomo, Giovanni Battista Belzoni, capace di far impallidire parecchi personaggi di romanzi e film…

Giovanni Battista nacque il 5 novembre 1778 a Padova, all’epoca ancora parte dei domini della Serenissima, da Giacomo e da Teresa Pivato, donna dalla statura fuori dal comune, che fu ereditata dal figlio che fin da bambino fu soprannominato il Gigante e Giambatta, nella zona di Borgo Portello, cuore popolare della città del Santo. Un tempo il quartiere era circondato dall’acqua, un’isola urbana avvolta da un ramo del fiume Bacchiglione, a pochi passi dalla chiesa di Santa Sofia, una delle più antiche di Padova, costruita sulle fondamenta di un tempio romano dove si celebrava probabilmente un culto sincretico agli dei solari Apollo e Mitra. Il suo vero cognome era Bolzon, ma in età adulta, per darsi un tono, lo cambiò in Belzoni e millantò di essere “di famiglia romana, stabilita da lungo tempo a Padova”.

Il padre era un barbiere e avendo una bottega avviata, tento di educare Giovanni Battista alla nobile arte del rasoio, della forbice e del pettine: ma lui non volle sentire ragione, tanto che a 13 anni, assieme al fratellino Francesco di 9, scappò da casa, aggregandosi, come il buon Goldoni, a una compagnia d’attori girovaghi.

Raggiunto dal padre a Ferrara, a forza di schiaffoni fu costretto a tornare a casa e a più miti consigli: ma dato che era più testardo di un mulo, ritentò l’impresa; a sedici anni si trasferì a Roma, per studiare idraulica forse presso il Nazareno, dove gli Scolopi, grazie a Padre Gaudio, avevano messo su un’ottima scuola dedicata a tale branca della fisica.

Per risparmiare sulla retta, Giovanni Battista prese gli ordini minori: cosa abbia fatto in quel periodo, poco si da, però, a volte, mi piace pensare come la sua figura erculea, era più di due metri di muscoli, abbia ispirato l’immaginario romano, dando spunto per il leggendario zifrà Antonio, una specie di Bud Spencer in abito talare, che a inizio Ottocento, a suon di mazzate convertiva i reprobi nelle viuzze del Rione Monti.

A ogni modo, il catechismo non era il maggiore interesse di Giovanni Battista: con l’arrivo delle truppe napoleoniche, gettò la tonaca ai rovi: però vista la sua stazza, a qualche ufficialone francese venne l’idea di arruolarlo a forza; ma lui a tutto pensava, tranne che a farsi prendere a schioppettate per la gloria dell’Imperatore. Per cui, si nascose nella cripta dei cappuccini, in quella che è adesso via Veneto, da dove poi scappò nascosto in una botte vuota, simile ai nani de lo Hobbit.

Non sapendo come campare, si trasferì a Parigi, dove si mise a fare il venditore di santini; ma visto che all’epoca la religione tirava poco, tornò a Padova. Assieme al fratello,All’inizio del 1800 insieme al fratello minore Francesco parte per Amsterdam per cercare di migliorare ancora le sue conoscenze di ingegneria idraulica. Non riesce tuttavia a trovare lavoro e torna di nuovo a casa, dove si lancia in una nuova impresa imprenditoriale: apre uno spettacolo di lanterne magiche, che ebbe ebbe un discreto successo che attirò delle gelosie.

Accusato di avere malmenato un gruppo di soldati francesi, prese baracche e burattini e cambia aria di nuovo: visti i problemi passati, sfruttando la breve tregua garantita dal trattato di Amiens, decise di trasferirsi nell’unico posto in cui non poteva avere problemi con Napoleone, Londra.

Il problema era come campare in terra d’Albione: sfruttando il suo fisico, si buttò negli spettacoli circensi, interpretando il ruolo di “Patagonian Samson” (“Sansone Patagonico”) e di Black Congo, il capo di una tribù di cannibali africani. al teatro Sadler’s Wells e al circo Astley di Londra, vicenda che forse ispirerà Verne nel raccontare le vicende giapponesi del Jean Passepartout, ne Il Giro del mondo in Ottanta Giorni.

