Il lungo cammino dell’indipendenza greca

morea

Negli ultimi mesi, tra parecchi giornalisti anglosassoni e tedeschi va di moda sostenere come lo stato greco, nel 1821 fosse costruito a tavolino dalle grandi potenze dell’epoca, senza alcun radicamento storico e territoriale. Cosa che ovviamente fa irritare alquanto gli intellettuali greci, che, nel rispondere, danno fondo a tutto la loro retorica nazionalista.

Entrambe le posizioni, ahimè, semplificano troppo una storia tanto complessa e affascinante, piena di colpi di scena, tradimenti e voltafaccia, che, come spesso accade da quelle parti, è conseguenza della politica veneziana nell’Egeo.

Dopo la pace di Carlowitz, che assegnava alla Serenissima il possesso di tutto il Peloponneso fino all’istmo di Corinto, compresa l’isola di Egina, il Senato dovette porsi il problema di come governare la nuova provincia.

Fu nominato così il Provveditore generale da Mar, con sede a Nauplia che sovraintendeva quattro province:Romania (con capoluogo la stessa Nauplia), Laconia (Malvasia), Messenia (Navarino) e Acaia (Patrasso). A Nauplia e Patrasso, quali sedi più importanti, vennero nominati a reggere le rispettive province un Provveditore per sovrintendere agli affari militari e un Rettore per l’amministrazione della giustizia, che esercitava con l’assistenza di due consiglieri anch’essi veneziani, oltre a un Camerlengo per la riscossione delle entrate fiscali. A Malvasia e Navarino vennero invece destinati semplici Provveditori, mentre le fortezze di Modone e Corone furono rette da castellani e da due consiglieri.

Il nuovo dominio appena acquistato dai veneziani, che secondo una relazione del 1692 comprendeva 1459 tra città, borghi e villaggi e 116.000 abitanti, fu oggetto di notevoli cure da parte della Repubblica, che cercò in qualche modo di far fronte alla grave situazione economica e demografica prodotta dalle distruzioni della guerra. A Corone e Modone furono fatti tentativi per impiantarvi colonie di popolamento e fu iniziata una rilevazione catastale della penisola.

Se tali interventi portarono a un boom economico notevole, che favorì la nascita di una borghesia locale, furono però mal digeriti dai proprietari terrieri, che da una parte persero, con l’accentramento burocratico, parte della loro autonomia e del loro potere politico, dall’altra, furono costretti a pagare le tasse. Così, quando scoppiò la nuova guerra nel 1715, questi, schierandosi in massa con i turchi, ne favorirono la riconquista.

Costantinopoli, compresa la lezione, lasciò carta bianca agli agrari, che nella Morea riconquistata, godettero di larga autonomia, a scapito dei commercianti: ogni villaggio disponeva infatti di un consiglio di notabili, incaricato delle questioni locali. Questi consigli inviavano dei delegati all’assemblea di provincia che, a sua volta, nominava dei deputati al senato peloponnesiaco, nel quale erano discusse le questioni fiscali e amministrative riguardanti l’intero Peloponneso. Due membri del senato, insieme a due consiglieri turchi formavano poi il consiglio privato (divano) del governatore generale della regione, un beylerbey con titolo di pascià che si stabilì a Tripolitsa. Sotto di lui furono istituiti quattro vilayet aventi per capoluoghi Mistrà, Corinto e Lepanto. In più, la Sublime Pora chiudeva entrambi gli occhi sull’endemica evasione fiscale della zona.

Il che fu però un’arma a doppio taglio: non avendo da guadagnarci, il Sultano non si curò particolarmente della crescita economica del Peloponneso: senza gli investimenti veneziani, con la diminuzione dei commerci con l’Italia e la difficoltà a piazzare le eccedenze dell’agricoltura e della pastorizia nei mercati esteri, cominciò una lunga e pesante recessione economica, che prima colpì la borghesia cittadina, poi i latifondisti, infine i contadini più poveri, che cominciarono a dedicarsi in massa al brigantaggio.

Il culmine della crisi si raggiunse intorno al 1760 e paradossalmente, furono gli agrari, sempre più a corto di braccianti e preoccupati per l’ordine pubblico, temi di scarsissimo interesse per Costantinopoli, a prendere l’iniziativa: nel 1760 tramite un emissario, Pazalis, contattarono la Russia, prospettando la possibilità di creare un regno di Morea, alleato con San Pietroburgo.

