Cadorna

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In questi giorni, per il centenario di Caporetto, si è tornato a parlare di Cadorna: come sempre succede in Italia, in cui tutti sono commissari tecnici, ministri e grandi generali, ci si divide tra chi lo disprezza a prescindere, la maggior parte, e qualcuno che lo difende a spada tratta. La realtà, come sempre, è nel mezzo, con le sue luci e ombre e probabilmente la maggior parte degli strateghi da tavolino di questi giorni, messe nelle stesse condizioni, non avrebbe fatto di meglio.

Cadorna era un uomo dell’Ottocento, testardo come un mulo, poco diplomatico, incorruttibile e dal grande sangue freddo: cosa che molti ignorano, era cultura smisurata in tutti i campi compresa la storia dell’arte, aiutato anche da una memoria fuori del comune (recitava la Divina Commedia a memoria); parlava il francese come l’italiano. Amava la montagna e conosceva tutta la linea del fronte che aveva anche dipinto in vari acquerelli.

Quando fu nominato al posto di Pollio, era alla soglia dei sessantuno anni, non aveva ancora ricevuto alcun comando operativo su teatro di guerra. Così, provo di esperienza, si trovò catapultato nel mezzo della Grande Guerra.

Il primo problema che dovette affrontare fu la Politica: a differenza della Francia, della Russia e della Germania, in cui le sue ragioni erano subordinate a quelle dei generali, cosa che fece precipitare gli eventi nel 1914, in Italia accadeva il contrario. Cadorna sapeva che avrebbe dovuto combattere, ma non contro chi e quando. Così, lui che dal 1912, quando era stato messo a capo della seconda armata, di stanza a Genova, si era dedicato all’approntamento delle fortificazioni della frontiera con la Francia e allo studio della cooperazione tra fanteria e artiglieria, che gli appariva necessaria per lo sfondamento delle difese nemiche, in pochi mesi dovette ridisegnare da zero tutti i piani di guerra.

In particolare, i negoziati con l’Intesa, avviati il 4 marzo, i negoziati si protrassero sino al 26 aprile, mentre l’incertezza che regnava allora nei circoli politico-diplomatici, conseguenza di una condotta improntata a simili criteri opportunistici, determinò un significativo ritardo nell’emanazione dei primi ordini di mobilitazione

Dopo le prime disposizioni per una mobilitazione parziale e puramente cautelativa, soltanto il 5 maggio Cadorna venne esplicitamente informato da Salandra della necessità di una mobilitazione generale, nella prospettiva di scendere in guerra contro l’Austria-Ungheria entro il giorno 26 dello stesso mese.

L’articolo 2 del Patto di Londra, firmato da Salandra (ma garante il Re) all’insaputa di Cadorna, obbligava l’Italia a tenere impegnati gli austriaci con tutte le proprie risorse. Di fatto poneva quindi l’esercito italiano alle dipendenze del comando alleato che ne richiese l’impegno ogni volta che i tedeschi attaccavano il fronte francese, il che limitava di molto la libertà operativa di Cadorna, come successe in occasione di Caporetto.

Il secondo problema era tattico-organizzativo: l’approccio prussiano di Pollio, con le sue manovre avvolgenti e a tenaglia, presupponeva un elevato livello di addestramento dei soldati e dei sottufficiali, ufficiali di notevole preparazione e un terreno adatto: per la cronica mancanza di fondi, i primi due requisiti non erano mai stati soddisfatti, portando a meschine figure in Libia. Per la seconda, le Alpi e il Carso non permettevano la stessa mobilità e flessibilità tattica delle pianure polacche e del nord della Francia.

Per trovare un’alternativa, serviva del genio: Cadorna, nonostante i suoi guizzi di creatività, non ne aveva, come d’altra parte Joffre, Haig e Nivelle. Le sue idee erano differenti da quelle dei generali suoi contemporanei: dalla dottrina francese incentrata essenzialmente sull’elan, sino alla massima austriaca del «Vorwärts bis in den Feind» (“Sempre e in ogni caso avanti fino al nemico”).

Cadorna nel suo “libretto rosso” si diceva convinto che un movimento offensivo si sarebbe sempre risolto in un attacco frontale, reso costosissimo dalle moderne armi se non ben preparato e condotto; riteneva però che il coordinamento delle varie armi, lo sfruttamento del terreno da parte delle catene di tiratori avanzanti e una fredda determinazione del comandante avrebbero permesso di effettuare con successo anche un attacco frontale. Erano però necessari comandanti autorevoli, quadri affiatati, truppe disciplinate: e appunto all’istruzione dei reparti era dedicata l’ultima parte, in cui si
raccomandavano esercitazioni di quadri a partiti contrapposti sul terreno e sulla carta.

Le stesse conclusioni a cui erano arrivati i generali tedeschi: solo che loro queste cose le avevano, noi no. Per averle, Cadorna cominciò dalle cose più facili: conoscendo i suoi polli e memori delle figure da cioccolatai compiute negli anni precedenti a causa di generali impegnati nel battibeccare tra loro, accentrò su di sé il comando; in più, non avendo questo grande carisma, si convinse che il modo migliore per non fare cadere nel caos le sue truppe, era imporre una disciplina ferrea.

