Pietro Baillardo (Parte II)

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Da dove è nata la leggenda di Baillardo ? Domanda che sembra sciocca, però aiuta a capire come le storie nascono per caso e crescono per stratificazioni e sovrapposizioni.

Il nucleo originario della leggenda nasce da un personaggio reale, di indubbio fascino, di cui purtroppo sappiamo ben poco: Pietro Barliario, salernitano, nato intorno al 1050 e morto centenario. Pietro apparteneva a una ricca famiglia di mercanti: sappiamo che invece di dedicarsi al mestiere di famiglia, entrò nella Scuola Medica Salernitana, dove studiò l’arabo assieme a Costantino l’Africano. Assieme al suo maestro, tradusse dal greco, dall’arabo e dall’ebraico numerosi testi, come gli Aphorisma e i Prognostica di Ippocrate, Tegni e Megategni di Galeno, il Kitāb-al-malikī (ossia Liber Regius, o Pantegni) di Alī ibn ʿAbbās (Haliy Abbas), il Viaticum di al-Jazzār (Algizar), il Liber divisionum e il Liber experimentorum di Rhazes (Razī), il Liber dietorum, il Liber urinarium e il Liber febrium di Isaac Israeli il Vecchio (Isaac Iudaeus).

E’ che sia stato anche speziale, mettendo una sorta di laboratorio, per realizzare gli unguenti e gli sciroppi con cui curare i suoi pazienti: laboratorio che il popolino associò all’alchimia.

Inoltre, Pietro aveva un’ampia cultura in ambito matematico e architettonico: suo è il progetto dell’acquedotto medievale di Salerno, in cui, per la prima in Europa, ispirandosi alle esperienze islamiche, veniva utilizzato l’arco acuto: opera imponente, costruita su un dirupo, che colpì la fantasia dei suoi contemporanei.

Infine, ciliegina sulla torta, alla tenera età di ottant’anni, divenne monaco benedettino, trascorrendo così gli ultimi anni della sua vita in convento. Fu così facile, per la fantasia dell’epoca, ricamare su una vita tanto complessa.

Secondo la leggenda il Diavolo, amico di Barliario in tante malefatte, si vendicò di lui in maniera atroce. Un giorno in cui il mago era assente, due suoi nipoti , Fortunato e Secondino, rimasti soli nel laboratorio, vi rimasero a giocare per passare il tempo: ma, aperto un libro magico,caddero morti, colpiti da sincope.

Quando Pietro tornò a casa e scoprì i due corpicini, ne impazzì letteralmente per il dolore: nel giro di pochi giorni divenne spaventosamente più vecchio. Passava tutto il tempo a piangere e a fissare il vuoto, o il pavimento su cui aveva fatto la tragica scoperta finché, vinto dal dolore, si trascinò nella vicina Chiesa di San Benedetto, dove si gettò ai piedi del crocifisso dipinto che era sull’altare.

Scalzo e vestito di cenci, per tre giorni e tre notti il mago rimase a vegliare e pregare ai piedi della sacra immagine, piangendo e battendosi il petto con una pietra per penitenza, e chiedendo il perdono dei peccati. E, all’alba del terzo giorno, avvenne il miracolo: il volto del crocifisso alzò la testa ed aprì gli occhi, in segno di perdono. Da quel momento in poi, Pietro cambiò completamente la propria vita, diventando monaco ed entrando stabilmente in quello stesso Monastero di San Benedetto, ove visse il resto della sua lunghissima vita.

Questa leggenda, tramandata dapprima oralmente divenne ben presto popolarissima e ovviamente, i monaci locali la utilizzarono per fare business Il Miracolo di Barliario attirò in città moltissimi pellegrini, desiderosi di ammirare o pregare davanti all’immagine miracolosa di Cristo. L’afflusso di gente fu tale che, oltre ai fedeli stessi, confluirono in città anche molti artigiani e mercanti di vario genere: da qui nacque la Fiera del Crocifisso, che si svolge ancor oggi i quattro venerdì di Quaresima.

E ciò fu la base della diffusione nei territori del Regno di Napoli di questo substrato, in cui appare il tema del patto diabolico e del pentimento tardivo. In più, forse a causa del suo interesse per l’architettura, la sua figura fu associata alle principali opere pubbliche dell’epoca.

Tale nucleo originale i fuse prima con le leggende relative a Virgilio, immaginato all’epoca come un potente negromante, poi con l’eco, per assonanza, della figura di Pietro Abelardo, il che diede a quello che nella realtà sarà stato un pacifico e riservato studioso, un pessimo e rispostiero carattere. In più fondendo i due nomi, Barliario divenne Bailardo.

A fine Quattrocento, sempre per assonanza, si aggiunse un ulteriore strato: quello ispirato dalla vita di Pierre Terrail de Bayard, il Baiardo, “Il cavaliere senza macchia e senza paura”, straordinario soldato, famoso giostratore e spadaccino e seduttore.

Pierre Terrail de Bayard combattè anche nella Terra del Lavoro: nell’autunno del 1503, in occasione delle tante guerre d’Italia, l’esercito francese muoveva verso Napoli e nel mese di novembre raggiunse il fiume Garigliano dove le sentinelle avvistarono le truppe spagnole comandate da Consalvo de Cordoba, generale che mesi prima aveva inferto una pesante sconfitta ai francesi presso Cerignola. Poiché il fiume era in piena, i francesi gettarono un ponte di barche coperti dal fuoco delle artiglierie che impedì agli spagnoli di disturbare l’operazione. Ottenuto il controllo del ponte, i francesi fecero campo,
preferendo rinviare l’avanzata verso Napoli alla primavera successiva. L’armata, troppo numerosa per alloggiare nello stesso accampamento, venne divisa e svariati battaglioni furono dispersi nei borghi circostanti.

Gli spagnoli, approfittando delle nebbie invernali e della divisione dell’esercito francese, il 28 dicembre, dietro consiglio di Bartolomeo d’Alviano, gettarono un altro ponte di barche, cogliendo così l’accampamento sguarnito e poco difeso. La rotta che ne seguì fu catastrofica per l’esercito di Luigi XII: le sentinelle si accorsero troppo tardi dell’attacco e i comandanti, colti alla sprovvista, non ebbero il tempo di organizzare un’efficace difesa e così volsero in fuga, incalzati dai cavalleggeri italiani e spagnoli. Pierre Terrail de Bayard sbarrò per mezzora il passaggio dell’esercito spagnolo praticamente da
solo, difendendo uno stretto ponte che attraversava il fiume e permettendo la ritirata a parte dell’armata francese

Però, evidentemente, Pierre Terrail oltre che a incrociare le lame con il nemico, si dedicò con altrettanto impegno ad alzare gonnelle e fu proprio quest’ultima cosa a colpire la fantasia popolare: data la somiglianza tra Baiardo e Bailardo, fu facile attribuire le sue imprese amorose al leggendario mago.

L’ultimo strato risale all’inizio del Seicento, a Roma: cominciarono a essere stampate, come letteratura popolare, una sorta di penny dreadful dell’epoca, fogli volanti con ottave che raccontavano le leggende del mago Bailardo.

Così il personaggio entrò nell’immaginario della plebe romana, che data l’abitudine locale di raddoppiare alcune consonanti, cominciò a chiamarlo Baillardo. Infine, lo associò con associò ai mazzamurelli, le cui storie giunsero nell’Urbe con gli immigrati marchigiani al seguito di Sisto V….

2 pensieri su “Pietro Baillardo (Parte II)

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