Se l’idea di interpretare un capo cannibale a noi moderni può apparire scontata, più strana può apparire quella del patagone: ma all’epoca, questo tipo di selvaggio andava assai di moda. Nel 1797, infatti, lo scienziato e poligrafo Carlo Amoretti aveva scoperto nella Biblioteca Ambrosiana, dove era bibliotecario, le relazioni di viaggio del buon Antonio Pigafetta, che si credevano perdute, in cui parla proprio dei primitivi dei primitivi della Patagonia, che così entrarono nell’immaginario collettivo.

Lo spettacolo di questo colosso dai riccioli rossi e gli occhi azzurri, vestito con calzari di corda e un gonnellino di pelle, un copricapo di piume sulla testa, l’ampio torace nudo, che indossava un’imbragatura di metallo con due pedane laterali, su cui dieci acrobati costruivano una piramide umana, colpì l’immaginazione del londinese medio.

In più, in questo periodo trovò anche moglie: durante le  tournée teatrali in Gran Bretagna Giovanni Battista conobbe Sarah Banne. Fu un colpo di fulmine; la sposò dopo poco mesi. Di lei abbiamo una descrizione particolare niente meno che di Charles Dickens in un suo articolo dal titolo The Story of Giovanni Belzoni che ne parlò come una giovane donna carina dall’aria delicata. Sarà pure, ma per vivere accanto a Giovanni Battista, doveva avere un carattere forte come l’acciaio.

Dovendo così mantenere famiglia, Giovanni Battista non solo si mise in proprio, ma cominciò a dedicarsi a spettacoli all’estero: si esibì in Spagna, Portogallo e Palermo, per poi trasferirsi a Malta, con l’idea poi di andare a cercare fortuna a Istanbul. Ma a La Valletta, la vita di Belzoni cambiò di colpo. Per caso, conobbe Ishmael Gilbratar un agente commerciale di Mehemet Alì, il pascià d’Egitto che cercava tecnici per rendere più efficiente la gestione delle acque del Nilo.

Giovanni Battista si ricordò di quanto studiato in gioventù e decise di tentare la sorte. Sbarcò ad Alessandria d’Egitto il 9 giugno 1815, accompagnato dalla moglie e da un servitore irlandese, mentre era in corso un’epidemia di peste. Appena poté raggiunse Il Cairo dove rimase estasiato dalle bellezze archeologiche. Così scrisse nel suo diario di viaggio

La vista di che godemmo allora era d’una bellezza tale, che la penna tenterebbe invano di potere descrivere. La nebbia distendeva sulle pianure d’Egitto un velo, che andava alzandosi e scomparendo a misura che il sole si approssimava all’orizzonte : nello sciogliersi quel velo leggero ci lasciò vedere tutta la contrada dell’antica Menfi

Al Cairo conobbe il console generale inglese Salt, grande collezionista di antichità, l’esploratore svizzero Johann Burckhardt, lo scopritore di Petra, che si era convertito all’Islam e che si faceva chiamare Sheikh Ibrahim e una bislacca compagnia di piemontesi, a cui capo vi era console francese di Alessandria d’Egitto, Bernardino Drovetti, nato a Barbania nel 1776

Ufficiale napoleonico, si guadagnò la fiducia nientemeno che di Giocchino Murat salvandogli la vita nella battaglia di Marengo, Bernardino si stava arricchendo con il commercio dei reperti faraonici. Con lui vi erano Antonio Giovanni Lebolo, originario di Castellamonte, anche lui ex militare napoleonico fuggito in Egitto dopo Waterloo. Era talmente dentro la sua parte che abitava in una tomba nella Valle dei Re. Scavò per anni e una sua mummia è diventata pietra miliare nella storia dei mormoni (venne venduta al teatrante americano Michael Chandler, insieme a alcuni papiri che poi vennero tradotti in modo totalmente fantasioso e furono la base del canone della dalla chiesa mormone fondata da Joseph Smith). Il compagno di Lebolo era il sabaudo Giuseppe Rosignani, disertore dall’esercito francese che si unì a Drovetti dal 1811 al 1834: è ricordato per il tentativo di uccidere Belzoni. Infine,veniva da Moncalieri il dottor Filiberto Maruchi (o Marucchi), medico curante del governatore di Tebe.

Giovanni Battista, in tutt’altre faccende affaccendato, ignorò gli affari di codesti tizi, finché non riuscì a ottenere il tanto sospirato incontro Mehemet Alì, al quale presentò il progetto di una macchina a forza animale che con un complicato sistema di ruote e corde prelevava l’acqua dal fiume per poi distribuirla sui campi.

