Templum Gentis Flaviae

 

CarnevalEsquilino 3.0 sta procedendo alla grande. Stamattina, la festa dei bambini, organizzata magnificamente da Paola Morano, è stata un successone. Spero che la sfilata dei carri di questo pomeriggio abbia avuto altrettanto successo. Martedì, termineremo alla grande con l’evento delle Danze di Piazza Vittorio nel Caffè Ciamei, dove ci sarà anche uno spazio dedicato ai bambini. Rocografica verrà infatti  a portare degli album da colorare, dedicati a loro.

In attesa di tale festa, mi metto a parlare di uno tra i meno noti monumenti dell’antica Roma presenti nel nostro Rione: il Templum Gentis Flaviae, celebre per la sua grandezza e per la magnificenza della decorazione in marmo e oro, fatto costruire da Domiziano sul luogo della sua casa natale, intorno al 95 d.C.

Per molto tempo, si era ipotizzato che trovasse sotto la Caserma dei corazzieri del palazzo del Quirinale, dove sono stati scavati vari resti: un tratto di Mura serviane, un podio di un tempio e un edificio templare dell’età flavia.

Quest’ultimo edificio, dotato di ninfeo con mosaici parietali di quarto stile, era ritenuta la casa privata di Vespasiano, mentre il podio era attribuito al tempio della gens Flavia, come sembrava avvalorare anche una fistula trovata nelle vicinanze con il nome di Flavio Sabino, fratello di Vespasiano.

Però l’analisi delle fonti antiche, Svetonio afferma come tale tempio fosse nella zona chiamata ad malum Punicum, che sappiamo essere al confine tra la Regio VI Alta Semita e la Regio V Esquiliae, le indicazioni fornite dalla Curiosum urbis Romae regionum XIIII, dalla Notitia urbis e dalla Historia Augusta, il ritrovamento di una nuova fistula presso San Bernardo alle Terme, sempre a nome di Flavio Sabino e il sospetto che la casa di Vespasiano, fosse confinante, ma non coincidente con quella del fratello, ha portato al riesame dei numerosi scavi archeologici, compiuti tra il 1870 e il 1950, nella zona di Piazza della Repubblica.

Scavi che oltre a diverse mura e fondazioni dell’epoca flavia avevano permesso il ritrovamento di una testa colossale di Tito, oggi al Museo archeologico nazionale di Napoli e nel 1901, frammenti di un pregevole rilievo in marmo pentelico, cosiddetti Rilievi Hartwig dal nome del professore che, acquistati sul mercato antiquario, li donò al Museo Nazionale Romano, i quali raffiguravano una  celebrazione ambientata sul Quirinale, davanti al Tempio di Quirino, alla presenza di Vespasiano. A questi vanno aggiunti gli elementi architettonici, telamoni e mensole a forma di aquila, dell’epoca di Domiziano e utilizzati per decorare la natatio, l’enorme piscina scoperta delle terme di Diocleziano.

Riesame che ha permesso di situare tale tempio tra l’aula ottagonale, un tempo utilizzata come planetario, e la chiesa di San Bernardo; ipotesi poi confermata negli scavi degli anni Novanta. Ma cosa era il il Templum Gentis Flaviae ? Un edificio innovativo nella storia di Roma, dato che, per la prima volta svolgeva una duplice funzione: mausoleo, ossia una tomba dove erano ospitate le spoglie dei membri della famiglia, e il tempio destinato al culto della gens divina.

Perché Domiziano fece questa scelta ? Ora di Vespasiano tutto si poteva dire, tranne che fosse di famiglia nobile: i suoi erano pubblicani, gli esattori privati delle tasse, che ogni tanto fanno capolino nel Vangelo, e banchieri. Lui stesso, per pagarsi i costi della carriera politica, era aperto un’impresa di compra vendita del bestiame, che veniva acquistato nel Piceno e rivenduto nel Foro Boario e nel Forum Esquilinum.

Inoltre, non era neppure imparentato alla lontana alla famiglia Giulio Claudia: per cui, per costruirsi una legittimità agli occhi del popolino e una credibilità nei confronti del Senato, dovette dichiarare ai quattro venti la sua continuità politica con Augusto, Tiberio e Claudio, gli imperatori più presentabili della precedente dinastia. Nel concreto, questo si attuò nel nascondere le tracce urbanistiche di Caligola e Nerone e terminare una serie di lavori lasciati in sospeso dagli altri imperatori precedenti.

In tale ottica, fu ripristinato il Templum divi Claudii sul Celio, che Nerone, per antipatia nei confronti del padrino, aveva trasformato in ninfeo della Domus Aurea. In più, Vespasiano, Tito e la prima delle tante Flavie Domitille di quella dinastia, furono sepolti nel Mausoleo di Augusto.

Domiziano, convinto che la gens Flavia non dovesse rendere più conto a nessuno delle sue origini plebee, cambiò radicalmente politica, affermando la sua indipendenza dal Passato e divinizzando i suoi parenti, nipoti e cugini alla lontana compresi. Per cui, per realizzare nel concreto tale politica, non solo costruì il Templum Gentis Flaviae, ma vi trasferì le ceneri di Vespasiano, Tito e Flavia Domitilla.

Come era fatto questo tempio ? Sappiamo che vi era un esteso recinto porticato sui quattro lati, con esedre alternativamente circolari e rettangolari sporgenti dal muro di fondo. Al centro un ampio podio che doveva sorreggere un edificio, sulla cui forma gli archeologi si sono interrogati per anni. Da un sesterzio dell’epoca si pensava che fosse un classico tempio decastilo, ossia con dieci colonne sul lato breve.

Però gli scavi degli anni Novanta e i successivi rilievi geofisici, un paio di accenni di Stazio e Marziale che fanno sospettare come il tempio avesse una cupola e l’idea di Domiziano di compiere una sintesi tra il Mausoleo di Augusto e il suo principale tempio, il Pantheon, fanno propendere più per un edificio a pianta centrale.

Se cosi fosse, il Templum Gentis Flaviae, la cui forma non sarebbe apparsa molto diversa dal Mausoleo di Romolo sull’Appia Antica, il prototipo architettonico di una serie di edifici successivi, come il cosiddetto Mausoleo dei Gordiani, il Mausoleo di Elena e quello di Costantina. In particolare, per questi edifici non è detto che, avendosi inventato la famiglia di Costantino un’immaginaria discendenza dai Flavi, la somiglianza non sia stata voluta a livello ideologico, oltre che formale

Dopo la congiura che eliminò Domiziano, il tempio non fu vittima della damnatio memorie, ma rimase anzi un punto di riferimento per la memoria della dinastia anche nei secoli successivi dell’impero, finché non furono costruite le terme di Diocleziano. Ora, i poveri architetti dei Tetrarchi, si trovarono il problema di cosa farne. Di buttarlo giù non se ne parlava, anche perché Costanzo Cloro, il papà di Costantino, come accennato, per nascondere le sue origine da morto di fame, si era inventato un’immaginaria discendenza da Vespasiano

Per cui, qualsiasi utilizzo del piccone risanatore, li avrebbe trasformati nel piatto principale dei leoni del Colosseo. Per cui, gli architetti si inventarono una soluzione di compromesso: demolirono il portico e lasciarono il tempio nel mezzo dello xystus, il giardino pubblico posto all’ingresso alle Terme.

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