La Russia, desiderosa di espandersi in direzione del Mediterraneo, decise di  approfittarne, spedendo una serie di inviati nella Maina a metà degli anni ’60 del XVIII secolo, per stringere un patto con i vari capi e capetti locali: tale politica raggiunse il culmine nel 1769, quando, durante la Guerra russo-turca, una flotta di navi da guerra comandate dal conte Aleksey Grigoryevich Orlov salpò dal Mar Baltico per Mediterraneo, per appoggiare la rivolta del Peloponneso.

Rivolta, che nonostante i primi, inaspettati successi, si arenò rapidamente: i russi consideravano l’azione come un semplice diversivo militare, mentre i greci non avevano la più pallida idea di cosa fare dopo. Vi era infatti chi sosteneva la creazione di un regno autonomo, chi l’annessione a San Pietroburgo, chi addirittura il ritorno sotto il dominio do Venezia.

Come conseguenza della repressione, la condizione del Peloponneso peggiorò ulteriormente: d’altra parte, non è che nel resto della Grecia se la passasse meglio. L’Ellade, a inizio Ottocento, era una realtà frammentata linguisticamente, vi erano grandi differenze tra le varianti locali del greco, etnicamente, nella penisola vi erano ampie minoranze turche, albanesi e rumene ed economicamente.

Da una parte vi era la contrapposizione tra commercianti e agrari, dall’altra, la divisione tra la piccola borghesia locale e i Fanarioti. Questi erano i ricchi mercanti di origine greca o ellenizzati, alcuni discendevano probabilmente da antiche famiglie bizantine di Costantinopoli o di Trebisonda, altri erano originari delle isole del mare Egeo, dell’Epiro, altri ancora erano Albanesi, Romeni o Levantini che abitavano il quartiere del Fanar di Costantinopoli.

Istruiti e poliglotti, spesso inviati a Padova per istruirsi in medicina o legge e imparare le lingue europee, dal 1661 al 1821 dei Fanarioti furono Grandi Dragomanni della Sublime Porta, cioè interpreti in capo dell’amministrazione ottomana; ciò che permise loro di dirigere col titolo di reis effendi la politica estera dell’impero ottomano. Questa funzione li portò poco a poco a dirigere le isole dell’Egeo e a ricoprire dal 1715 al 1821 la carica di Hospodar o Voivoda dei Principati danubiani (Moldavia e Valacchia) e poi dal 1835 al 1906 quella di Principe di Samo.

Ora, i Fanarioti stessi erano divisi tra coloro che avevano queste posizioni di potere, che difendevano lo status quo e coloro che , invece, ne erano ai margini: questi ultimi, imbevuti di romanticismo e nazionalismo, vedevano nell’indipendenza greca la possibilità di guadagnare il rango e il potere, che, altrimenti non avrebbero mai avuto.

Per cui, nel 1814, fondarono a Odessa, per raggiungere il loro scopo, la Filikí Etería, una società segreta che inizialmente ebbe uno scarsissimo seguito. Le cose cambiarono a seguito dell’evoluzione della politica interna turca, la cui amministrazione era soggetta a una forte ristrutturazione: da una parte, tendeva, a volte con scarsi risultati, come in Egitto, a togliere potere ai capi locali, dall’altra a combattere l’evasione fiscale.

La perdita di autonomia, la crisi economica e le tasse, fecero così schierare agrari e piccola borghesia dalla parte della Filikí Etería. A questo si aggiunse l’appoggio ambiguo di Alì Pascià di Tepeleni, il quale era seguace del detto il nemico del mio nemico è mio amico.

Alì Pascià infatti riteneva come una rivolta in Morea avrebbe distolto le attenzioni di Costantinopoli dai suoi domini. questa combinazione di eventi, fecero precipitare le cose, con lo scoppio della rivolta nel 1821. Se da una parte i ribelli greci non ebbero l’appoggio russo, poiché lo zar Alessandro I era alquanto ondivago sulla questione, incerto se vedere con il fumo negli occhi qualsiasi modifica a quanto stabilito nel Congresso di Vienna o mettersi a capo della crociata degli ortodossi contro i turchi, dall’altra, insomma, godevano di buona stampa: gran parte degli intellettuali europei dell’epoca, che avevano una vaga idea di cosa fosse la Grecia reale, si schierarono al loro fianco.