Mehemet Alì, guardò il progetto sia al dritto, sia al rovescio. Si spostò il turbante, per grattarsi la testa, per poi riguardare di nuovo il tutto, per poi uscirsene con l’equivalente arabo del

“A pischè, me stai a cojonà co’ sto triccheballacche ?”

al seguito del quale Giovanni Battista capì come fosse il caso di inventarsi un altro mestiere. Così, agghindato da beduino, andò a chiedere a Salt di impiegarlo nelle sue campagne di scavo per British Museum. Salt, più per toglierselo dalle scatole che per altro, gli affibbiò il compito di recuperare un busto, del peso di sette tonnellate, che giaceva tra le rovine di Tebe e che era nota come il Giovane Memmone (ma che in realtà era del faraone Ramses II)

In maniera inaspettata per tutta, combattendo contro il caldo, la lentezza degli operai locali, la corruzione e le menzogne dei capi tribù pronti a vendersi al migliore offerente, Giovanni Battista ce la fece.

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Fece costruire un’enorme barella al falegname che si è portato dietro da Alessandria: facendola rotolare sui pali avrebbe permesso di arrivare alla barca. Ma prima bisognava riuscire a metterci sopra la statua. Con l’aiuto di quattro leve, Giovanni Battisti fece sollevare il busto fino a poterci infilare sotto la parte posteriore della barella. Poi ripeté l’operazione con la parte anteriore. Una volta caricata, si trattava solamente di farla avanzare un po’ alla volta in sicurezza fino al fiume. Ci vollero 14 giorni. La vicenda, poi, ispirò Shelley per il suo sonetto Ozymandias (e quindi Belzoni è alla base di Watchmen…)

Durante il viaggio di ritorno avvistò un obelisco sull’Isola di Iside sul Nilo e ne prese possesso in nome delle autorità britanniche Si diresse quindi verso Assuan dove il suo amico Burckhardt nel 1813 aveva notato le rovine di un tempio ricoperto di sabbia presso Abu Simbel. Lì Giovanni Battista accarezzò l’idea di aprire un varco e di essere il primo a penetrare all’interno del tempio. Ci avevano già provato in tanti, tra cui l’inglese William Bankes, Giovanni Finati, un italiano di Ferrara, convertito anche lui all’Islam ed ex soldato dell’esercito del pascià e l’immancabile Drovetti.

Giovanni Battista tentò anch’egli nell’impresa titanica di spostare l’enorme quantità di sabbia che ricopriva le rovine. Finite le risorse finanziarie, Salt era noto per il braccino corto, decise di rimandare il progetto, non prima tuttavia di incidere il suo nome su una statua di Ramses II.

Sulla via del ritorno Giovanni Battista trovò non poche difficoltà dovute agli ostacoli che da quel momento in poi riceverà da Drovetti, che aveva cominciato a temere il nuovo concorrente nel mercato della antichità egizie. Si arriverà ad una vera e propria guerra di spie, con tanto di attentati, sabotaggi e minacce di morte. Drovetti arrivò addirittura a orchestrare la distruzione di 12 statue che Giovanni Battista aveva rinvenuto nell’Isola di Philae presso il Tempio di Iside. Il padovano tuttavia non sembrava prestare molta attenzione a questi sotterfugi e ritornando verso nord proseguì gli scavi tra Karnak
e la Valle dei Re, riportando alla luce un’altra importante statua, quella del faraone Sethi II e aprendo al contempo un passaggio attraverso la tomba del faraone Ay, una delle 8 tombe reali che Belzoni scoprirà nella sua carriera di archeologo.

Rientrato al Cairo con il Giovane Memmone Giovanni Battista scoprì che Salt, il suo finanziatore, aveva cominciato a finanziare anche un altro italiano, Giovanni Battista Caviglia, da Genova, capitano di mercantile ed esploratore, che aveva individuato l’ingresso della piramide di Cheope e lavorato al dissotterramento della Sfinge.

Salt cercò di fare collaborare Belzoni e Caviglia. Il padovano ammirava il genovese ma, come scrisse nel suo resoconto di quei giorni, voleva andare per la sua strada:

Pensando che non fosse giusto dividere la gloria di un uomo che aveva di già fatte tante cose da solo non volli prestarmi.

Giovanni Battista cercava gloria personale e convinse Salt a finanziargli un secondo viaggio nell’Alto Egitto: gli sarebbero state pagate le spese e avrebbe ottenuto una lettera di raccomandazione dalla Society of Antiquaries di Londra a cui vendere eventualmente i manufatti trovati, ma non avrebbe ricevuto nessun compenso.