E la situazione oggettiva non lo aiutava: Pollio gli aveva lasciato nelle mani un esercito da operetta, sulla carta moderno ed efficiente, nella pratica un manicomio: la mancata istruzione delle reclute di terza categoria obbligava al richiamo di ben 13 classi di leva per reperire gli organici di soldati da inviare in prima linea, con un aggravio di tempi tutto a favore del nemico; la milizia mobile, prevista nell’ordinamento dell’Esercito, non era neppure stata costituita; l’artiglieria da fortezza non era in numero sufficiente per armare tutte le opere terminate e dichiarate operative; in caso di mobilitazione
generale solo alcuni Corpi d’armata avevano aggiornato la lista dei quadrupedi da precettare; dei 36 reggimenti di artiglieria da campagna previsti sulla carta, 5 non erano ancora costituiti e 5 erano in fase di completamento; delle 86 batterie di cannoni da 75mm modello 1911 – Deport – di cui era prevista l’entrata in servizio già nel 1913, solo 12 erano costituite nel 1914; per le batterie da montagna non era stato ancora previsto il materiale, mentre i reggimenti pesanti campali avevano gli obici ma non i cannoni.

Per il tipo di guerra che si andava delineando, era grave anche la situazione delle sezioni di mitragliatrici: la dotazione sulla carta era di una sezione di mitragliatrici per battaglione di fanteria dell’Esercito permanente, una per ogni Reggimento di milizia mobile e per ciascun Reggimento di cavalleria, e due avrebbero dovuto essere pure le sezioni per ogni battaglione alpino; in realtà in caso di mobilitazione si poteva contare solo su 150 sezioni di mitragliatrici per tutto l’Esercito.

Anche l’istruzione militare era carente per la scarsità di poligoni e campi di addestramento, che rendeva difficoltoso il richiamo per istruzione di soldati già congedati. Ciliegina sulla torta, visto che per la Triplice Alleanza dovevamo fare la guerra alla Francia, le carte geografiche del territorio austriaco erano vecchie e di scala molto grande, e non ne esistevano di particolareggiate. In più, mancavano collegamenti ferroviari dedicati alle tradotte militari e nelle stazioni di confine era inadeguato il numero di binari per la sosta dei treni in arrivo e partenza

Cadorna, con un inaspettato talento organizzativo, riusci a rendere questo bordello un dignitoso strumento bellico. E fece questo con un’energia implacabile, facendo pulizia, esonerando 206 generali e 255 colonnelli, organizzando una logistica dignitosa, e ampliando l’organico: i 548 battaglioni di fanteria del 1915 diventavano 867 nel 1917, con un armamento immensamente superiore, con 3.000 pezzi di medio calibro invece di 246 e 5.000 di piccolo calibro invece di 1.772.

Il terzo problema era strategico e qui Cadorna poteva fare ben poco: le Alpi sono quelle che sono e nonostante la buona volontà del Duca d’Abruzzi, la marina non poteva garantire la superiorità sul nemico, né l’esercito era attrezzato per gli sbarchi in grande stile. L’unica possibilità era l’Isonzo.

In parallelo, scontrandosi sia con la politica italiana, ancorata a un’ottica risorgimentale e ai comandi alleati, che non riuscivano a guardare oltre le Fiandre, aveva ottica globale del conflitto. Avrebbe voluto ridurre le forze italiane in Libia e Albania e accrescerle in Macedonia, dove potevano rappresentare un reale pericolo per il nemico. Era pure favorevole al più stretto coordinamento con gli eserciti alleati, cercando nel 1915 l’appoggio dei Russi e dei Serbi, scatenando più di una offensiva concordata con gli Anglo-francesi, proponendo nel 1917 il concentramento degli sforzi dell’Intesa contro l’Austria-Ungheria, punto debole della coalizione nemica.

Cadorna, a differenza di quanto si dice, era uno dei pochi generali della I Guerra Mondiale ad avere capito la guerra moderna, la Materialschlacht, naturale conseguenza della guerra di logoramento indotta dall’avvento delle trincee. Anche in questo caso il ragionamento sotteso alle decisioni di Cadorna seguiva una semplice logica quantitativa (in relazione alla qualità delle truppe, alle caratteristiche del terreno, alla situazione logistica ed alle alleanze), basata sull’approccio che prevedeva maggiore potenza di fuoco per scalzare trinceramenti sempre più estesi e profondi.

Strategia che però, per essere implementata efficacemente, aveva necessità di una base industriale che l’Italia non aveva: dovendo fare le nozze con i fichi secchi, all’inizio dovette basarsi con cinismo sulla massa umana, contando nella maggiore capacità italiana di sopportare le perdite.

Con il tempo, come già detto, fu progressivamente sostituita dalla potenza di fuoco: questo approccio stava portando l’Austria-Ungheria alla disfatta in virtù della semplice disparità delle forze in gioco: già all’epoca della conquista di Gorizia, Cadorna aveva appena cominciato a intaccare le proprie riserve umane, mentre gli austro-ungarici dovettero in quel momento fronteggiare la prima seria crisi dall’inizio delle operazioni.

All’indomani dell’undicesima battaglia dell’Isonzo la situazione austriaca si era fatta disperata, con il solo monte Ermada rimasto ormai a sbarrare il passo all’avanzata italiana attraverso il Carso in direzione di Trieste: la resistenza era giunta a un punto di rottura, e proprio tale evidenza indusse l’Alto Comando tedesco a concedere infine gli agognati rinforzi che portarono alla costituzione della XIV Armata in vista di quella programmata offensiva di alleggerimento.

Di fatto Caporetto fu l’inaspettata conseguenza della sua visione strategica…

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