La civiltà dell’Oxus

 

Una delle civiltà più affascinanti e poco conosciute dell’Asia nell’età del Bronzo è il cosiddetto Complesso archeologico battriano-margiano (BMAC, abbreviazione dall’inglese Bactrian–Margianan Archaeological Complex), nome alquanto bruttino, io preferisco Civiltà dell’Oxus, dal nome greco dell’Amu Darya, che designa una cultura dell’Asia centrale risalente all’età del bronzo, datata fra il 2200 e il 1700 a.C. ed estesa nei territori dell’odierno Turkmenistan, Afghanistan settentrionale, Iran nord-orientale, Uzbekistan meridionale e Tagikistan occidentale, che corrisponde approssimativamente all’area geografica dell’antica Battriana (area della moderna Balkh) e della Margiana, il nome greco che designava la satrapia persiana di Margu (la cui capitale era Merv).

Civiltà la cui scoperta cominciò subito dopo la Seconda Guerra Mondiale dagli archeologi sovietici con una modalità, come dire, ottocentesca, basata sullo

scava trincea, arraffa reperto e documenta se ti avanza tempo

e che raggiunse il suo culmine grazie a Viktor Sarianidi, archeologo russo di origine greca; i suoi genitori, di origine pontica, erano scappati in Crimea per sfuggire ai massacri turchi. Sarianidi era una figura che sembrava uscito da un racconto di Kipling: egocentrico, sognatore, mistico grande protagonista di un’archeologia dalla conduzione personalistica, convinto sostenitore del “fardello dell’Uomo Bianco“, uomo profondamente religioso e fervente comunista.

La sua prima grande scoperta è del 1979, nel Nord dell’Afghanistan, circa un anno prima dell’Invasione Sovietica Tillya Tepe (la «collina d’oro») porta alla luce sei tumuli funerari ricolmi di oltre ventimila gioielli d’oro appartenuti a una civiltà nomade del I secolo a.C., il famoso «tesoro della Battriana». Un altro ne sarebbe rimasto soddisfatto, ma Sarianidi ha ben altro per la testa. Lo affascinano infatti i siti protostorici dell’area.

Così comincia una serie ventennale di campagne archeologiche, in condizioni proibitive, che lo portano a scoprire oltre 200 insediamenti risalenti all’età del Bronzo e agli inizi dell’età del Ferro. Ricerche di cui in Occidente si sa ben poco: da una parte vi è la cortina di ferro, dall’altre le poche notizie che filtrano, sono considerate frutto della propaganda sovietica. Nel 1990, con il crollo dell’Urss, Sarianidi si ritrova senza un rublo di finanziamento.

Ma non demorde: vende tutto quello che ha, per finanziare un ultima grande spedizione archeologica e con pochi, fidati assistenti, sposta le sue esplorazioni più a nord, nel delta di un altro fiume, il Murghab, le cui acque scaturiscono dalle montagne dell’Hindukush e si sperdono nelle infinite sabbie del Karakum, non prima, però, di dare forma a un vasto reticolo di oasi.

In una di queste, uguale a tante altre per un profano, che i nomadi locali chiamano Gonur, la grigia, Sarianidi scopre una grande città, protetta da mura possenti: è la capitale di un’antica civiltà delle oasi, estesa – come sappiamo oggi – su un territorio di circa 1600 chilometri quadrati, contemporanea alle grandi culture fluviali protostoriche del Nilo, della Mesopotamia e dell’Indo.

La città aveva un palazzo centrale protetto da mura fortificate con torri rettangolari. Fuori da queste mura, sul lato orientale, è stato scoperto il più antico Tempio del Fuoco noto, il che fa pensare come nell’area si praticasse una sorta di proto-zorastrismo. Templi sacrificali erano stati costruiti lungo i lati meridionali e occidentali delle mura. Questi templi erano circondati da una seconda serie di mura monumentali rinforzate. A sud sono state ritrovate due piscine (una delle quali misura 100 metri per 60), in base alle quali si è ipotizzato che la popolazione di Gonur venerasse l’acqua.

L’identificazione con l’oggetto delle sue scoperte fu, per Sarianidi, totale:

«Nessuno credeva che qualcuno avesse potuto abitare questo luogo desolato, fino a quando non sono arrivato io»,

così si vantava.. E, confessando il suo attaccamento a una terra dura e inospitale, ma che gli aveva restituito la gloria, aveva aggiunto:

«Sono tra quelli che non possono vivere senza il deserto, non c’è un posto simile al mondo; né moglie, né bambini, solo il silenzio, Dio e le rovine»

Dopo la scoperta di Gonur, gli archeologi occidentali si convinsero su come le notizie su un’antica civiltà esistente sulla via della seta non fossero così campate in aria. Per cui, si dedicarono a una serie di campagne di scavo, che se da una parte rimisero in discussione alcune tesi di Sarianidi, specie quelle relative a un regno unitario, ci hanno permesso di comprendere meglio le dinamiche evolutive dell’area.