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Nella sua seconda spedizione, accompagnato da un uomo di fiducia di Salt, Henry Beechey e fronteggiando gli atti di sabotaggio di Drovetti, Belzoni riuscì a portare alla luce a Luxor la testa del faraone  Thutmosi III, anch’essa oggi al British Museum.. Il 1° agosto, dopo varie difficoltà logistiche e ambientali riuscì poi a penetrare nel tempio di Abu Simbiel, scoprendo delle sale magnifiche, ma nessun oggetto di valore trasportabile. Ritornato poi a Luxor, fece un ritrovamento sensazionale, la tomba del faraone della XIX dinastia Sethi I (padre di Ramses II) con undici stanze affrescate e un sarcofago di
alabastro finemente scolpito.

Un trionfo, guastato tuttavia dalle incomprensioni con Salt, che lo definisce un suo “impiegato”, cosa che offese a morte Giovanni Battista, convinto di lavorare per l’Inghilterra e per il British Museum. Poco dopo ricevette anche la notizia della morte per dissenteria del suo amico Buckhardt a soli 32 anni.

In questo momento di profondo scoramento, Giovanni Battista cominciò a studiare la piramide di Chefren che gli espertoni locali ritenevano non avesse un ingresso e che fosse in realtà una struttura senza camera funeraria. Belzoni non era convinto e non volendo essere da meno di Caviglia cominciò una metodica osservazione del terreno circostante. Non ne parlò con nessuno, perché così vicino al Cairo la probabilità che orecchi indiscreti avessero potuto rubare le informazioni era ancora più alta. Nel corso dei rilievi all’inizio del 1818 si convinse che certi segni visibili sul lato nord fossero l’indicazione che sotto al terreno sabbioso vi fosse l’ingresso della piramide

Lo scavo fu una fatica immane e durò in tutto un mese. Ma i fatti gli diedero ragione, perché dopo 4500 anni in cui nessun uomo aveva messo piede nella tomba di Chefren, Belzoni poté entrare nel tempio funebre e incidere nella roccia la scritta “Scoperta da G. Belzoni. 2. mar. 1818.”, una scritta visibile ancora oggi.

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Arrivato a Tebe per la sua terza spedizione , dall’aprile 1818 al febbraio 1819, Giovanni Battista scoprì come Salt e Drovetti si fossero spartite le aree di scavo, non lasciando nulla ad agenti indipendenti. Tuttavia, con un colpo di fortuna, riuscì in due giorni di lavoro a trovare una statua di Amenophis III, anch’essa oggi al British Museum. Poi precedendo un agente di Drovetti Fréderic Caillaud, identificò i resti di Berenice, il porto sul Mar Rosso fatto costruire da Tolomeo II, assieme al medico ed artista Alessandro Ricci.

Quando Giovanni Battista giunse nuovamente a Tebe incontrò Salt ed il grande esploratore ed egittologo inglese William John Bankes, che gli commissionarono il trasporto dal tempio di Philae fino a Luxor dell’obelisco di cui aveva preso possesso nel primo viaggio. Tale obelisco, scoperto nel 1815 dallo stesso Bankes, recava incise, oltre ai geroglifici, le corrispondenti frasi in greco antico; nel 1822 comparando queste incisioni l’egittologo francese Champollion avrebbe avuto una decisiva verifica della sua decifrazione dei geroglifici Belzoni riuscì a trasportare il monumentale reperto a Luxor e
Drovetti, che da anni progettava di essere lui a portarlo in Europa, quando lo vide andò su tutte le furie arrivando alle mani con Giovanni Battista.  Drovetti era un personaggio troppo influente, tanto da essere anche il consigliere militare del Pascià; con questo incidente Belzoni si rese conto che la sua carriera di esploratore in Egitto era finita.

