Pietro Baillardo (Parte I)

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Sempre in ambito dei potenziali personaggi dei romanzi steampunk italiani e in questo caso specifico, anche di urban fantasy, oggi parlerò di Pietro Baillardo, il gran mago della tradizione romana, il signore dei mazzamurelli, che in forme più o meno simili appare nel folclore del Lazio, dell’Abruzzo e della Campania e persino in quello palermitano.

Secondo la leggenda capitolina, Pietro era il figlio di uno speziale di Trastevere, amante degli studi e delle belle donne: proprio quest’ultima passione lo mise nei guai, dato che ebbe l’ardire di sedurre la figlia di un nobile, che, per vendicarsi, lo fece condannare a morte.

In attesa di essere decapitato, fu rinchiuso a Castel Sant’Angelo, nella famigerata cella del Sammalò, uno dei quattro sfiatatoi che davano aria alla sala centrale del Mausoleo di Adriano, dove si trovavano le urne imperiali, e che si affacciava sulla rampa di scale. Il condannato vi veniva calato dall’alto e a malapena aveva spazio per sistemarsi mezzo piegato, non potendo stare né in piedi, né sdraiato. A peggiorare la situazione, Pietro, per colpa di un misterioso compagno di cella, sempre nascosto nell’ombra, che, pur essendo stonato come una campana, passava intera notte a cantare, non riusciva neppure a dormire.

Alla fine, esasperato, prese un tozzo di pane secco, il suo unico cibo e lo tirò in direzione dello scocciatore: non solo questo si azzittì, ma per la botta dalla sua testa cadde uno zuccotto rosso, proprio sotto i piedi di Pietro.

Il quale, per dispetto, decise di prenderlo. Non l’avesse mai fatto ! Si trovò davanti un omino vestito da frate, che piagnucolava senza ritegno, chiedendo la restituzione del suo cappello. Pietro rimase di sasso: il rompiscatole non era che uno dei misteriosi mazzamurelli.

Però, facendo di necessità virtù, Pietro gli disse

” Lo avrai se mi farai fuggire”

Il mazzamurello annuì, dalla tasca della sua tonaca tirò fuori alcuni gessetti e cominciò a disegnare sulla parete del Sammalò una barchetta. Appena terminata, prese la mano di Pietro, tirandola e dicendo

“Vieni e seguimi”

Non avendo nulla da perdere, Pietro si avvicinò al disegno: all’improvviso fu accecato da un lampo di luce e si ritrovò assieme al mazzamurello su un battello, che navigava controcorrente sull’Aniene, con i remi vogati da spiriti invisibili.

Arrivati a Tivoli, Pietro mantenne il suo patto, restituendo il cappello al suo compare; da quel momento in poi cominciò a vagare per un paese e l’altro dell’Appennino: campava vendendo lunari e unguenti contro ogni malattia.

Dopo qualche mese, si trovò sulle rive del lago di Pilato: mentre oziava, sentì la risata argentina di una donna. Pietro, curioso di natura, per sbirciarla si nascose dietro un cespuglio. Si trovò davanti una bellissima donna, che cominciò a spogliarsi, per immergersi nel lago. Pietro, godendosi lo spettacolo, era tentato di farsi vedere, per fare la sua conoscenza. Però, osservandola meglio, si accorse che, al posto dei piedi, aveva zampe di capra.

Per cui, si fece prudente. La donna, di immergersi, pronunciò parole di una lingua antica e si trasformò in un enorme serpente, che si immerse nel lago. Spinto da un impulso inspiegabile, Pietro uscì dal cespuglio e si impadronì delle sue vesti, per tornare poi nel suo nascondiglio.

Poco dopo, il mostro uscì dalle acque, per ritornare donna, ma rimase sorpreso nel non trovare più i suoi vestiti. Arrossì, cominciò a tremare e a battere i denti. Pietro allora si fece vedere, agitandoli come se fossero una bandiera.

La donna cominciò a urlare

“Maledetto, come osi oltraggiare così la Sibilla Appenninica ?”

Pietro rise

“Li riavrai, in cambio di una cosa”.

La Sibilla sospirò

“Che desideri, uomo ?”

Pietro gonfiò il petto.

“La conoscenza”.

La Sibilla, che si aspettava ben altro, rise a sua volta, pronunciò un incantesimo e nelle mani di Pietro apparve un tomo dalla copertina nera come la pece

“E’ il libro del comando: ti permetterà di conoscere e distinguere gli spiriti benigni e maligni e di comandarli a tuo piacimento. Uomo, fanne buon uso”.

Pietro, dopo averle restituito i vestiti, la salutò. Per studiare il libro in santa pace e impadronirsi dei suoi misteri, si trasferì a Scanno, in Abruzzo. Pietro se ne sarebbe stato volentieri in santa pace, ma la zona era infestata dalla banda del feroce brigante Battifolo. I pastori locali, stanchi delle sue angherie, tanto ruppero le scatole a Pietro, che, per non sentirli più, lesse un incantesimo dal libro del comando, facendo coprire dalle acque l’accampamento di Battifolo, dando così origine al lago.

