Alessandro Ricci,ehm medico

ricci

Giornata intensa oggi: Manu è ufficialmente guarita dalla lussazione alla rotula e il mio pappagallo ha superato la visita di controllo dal veterinario Così, per festeggiare, riprendo la tradizione delle biografie dei potenziali personaggi dei romanzi steampunk italiani, interrotta ieri per le mie considerazioni su Gli Ultimi Jedi.

La mia vittima di oggi è uno dei comprimari, poco conosciuto, di Belzoni, Drovetti e Rosellini. Si tratta del senese Alessandro Ricci, presunto medico e grande disegnatore di antichità egizie

Di Alessandro, figlio di uno scalpellino di origine fiorentina, Angelo Ricci, e di Rebecca Gabrielli, non sappiamo neppure la data di nascita: il 1795 è una data tirata a caso da un suo biografo del 1930.

La stessa laurea in medicina, potrebbe essere una balla inventata da Alessandro per riempirsi lo stomaco in Egitto: l’Università di Siena, dove avrebbe compiuto i presunti studi, è chiusa da Napoleone nel 1808. A sedici anni, Alessandro è troppo giovane per avervi terminato gli studi; dato che le cronache locali lo ignorano, non possiamo neppure ipotizzare che fosse un giovane prodigio. In più questo percorso formativo, non spiegherebbe per nulla le sue doti di disegnatore e di artista.

Comunque sia, in una data imprecisa tra il 1811, in cui pare essere morto il padre e il 1818, dove abbiamo, grazie a Belzoni, la testimonianza certa della sua presenza in Egitto, Alessandro lasciò Siena, per andare in giro per il mondo. Almeno così racconta il Romagnoli, che cito testualmente,

dopo la morte del padre si pose a viaggiare abbenché poco fornito di fortuna

Dove sia stato, non si sa. Si ipotizza che sia arrivato ad Alessandria nel 1817 e che possa essere il medico italiano capace di curare a forza di purganti il poligrafo e viaggiatore inglese Thomas Robert Jolliffe.

Come dicevo, Alessandro uscì dall’anonimato grazie a Belzoni, che cercava un disegnatore per la sua nuova spedizione finanziata da Salt: mestiere che all’epoca in Egitto era poco diffuso. Belzoni, dopo essersi fatto la punta al cervello, grazie a Pietro Caretti, un romano, personaggio alla Totò, che si atteggiava a martire del Libero Pensiero, ma era cacciato a pedate dal Papa Re per la sua abitudine di falsificare male le monete pontificie, che campava facendo l'”intermediario”, ossia mollando sole a destra e manca, salvandosi dall’impalamento solo perché Mohammad Alì lo aveva in simpatia, conobbe il nostro senese.

E così, nonostante lo scetticismo iniziale di Belzoni, nel 1818 Alessandro fu aggregato alla spedizione finanziata da Salt (che ancora non ho capito se fosse il fesso di turno, se avesse una fortuna incredibile, oppure avesse un incredibile genio nello scovare le doti nascoste delle persone) e raggiunse Tebe, dove per nove mesi copiò scene e testi geroglifici della tomba di Seti I (KV17), scoperta appena l’anno prima dallo stesso Belzoni, cavandosela meravigliosamente e lasciando il padovano a bocca aperta.

Al suo ritorno a Londra (1820), Belzoni, oltre a pubblicare il resoconto delle sue spedizioni in un volume riccamente illustrato con tavole di Ricci (Narrative of the operations and recent discoveries […], London 1820, pls. II-III, VI-VIII, XIII, XV, XVII; Salvoldi, 2009, p. 114) che fecero la lor porca figura, organizzò anche un’esposizione con i reperti raccolti nella campagna d’Egitto e numerosi disegni e acquerelli del presunto medico senese, oggi suddivisi tra il British Museum e il Bristol Museum.

Nel corso di questa prima spedizione, le perlustrazioni di Alessandro si spinsero fino a Berenice, città sulla costa appena scoperta dal mineralogista Fréderic Caillaud. A causa di un litigio con Belzoni, accusato di aver rubato alcuni suoi disegni, Ricci decise di tornare al Cairo e abbandonare la missione, a cui parteciparono anche Salt, l’archeologo greco Demetrio Papandriopulo, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Giovanni d’Athanasi, e il segretario del consolato britannico Henry William Beechey.