La causa processuale che ne seguì fu lunga e, con i buoni uffici di Salt, si risolse in un nulla di fatto, ma costrinse Giovanni Battista a trattenersi in Egitto anziché tornare subito in Europa come aveva previsto. Fu così che si mise ancora in viaggio, scoprendo l’oasi di Siwa dove si trovava il tempio dell’oracolo di Amon, famoso nell’antichità per aver predetto il futuro ad Alessandro Magno

A settembre del 1819 i Belzoni furono a bordo di una nave con destinazione Venezia. Arrivarono a Padova i primi di dicembre. Qui le accoglienze furono grandi. L’eco delle sue imprese di Giovanni Battista e le due statue che regalò alla municipalità spinsero i governanti ad attribuirgli grandi onori, tra cui il conio di una medaglia commemorativa. Le statue rappresentano due sfingi che sono ancora oggi custodite nel Palazzo della Ragione in città. Giovanni Battista strinse amicizia con l’architetto neoclassico Giuseppe Jappelli, dandogli l’ispirazione per il progetto della sala egiziana nel famoso caffè
Pedrocchi.

Dopo due soli mesi si imbarcò per Londra dove arrivò il 31 marzo 1820. Poco dopo l’editore inglese John Murray pubblicò i resoconti della sua esperienza egiziana Narrative of the Operations and Recent Discoveries in Egypt and Nubia, riccamente illustrato da Alessandro Ricci e dallo stesso Belzoni

Il libro fu un grande successo, tradotto in molte lingue tra cui il tedesco e l’italiano. Per Belzoni fu il culmine del successo che ha sempre desiderato, le sue frequentazioni londinesi diventarono altolocate e di prestigio. Nel 1821 organizzò con William Bullock quella che è a tutti gli effetti la prima grande mostra dedicata all’Antico Egitto. Occupò le sale di un palazzo di Piccadilly che William Bullock voleva trasformare in un luogo di spettacolo, un po’ museo, un po’ circo, un po’ teatro. Mostra in cui vi fu esposta anche la ricostruzione della tomba di Sethi I e in cui Giovanni Battista tornò su di un palcoscenico quando, di fronte a una grande folle che faticava ad entrare, effettuò live la dissezione di un mummia.

Nello stesso anno, nella loggia massonica dell’arca reale, di cui faceva parte anche il duca di Sussex, organizzò una mostra di gran successo a Parigi e nel 1822 fu invitato in Russia dove a San Pietroburgo fu accolto con grandi onori dallo zar Alessandro I in persona, che gli regalò un prezioso anello con un topazio.

Il problema è che Giovanni Battista si annoiava: così la sua sete di avventure ed il bisogno di denaro lo spinsero ad accettare l’offerta che nel 1823 l’associazione africana di Londra gli fece per compiere una spedizione alla ricerca delle sorgenti del Niger. Questo fiume era pressoché sconosciuto agli europei, ed era stato raggiunto per la prima volta pochi anni prima dal grande esploratore scozzese Mungo Park, che vi aveva rinvenuto la antica città di Timbuctu poco prima di morire sul fiume stesso. Da anni questa associazione si era posta come obiettivi primari la scoperta delle sue sorgenti e di quella  leggendaria città. Burckhardt era morto alla vigilia della sua partenza per una spedizione, finanziata dall’associazione, che si proponeva di arrivarci da oriente

Così Giovanni Battista partì da Londra ai primi del 1823 e iniziò nella primavera una penetrazione verso l’interno africano a partire dalle coste del Marocco. Ricevuto amichevolmente a Fez dallo sceriffo, s’inoltrò lungo le montagne dell’Atlante ma, appena ebbe oltrepassato la regione dei Tafilalet, dovette tornare alla costa atlantica per lo stato di guerra che regnava ai confini del Sahara. Imbarcatosi poco dopo, senza seguito, alla volta del golfo di Guinea, sbarcò nel possedimento britannico di Cape Coast da dove, in compagnia del mercante britannico John Houston e con un salvacondotto del re del
Benín, partì il 22 novembre. 1823 verso l’interno. Giunti a Gwato però Giovanni Battista venne colpito dalla dissenteria, e in pochi giorni morì, con l’assistenza del solo Houston, il 3 dicembre 1823.

Houton, che lo accompagnava in questa spedizione, lo fece seppellire ai piedi di un albero alla periferia di Gwato, e sulla tomba fece apporre un’epigrafe recante il nome e la data di morte di Giovanni Battista. Fece anche scrivere la seguente preghiera:

Il gentiluomo che ha messo questa epigrafe sulla tomba del celebrato e intrepido viaggiatore, spera che ogni europeo che visiti questo posto faccia pulire il terreno e riparare lo steccato intorno, se necessario

Un viaggiatore europeo che tornò sul luogo circa quarant’anni dopo non trovò nient’altro che l’albero

9 pensieri su “Giovanni Battista Belzoni, esploratore

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