Purtroppo, quest’azione attirò l’attenzione di Madama Angiolina, una potente maga che viveva nella zona: da giovane, Angiolina aveva rubato a Carlo Magno la sua spada magica, Gioiosa. Per recuperarla, l’imperatore mandò in Abruzzo i suoi migliori paladini, guidati dal prode Orlando.

Madama Angiolina avvertì il pericolo, e scrutando l’orizzonte , vide i cavalieri. Presa dal panico iniziò a riflettere su quanto dovesse fare: dapprima pensò di utilizzare la luce del sole per accecare i cavalli, ma poi optò per una soluzione più crudele e degna del suo nome. Cercò nel cassettone delle chincaglierie malefiche la sua bacchetta magica: oggetto del suo incantesimo erano le pietre della montagna sulle quali indirizzò il fuoco che animava i suoi occhi. Così fece piovere una violenta scarica di fulmini sotto forma di sassi rotondi infuocati che sprizzavano fuoco e fiamme e misero in fuga i paladini.
Ancora oggi quelle pietre globulari si trovano incastrate nelle rocce lungo la strada che conduce a Scanno, e si narra che queste siano i resti dell’infuocata pioggia.

Tornado a noi, Madama Angiolina era invidiosa del libro del comando di Pietro: prima provò a chiederlo con le lusinghe, poi cercò di sedurre Pietro, per ottenere il tomo di magie con l’inganno. Ma il mago romano era troppo furbo per abboccare a tale trucco. Per cui, esasperata, Madama Angiolina decise di rubarlo con la forza. Per far questo, lanciò contro Pietro lo stesso incantesimo utilizzato contro Orlando e i suoi paladini.

Ma Baillardo, grazie a uno scudo di pietra pomice, realizzato dai mazzamurelli, riuscì a fuggirle, trasferendosi nella Terra del Lavoro. Qui cominciò a dedicarsi alla bella vita: i mazzamurelli gli fornivano l’oro, mentre Pietro di dedicava a una serie di simpatici passatempi: far innamorare le donne più belle grazie a degli speciali filtri magici, trasformare l’acqua in vino, e a fare spuntare le corna sulla testa di chi gli era antipatico.

I suoi vicini, non sopportandolo più, ne costruirono un fantoccio. Poi, fingendo che fosse il mago, diedero fuoco a quel simulacro, gridando in ogni paese la morte del Baillardo, imponendo una tradizione che si rinnova in ogni carnevale, quando gli uomini si ubriacano e le donne piangono la morte del fantoccio..

Però, questo certo non bastava a spaventare Pietro: così esasperati, i campani si recarono da Madama Angiolina: la quale, per vendicarsi dello scacco subito, decise di dare loro una mano. Con un’incantesimo, si trasformò in una bellissima donna e si finse cortigiana con il nome di Arabella e cominciò a corteggiare Pietro, che, aspettandosi tutto tranne questo, cadde come un uccellino nella tagliola delle sue bianche cosce.

Per giungere alla camera della presunta Arabella, senza farsi beccare da qualche vicino desideroso di vendetta, Pietro giungeva nel giardino della sua bella, entrava in una cesta, attaccata a robuste corde. Tramite un complesso trabiccolo di ingranaggi e carrucole, Arabella sollevava la cesta sino alla sua finestra, la apriva, invitando Pietro a entrare. Il mago romano non si faceva pregare e così trascorreva con le una notte di bagordi, per poi uscire allo stesso modo

Dopo qualche giorno, Angiolina all’alba fece scattare la trappola, lasciando Pietro a mezz’aria, tutto nudo. Sospeso li alle intemperie come un minchione, facile zimbello ai lazzi dei passanti e allo sghignazzare dei ragazzi che gli tiravano sassi, verdure e uova marce, non sapeva che pesci prendere. Finché, dopo un paio di giorni, vide passare sotto la cesta un suo nipote, Pinco Picchio. Ci volle tutta la voce che gli era rimasta nella gola per richiamarne l’attenzione, e quando il ragazzo attonito finalmente riconobbe Pietro, questi se lo fece venire il più vicino possibile, invitandolo a prendere il libro del comando, a evocare i mazzamurelli e a convincerli a tirarlo giù.

Pinco Picchio, non esperto della magia e del bizzarro carattere dei mazzamurelli, ne evocò una schiera, che non seppe controllare, finché non ordinò loro un lavoro titanico e apotropaico: la costruzione di una via tra Capua e Roma con le pietre che si trovano nel fondo del mare; e così, impegnati fu costruita la via Casilina.

Al termine di tale costruzione, con Pietro Baillardo ormai ridotto a cacatoio per gli uccelli, i mazzamurelli si decisero finalmente a liberarlo. La vendetta di Pietro non si fece attendere: lanciò una potente maledizione, condannando tutta la Terra del Lavoro alla perdita del fuoco e allo spegnimento di tutti i camini e fornaci e rinchiudendo il fuoco nei genitali di Angiolina, che ne sarebbero stati la fonte per l’intera popolazione.