Nell’ottobre del 1818, Ricci partì per una nuova perlustrazione della valle del Nilo, organizzata da Salt e dal viaggiatore ed egittologo inglese William John Bankes. In compagnia di Louis Maurice Adolphe Linant de Bellefonds, al servizio di Mohammed Ali, del ciambellano prussiano Sebastian Albert Freiherr von Sack e altri esploratori, Ricci si spinse fino all’alta Nubia raggiungendo la terza cateratta del Nilo e segnatamente l’isola di Meroe. per poi giungere fino a Mograkka, da cui dovettero rientrare in Egitto a causa dell’ostilità del governatore, che impediva a qualsiasi viaggiatore di proseguire verso sud.

Il suddetto governatore, era tra l’altro uno dei grandi cialtroni dell’epoca: Agapito Libianchi, nato a Palestrina, scappato da Roma, inseguito dalla tre presunti mogli che aveva finto di sposare per carpirne la dote, venditore di tappeti a Istanbul, guaritore, convinto che il petrolio fosse la cura per ogni male, a Gerusalemme, finto santone musulmano al Cairo: Mohammad Alì, per toglierselo dalle scatole, lo aveva
spedito in Sudan, dove taglieggiava senza ritegno i mercanti locali, inventandosi tasse d’ogni tipo e non spedendone i proventi ad Alessandria.

Non fidandosi della natura “archeologica” della spedizione di Salt, considerandola come un tentativo di Mohammad Alì di riprendersi il maltolto, Agapito voleva sbattere tutti in prigione, per poi gettare la chiave nel Nilo. A quanto pare, fu Alessandro, grazie anche a un convulsa partita a Tarocchino Bolognese e all’impegno a ritrarre tutte le donne dell’harem di Libianchi, che le cose non si misero al peggio.

Nonostante questi inconvenienti, le splendide tavole di Alessandro, i suoi rilievi e appunti sono fondamentali per l’archeologia, perché descrivono monumento che sempre il buon Agapito, in vecchiaia deciso a diventare cacciatore di tesori, fece distruggere dopo il passaggio della spedizione, per rivenderne i pezzi ai collezionisti europei: i templi di Amenhotep III e Ramesse II a Elefantina (distrutti nel 1822) e il tempio di Montu e Rattaui ad Armant, il tempietto di el-Hilla (distrutto nel 1828).

Tornato al Cairo il 30 maggio 1819, Alessandro ottenne da Bankes l’incarico di copiare i rilievi delle tombe di Beni Hassan, che non portò mai a termine; con quello che aveva passato in Sudan, non gli si poteva dare torto… Per cui, con massimo della faccia tosta, si propose come medico personale di Salt, il quale, santo subito, accettò. Dopo un annetto, però, l’inglese, buono sì, scemo no, si rese conto come il rapporto di Alessandro con la medicina era perlomeno conflittuale e stanco di essere purgato, consigliò al senese di tornare a fare l’esploratore.

L’occasione venne per la decisione di Mohammad Alì di distruggere lo stato integralista islamico che era nato all’oasi di Siwa. Così Alessandro si aggregò alla spedizione militare, comandata da Hassan Bey, da Drovetti e dal il viaggiatore originario di Saravezza, Ermenegildo Frediani, altro personaggio da romanzo; non sparò neppure una schioppettata, ma in compenso iniziò così una capillare ricognizione dell’area e in particolare del tempio che ritenevano di Giove Ammone, visitato da Alessandro Magno.

Nel settembre dello stesso anno, con l’amico Linant, per quattro mesi e mezzo Ricci percorse la via dei pellegrini in cammino verso il Sinai, visitando Maghara, Wadi Sidri, Wadi Mukattab, il monastero ortodosso di S. Caterina e il Monte Sinai. Testimonianza di questo viaggio sono numerose iscrizioni e disegni oggi conservati a Kingstone Lacy tra le carte di Bankes.

Nel 1821, Mohammad Alì decise di mettere ordine nel Sudan: per cui organizzò una spedizione militare, comandata dal figlio Ibrahim, con lo scopo di costringere all’obbedienza le riottose tribù locali. Alessandro, dato il suo rapporto con Agapito, che poteva essere un utile mediatore con i locali, fu di fatto aggregato a forza e senza paga: per sua fortuna, intervenne il buon Pietro Caretti, che in cambio di una lauta percentuale sulla paga, lo fece assumere del barone tedesco Johann Heinrich von Minutoli, incaricato dal re prussiano Federico Guglielmo III di esplorare l’Egitto. Barone che, per  semplificarsi il lavoro, aveva avuto la splendida idea di proporsi come consulente militare per Ibrahim Pashà.