Alcuni, come Byron, presero armi e bagagli e andarono a combattere al fianco degli insorti: molti invece, se ne rimasero a casa, a fare azione di lobbying presso i loro governi, che però, si tenevano ben alla larga da una rivola, che, come spesso accade da quelle parti, degenerò rapidamente una mattanza tutti contro tutti: la situazione però si sbloccò grazie all’intervento di truppe inviate dal pascià egiziano Mehmet Ali, grazie all’aiuto delle quali vennero riconquistate nel 1825 Navarino e anche Atene a giugno, mentre Missolungi, irriducibile roccaforte degli indipendentisti, fu messa sotto assedio nel 1826 e conquistata l’anno seguente anche se poi verrà presto riconquistata grazie alla flotta britannica alla fine dell’anno.

La notizia di queste vittorie e l’ascesa al trono dello zar Nicola I, che considerava l’indipendenza greca lo strumento per ottenere uno sbocco nel Mediterraneo, indebolire ulteriormente gli osmanici e attuare un controllo maggiore sui Balcani, cose che Francia e Gran Bretagna vedevano con fumo negli occhi, costrinsero i governi di Londra e Parigi a intraprendere una mediazione che garantisse l’autonomia della Grecia sotto una formale autorità ottomana, riducendo così al minimo i margini di manovra e le possibili acquisizioni di San Pietroburgo.

Ma la Sublime Porta, convinta di avere la vittoria a portata di mano, benché, nel Novembre del 1826, avesse preso ad Atene dagli insorti una grossa batosta, fece orecchie da mercante: per ammorbire la sua posizione e spingerla ad accettare il compromesso, Gran Bretagna e Francia organizzarono una sorta di missione di pace internazionale, spedendo le loro flotte congiunte, a cui, dopo le proteste di Nicola I, si aggiunsero anche le navi russe, per mostrare i muscoli, interporsi tra i contendenti, in modo da fare cessare gli scontri e dissuadere gli ottomani ed i loro alleati egiziani dal compiere ulteriori rappresaglie.

Le flotte alleate furono ancorate nelle acque del porto di Navarino, di fronte alla flotte egiziane e ottomane, guidate da Ibrahim Pashà, figlio di Mehmet Ali; le istruzioni agli Ammiragli (le regole d’ingaggio, come verrebbero chiamate oggi) non prevedevano azioni offensive, ma in risposta a colpi di moschetto partiti da una lancia turca contro una lancia britannica, l’ammiraglio inglese Codrington ordinò di aprire il fuoco e lo scontro divenne una battaglia generalizzata. Dopo tre ore di combattimento, tutte le navi egiziane e turche all’ancora nel porto furono affondate e, con esse, pressoché annientato il potenziale della flotta ottomana.

Dopo la battaglia, Codrington si recò a Malta per far riparare le proprie navi. Egli rimase sull’isola sino al maggio del 1828 quando salpò coi colleghi francesi e russi alla volta delle coste della Morea ove tentò di evacuare i numerosi profughi dalla penisola. Operazione che però fu ostacolata dalle stragi compiute dalle truppe egiziane di Ibrahim Pashà.

Così Codrington diede ordine alla flotta di dirigersi al largo di Alessandria, minacciando di bombardare la città se Mehmet Ali non avesse convinto il figlio a tornare a più miti consigli. Mehmet Ali non si fece intimorire e a sua volta, diede ordine alle batterie costiere di prepararsi a combattere. Il bagno di sangue fu evitato grazie a Drovetti, che convinse il Pashà d’Egitto a tirarsi fuori dal caos greco.

In questo modo, la posizione di Costantinopoli fu enormemente indebolita: la Sublime Porta dovette così accettare condizioni ben peggiori di quelle proposte all’inizio. La fine della guerra e l’autonomia della Grecia furono sancite, sotto il protettorato di Francia, Gran Bretagna e Russia, con il trattato di Adrianopoli del 1829, poi trasformata in indipendenza con il protocollo di Londra nel 1830. La Grecia mancava ancora di alcune regioni rimaste in mano ottomana, come Creta, la Tessaglia, la Macedonia, l’Epiro e la Tracia, mentre le regioni dell’Asia Minore e del Ponto con numerose popolazioni greche
avranno in futuro un destino diverso.

Fin dal 1827 i rivoluzionari si erano dati un ordinamento repubblicano interno, sotto la presidenza di Giovanni Capodistria; la sua politica autoritaria e filorussa non piacque e, conseguita l’indipendenza, venne assassinato (1831). L’episodio fu il pretesto colto dalle potenze protettrici per ingerirsi nella politica greca ed imporre la monarchia. La scelta del sovrano cadde sul principe ereditario di Baviera, Ottone di Wittelsbach, eletto re dei greci a Nauplia nell’Agosto del 1832, sancendo così la fine della lunga lotta di indipendenza.

2 pensieri su “Il lungo cammino dell’indipendenza greca

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