Così la maga fu denudata, portata al centro di Capua e costretta a fungere da originale acciarino per migliaia di persone. Pietro poi, per farsi perdonale delle sue numerose malefatte, cominciò a contribuire alle numerose opere pubbliche della zona, costruendo, con l’aiuto dei mazzamurelli, una serie di ponti e l’abbazia di Fossanova. In più, per proteggere Napoli, a Castel dell’Ovo, realizzò uno stranissimo incantesimo: depose un uovo all’interno di una gabbia di ferro che fece murare in una nicchia misteriosa nelle fondamene del castello, profetizzando che alla rottura dell’uovo, tutta la città sarebbe crollata.

Terminate le avventura campane, Pietro si ritirò a Palermo, dove si dedicò a una vita più morigerata: un giorno, capitando dalle parti della Zisa, incrociò uno dei diavoli che l’abitavano e che proteggevano il tesoro che vi era nascosto.

Uno di questi diavoli, prese a parte Piero, dicendogli come la Zisa fosse stata eretta da un gran mago arabo, usando le anime degli uomini e che ognuno dei mattoni che la componevano, rappresentava un peccato mortale. Disse anche, che se si fosse completata la casa, sarebbe sprofondata e tutte le anime sarebbero finite all’inferno. Pietro guardò bene e si accorse che alla casa mancava un mattone. Quello spazio era pronto per la sua anima.

Pietro, che non voleva finire a fare compagnia a Satanasso chiese come potesse rimediare alle sue malefatte. Il diavolo sorrise

“Se ti vuoi veramente e sinceramente salvar l’anima, c’è un sol modo per farlo. Tu ti devi sentire le tre messe della notte di Natale una dopo la altra: la prima a San Jacopo di Compostela, la seconda nella chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme, e la terza dall’altare di San Pietro a Roma”.

Pietro scosse il capo

“Ma è impossibile”.

Il diavolo cominciò a ridere

“Ma tu sei mago o no? Però, se vuoi che ti dia una mano, faremo un patto… Io ti aiuterò nella tua impresa, ma tu mi dovrai cedere la metà della cosa che avrei un bocca appena uscirai dell’ultima chiesa”.

Pietro capì subito il senso della richiesta. Il diavolo voleva l’ostia consacrata. Però, disperato, accettò. Strada facendo si sarebbe inventato qualcosa.

“Bene, andiamo! Non c’è tempo da perdere.” E salitogli in groppa: “A San Giacomo di Compostela!” Ordinò.

Il diavolo volò più veloce del vento, lasciandosi dietro una scia di fiamme, da cui nacque la Via Lattea. In un attimo furono in Galizia, Spagna, e Pietro entrò nella riverita chiesa di Santiago che la prima messa era per incominciare. Finita questa, con ancora addosso l’odore dell’incenso del botafumeiro, il diavolo che nei luoghi sacri non poteva entrare ed era ad aspettare il mago sotto un portico, se lo riprese sulle spalle; e via a Gerusalemme dove il padrone gli ordinò di portarlo. Alla chiesa del Santo Sepolcro dove tra il salmodiare nei riti latino, greco, siriaco ed aramaico il vescovo celebrante saliva la
predella dell’altare con gli accoliti. Non appena senti l’Ite missa est, Pietro scappò fuori a ricercare il suo diavolo che trovò a giocare a dadi con alcuni maomettani che stavano lì ad oziare, sotto le fronde di un carrubo. Pietro si avvicino furtivamente ai rami dell’albero e dopo qualche istante, attirò l’attenzione del suo diavolo. Risalito in groppa, partirono di corsa diretti San Pietro in Roma.

Pietro, a forza di spintoni riuscì a entrare in tempo per ascoltare l’ultima ,messa. Uscendo dalla Basilica, inghiottì l’Ostia che aveva in bocca e si infilò immediatamente una carruba. Il diavolo, quindi, si avvicinò e prese metà di ciò che Pietro aveva in bocca. Quando si accorse della truffa, iniziò ad urlare, sbatté la coda contro l’obelisco di piazza San Pietro, cadde e si ruppe le corna.

In vecchiaia, Pietro sentì nostalgia della sua Roma e decise di tornare a casa, dopo mille avventure: così comprò un palazzo nela sua Trastevere, in un vicolo, che per la presenza dei suoi amici folletti, fu chiamato dei Mazzamurelli.

Prossimo alla morte, però, si trovò accanto Satanasso, che continuava a pretendere il possesso della sua anima.

“Va bene, va bene, hai vinto tu” disse Pietro “però, prima di andare all’inferno, fammi dare un ultimo saluto alla mia città”

Satanasso, che non vedeva nulla di male in ciò, accettò volentieri e cominciarono quindi a passeggiare assieme, Giunti al Pantheon, Pietro gli disse

“Aspetta un secondo, che debbo pagare un altro debito”

Pietro entrò nella chiesa, si confessò, si comunicò e prese l’estrema unzione… Subito dopo spirò in grazia di Dio, mentre Satanasso, nervoso per l’attesa, cominciò a camminare attorno alla chiesa. E fece così tanti giri attorno al Pantheon, da scavare il fossato che si vede ancora oggi

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