Questa Armata Brancaleone, grazie ad Agapito, non si infilò in particolari guai: solo che, all’altezza della confluenza fra il Nilo Bianco e Nilo Azzurro, il medico ufficiale della spedizione, l’archiatra e protomedico Antonio Scotto, ebbe un coccolone: così, Alessandro si ritrovò all’improvviso nominato medico ufficiale di Ibrahim Pashà, il quale ebbe pure l’impudenza di ammalarsi a Sennakar, costringendo i nostri eroi a ritornare in Egitto.

Alessandro sudò freddo per tutto il viaggio, però, più per la sua fibra che per le cure del senese, Ibrahim si salvò. Così, Mohammad, grato, coprì l’ehm medico italiano d’oro. Alessandro passò i successivi mesi a Giza e a Saqqara per copiare alcuni rilievi epigrafici; il 28 novembre decise di tornare in Italia, per godersi i soldi guadagnati nelle sue avventure, dove giunse per il Natale del 1822. Trasferitosi a Firenze nella casa paterna in via S. Gallo, il medico senese espose la sua cospicua collezione: una sorta di piccolo museo egizio che attirò l’attenzione anche di Jean-François Champollion.

Nel corso del suo soggiorno toscano, il francese incontrò Ricci, incitandolo a pubblicare un giornale di viaggio. L’idea del resto era stata maturata dallo stesso Ricci già al tempo del suo soggiorno egiziano. In una lettera inviata a Patrizio Rontani il 13 novembre 1819, Ricci aveva illustrato il progetto all’amico (Sammarco, 1930, p. 151). Alla ricerca di un mecenate, nel 1827, Ricci si recò alla volta di Parigi da Champollion e lasciò all’archeologo francese Jacques-Joseph Champollion, detto Champollion-Figeac, «un manoscritto di circa 200 pagine con annessi disegni relativi al suo primo viaggio in
Egitto e al Monte Sinai, con la verbal convenzione tra loro di pubblicarli a tempo opportuno» (lettera di Ippolito Rosellini a Neri Corsini del 6 giugno 1836, in Sammarco, 1930, pp. 40-42). Nonostante i molteplici tentativi condotti da Ricci, tuttavia, il giornale non vide mai la luce.

Il manoscritto sembra essere perduto finché nel 1928 Ernesto Verrucci, architetto di re Fuad I dell’Egitto, trovò il manoscritto in una libreria antiquaria al Cairo: lo comprò e lo segnalò allo storico dell’Egitto Angelo Sammarco. Tuttavia, alla morte di entrambi, se ne persero di nuovo le tracce, finché nel 2009, fu ritrovato di nuovo a Pisa.

Data la sua esperienza, Alessandro fu lautamente pagato dal Granduca di Toscana per partecipare alla spedizione di Roselli; esperienza non certo positiva, dato che fu punto sul tallone da uno scorpione. Al ritorno in Italia, Alessandro venne incaricato da Rosellini di promuovere i risultati della spedizione in Germania e in Inghilterra, al fine di favorire il finanziamento dell’opera attraverso una pubblica sottoscrizione. Nello specifico sappiamo con certezza che nel maggio del 1831 era a Dresda, con parte della sua collezione di antichità egizie; circa trecento pezzi vennero acquistati per conto dello Stato tedesco, quasi tutti confluiti nel Museo Albertinum della città nel 1894.

Rientrato in Italia, Alessandro si dedicò alla bella vita, ma ahimè si ammalò gravemente di sifilide e venne ospitato dal pittore Giuseppe Angelelli, con il quale aveva condiviso l’esperienza franco-toscana; Gino Capponi venne nominato suo curatore. Fu quest’ultimo a proporre l’acquisto della collezione di Ricci a Leopoldo II in cambio di 1500 lire e di un vitalizio. La collezione Ricci è oggi visibile presso il Museo Egizio di Firenze, compresi 150 disegni raffiguranti rilievi epigrafici ricondotti alla sua mano

3 pensieri su “Alessandro Ricci,ehm medico

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  3. Salve, sono il biografo di Ricci. Questo post mi ha fatto ridere molto. Ma qual e’ la Sua fonte per questo Agapito Libianchi?! Grazie!

    Daniele Salvoldi

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