Tornando a San Polieucto

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Premesso che sono un sostenitore dell’ipotesi tradizionale, ossia che la decorazione di San Polieucto sia made in Costantinopoli, anche perché altrimenti non si spiegherebbero i motivi decorativi di ispirazione sasanide, approfittando del ritrovamento a Venezia di un altro pezzo di tale chiesa, torno a parlare dell’ipotesi di Kalemin, che invece afferma una sua origine romana, in particolare, da un’officina di lapicidi con sede al Sessoriano, ossia all’Esquilino.

Una delle obiezioni più sensate a questa ipotesi è la seguente: come è possibile che una bottega di artisti attiva all’incirca dall’età teodoriciana fino a Gregorio Magno, abbia lasciato tracce solo a Costantinopoli e non in zona ?

Kalemin, reinterpretando in maniera creativa le ricerche di Eugenio Russo, si è messo di buzzo buono, per trovare nel nostro rione queste benedette tracce… E secondo lui, le avrebbe trovate. ll primo argomento che porta a favore della sua tesi, sono i capitelli del ciborio e le transenne dell’altare che il presbitero Mercurio, che divenuto papa, fu il primo a cambiare nome, assumendo quello di Giovanni, fece erigere in S. Clemente a Roma al tempo di papa Ormisda.

Entrambi decoravano la chiesa sotterranea: quando questa fu abbandonata, dopo il sacco normanno, furono riutilizzati. Il capitello, in cui si legge l’epigrafe MERCVRIVS PB SCE ECclesiae romanae servuS DNI, servì per decorare il monumento funebre del ricchissimo cardinale Antonio Jacopo Venier (tra l’altro titolare anche di San Vito e Modesto), scolpito da un seguace di Mino da Fiesole.

Mercurio

La transenna, con l’iscrizione ALTARE TIBI DEVS SALVO HORMISDA PAPA MERCVRIVS PRESBYTER CVM SOCIIS OF(fert) fu invece utilizzato come materiale di costruzione dell’ambone. Dalle analisi e ricerche di Kalemin, sembrerebbe come entrambi gli elementi scultorei siano stati realizzati nel marmo di Luni, invece che in quello del Procanneso, per cui non possono essere stati realizzati a Costantinopoli. Inoltre, la loro datazione dovrebbe coincidere con il 522 d.C. Ora, se diamo per buona la data del 524 d.C. per l’inizio dei lavori di ricostruzione da parte di Anicia Giuliania della basilica di San Polieucto, la decorazione di San Clemente potrebbe considerarsi una sorta di prova generale del magnus opus costantinopolitano.

Kalemin, poi prosegue la sua analisi, paragonando i plutei e i pilastrini fatti realizzare sempre dal buon Mercurio, appena eletto nominato nel 535 d.C., caratterizzati dalla presenza del monogramma di Giovanni II rispetto alla Croce, a quelli coevi fatti scolpire da Giustiniano per Santa Sofia.

Dal loro confronto, ritiene come la decorazione della basilica romana sia indipendente dal modello bizantino, avendo come base la rivisitazione dei monumenti classici dell’Urbe, piuttosto che l’influenza stilistica siriana; in più ha ipotizzato come le stesse maestranze abbiano lavorato sia a San Cosma e Damiano, sia un pulvino conservato nella catacomba dei Santi Marcellino e Pietro, ricavato da un blocco di reimpiego d’un’iscrizione monumentale.

Catacomba, che ricordiamo, dipendeva dal titulus Eusebii e che quindi aveva sempre a che fare con l’Esquilino… Quindi il buon Kalemin ha ragione ? Il fatto è che, come testimoniato dal relitto di Marzamemi, che proveniva da Costantinopoli e trasportava materiali recuperato di una basilica tardo antica (ventotto basi di colonne, ventisette capitelli corinzi e colonne monolitiche di marmo proconnesio) e ad un ambone (in marmo cosiddetto “verde antico”, proveniente dalle cave greche di Larissa in Tessaglia), all’epoca di Giustiniano il commercio da Oriente a Occidente di marmi semilavorati fosse molto diffuso.

E nulla vieta che a destinazione, vi fossero degli scalpellini, più o meno abili, capaci di dare il tocco finale… Questo poteva valere anche per Roma… Ipotizzare il contrario, però, ossia un commercio da Occidente a Oriente, è ancora poco fondato

 

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