Allo stato attuale sappiamo come che in epoca eneolitica esistessero già dei villaggi in Margiana in quanto questa regione era allora vitalizzata dal delta interno del Murghab che consentiva, oltre all’allevamento del bestiame, anche lo sviluppo di una attività agricola vantaggiosa. Grazie all’accumulo di risorse e il rapporto ambiguo con kurgan, nomadi predoni da cui proteggersi costruendo i primi centri urbani fortificati, ma anche commercianti e immigrati capaci di portare nuove idee e conoscenze, si attiva un forte processo di sviluppo culturale.

Processo favorito, Verso la metà del III millennio, dallo sviluppo della Via delle Oasi (la futura “Via della Seta”) che raccordava la Valle dell’Indo al Mar Rosso e al Mediterraneo, conseguenza del fatto che Ur importava ingenti quantitativi di lapislazzuli e pietre semi-preziose dall’Afghanistan.

Per un insieme di fattori avversi, tra cui il declino della Civiltà dell’Indo e il progressivo abbandono delle rotte carovaniere a favore di quelle fluviali e marittime, per sopravvivere, Margiana e Battriana furono costrette a produrre oggetti appetibili dai mercati del Vicino Oriente Antico, sfruttando le risorse materiali e culturali di cui disponevano. Nacque la cultura Bactrio-Margiana che stimolò dal 2000 al 1750 a.C. la produzione degli ateliers di Adji Kui.

Con il collasso della fine dell’Età del Bronzo dei principali importatori dei beni prodotti in quell’area, cominciò un lungo periodo di crisi economica, così intorno al 900 a.C. nell’oasi di Merv si verificarono alcuni cambiamenti decisivi. La maggior parte dei territori prima abitati venne abbandonata dalla popolazione, e la vita si spostò più a Sud, non solo a causa di trasformazioni ambientali ma probabilmente anche per mutamenti etnici. Il sistema di popolamento rimase comunque lo stesso del periodo precedente, in oasi di modeste dimensioni. Il centro più importante in quest’epoca era il sito di Yaz Depe, il maggiore insediamento dell’oasi nella prima Età del Ferro. L’arte della glittica e della coroplastica fu completamente dimenticata, e l’architettura acquistò un carattere più primitivo. L’unica forma di arte figurativa era la pittura vascolare, ma anche questa esclusivamente geometrica.

Le cose cambiarono poi con l’arrivo di Alessandro Magno, ma questa è un’altra storia… Negli ultimi anni, ai lavori sul campo, gli archeologi hanno affiancato anche una ricerca filologica sui reperti di incerta provenienza presenti sul mercato antiquario, provenienti da scavi clandestini di necropoli. Lavoro che ha aiutato a scoprire parte di un universo “mitologico” dimenticato. I primi reperti associati da queste ricerche alla civiltà dell’Oxus sono i cosiddetti balafré, gli sfregiati, statuette alte una ventina di centimetri, in clorite, che rappresentano figure maschili stanti e muscolose, dall’espressione brutale, come vecchi soldati che hanno visto troppe battaglie, con una folta barba, un vaso stretto sotto il braccio e una pelle coperta da scaglie di rettile.

Il nome gli deriva dai profondi tagli, simili a ferite, che sfregiano loro il volto. Le labbra, sono attraversate da una coppia di fori cilindrici, come se vi fosse stato un piercing; inoltre, il personaggio è rappresentato come guercio. Tutti questi particolari, collegate anche alla venerazione dell’acqua testimoniata dagli scavi di Gomur, fanno pensare a un mito analogo a quello babilonese di Marduk e Tiamat, in cui un antenato mitico lotta contro un mostro primordiale, magari per liberare la pioggia, il versare il contenuto del vaso, dalle nubi.

Partendo da somiglianze stilistiche sia con i balafré, sia con le cosiddette principesse, di cui è certa la provenienza dalle tombe dell’Oxus, che potrebbero rappresentare la Madre Terra, resa viva dalle acque, si sospetta come la Leonessa Guennol, una delle più misteriose e costose statuine dell’antico Oriente, e opere simili, possano appartenere alla stesso ciclo mitico, rappresentando l’avversario, la signora del deserto e dell’aridità, sconfitta dall’eroe sacrale.

Così, i defunti dell’Oxus venivano accompagnati nel loro ultimo viaggio dalla rappresentazione del dramma sacro relativo al ciclo delle stagioni, che in vita condizionava i loro lavori agricoli e il loro benessere..

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