Sussidiari medievali

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Nel Medio Evo, il percorso di studi, per chi poteva dedicarvisi, era molto simile al nostro: dopo una fase in cui si imparava a leggere, a scrivere e fare di conti, si approfondiva la grammatica e si dava un’infarinatura di cultura generale.

Con la fondazione delle università medievali, ciò parve insufficiente, per cui, per rendere i goliardi meno asini come avviene nei nostri Licei si cercò allora di offrire una preparazione a tutto campo nelle sette discipline ritenute fondamentali, e arti liberali descritte da Marziano Capella nel suo De Nuptiis Philologiae et Mercurii.

Queste erano distinte nel Trivio, Artes Sermocinales, studi finalizzati a preparare alla discussione, ossia la grammatica, la retorica e la dialettica e il Quadrivio, Artes Reales, studi finalizzati a preparare la vita reale, l’aritmetica, la geometrica, l’astronomia e la musica.

Che libri usavano però, gli studenti medievali ? I più diffusi erano quelli della raccolta detta degli degli Auctores Otto:

  • Disticha Catonis, una raccolta di sentenze morali in coppie di esametri latini, di paternità e origine incerte, probabilmente del 3° sec. d.C che veniva usata per l’insegnamento base della grammatica, sia per il contenuto moraleggiante, sia per la confusione tra Catone il Censore, Catone l’Uticense e il vero autore, tale Dionisio Catone;
  • Ecloga Theoduli, un componimento in 344 esametri leonini, risalente all’anno 1000, articolata come una tenzone fra il pastore Psèusti (la Menzogna), che difende il paganesimo, e la pastorella Alitìa (la Verità), che difende i dogmi cristiani. I due personaggi confrontano episodi e personaggi della mitologia classica con quelli della storia sacra: l’età dell’oro con il Paradiso terrestre, il diluvio pagano con quello cristiano, Ercole con Sansone, Orfeo con David, finché Fronèsi (la Ragione) assegna la vittoria ad Alitìa;
  • La Chartula di Bernardo di Cluny, in complicatissimi esametri dattilici in tre sezioni, privi di cesura, con rime finali ed una femminile rima leonina tra le due prime sezioni, che mettono paura solo a descriverli, che incitava gli studenti alle virtù ascetiche;
  • Il Facetus in esametri, che nonostante il nome non era che una raccoltad di noiosissime sentenze morali in versi;
  • Il Tobias di Matteo di Vendôme, una trascrizione in esametri dell’omonimo libro della Bibbia;
  • Il Liber parabolarum di Alano di Lilla, una raccolta di aforismi di quel teologo, che rispetto agli altri testi, per ironia ed agilità mentale dell’autore, capace stesso tempo sagace e spiritoso, era probabilmente l’unico che non faceva sbadigliare gli studenti;
  • Esopus, una raccolta delle fiabe di questo autore latino;
  • Il Floretus, un’antologia delle tante riflessioni di San Bernardo di Chiaravalle.

Un’alternativa a questi testi, diffusa soprattutto in Italia era De vita scolastica di Bonvesin de la Riva, instancabile poligrafo milanese, autore della prima guida turistica della città meneghina, esprime le sue teorie sull’educazione in 936 versi , disposti in distici elegiaci, altra opera di una noia mortale.

Nella prima quartina, infatti, che funge da proemio, il caro Bonvesin dichiara ciò che intende esporre, non senza l’aiuto di Cristo. Nell’introduzione, che occupa i successivi 18 versi, vengono descritti metaforicamente sia la sapienza che i benefici destinati a coloro che la raggiungeranno. La maggior parte dell’opera, (745 versi) è rivolta al discipulus, che dovrà acquisire le quinque claves sapiencie. La prima,descritta da Bonvesin in ben 468 versi, esorta al “timor di Dio” attraverso due vie, la rinuncia al male, come la lussuria, la gola e l’avarizia, e la pratica del bene, in particolare con un saggio eloquio ed una costante devozione a Dio e ai santi.

La seconda chiave, a cui l’autore dedica 214 versi, espone i cinque modi di riverire il maestro: condurre una vita onesta, studiare il più possibile, obbedirgli, ricompensarlo con prontezza, spontaneità e correttezza, e infine offrirgli anche piccoli doni. Alla terza chiave, che raccomanda di leggere costantemente, l’autore dedica solamente 32 versi; 18 sono riservati alla quarta, che raccomanda di porre domande sia al maestro che ai più piccoli; solamente dieci versi per l’ultima chiave, che stabilisce di imparare a memoria gli insegnamenti, leggendoli con assiduità e ripetendoli per sé e per gli altri

Al maestro, subito dopo, Bonvesin dedica 162 versi. Tre sono gli observanda che egli è tenuto a rispettare: al primo di essi vengono dedicati 30 versi, nei quali il maestro viene esortato a seguire una condotta “esemplare”; il secondo, descritto in 82 versi, prescrive di “conformare”gli scolari ai buoni costumi; il terzo, che occupa i 48 versi prima del “congedo”, suggerisce infine di “tramandare l’arte” con coraggio.

Insomma, la scuola, in fondo, poco è cambiata… E’ sospetto che i che i miei antenati nel Medioevo, si annoiassero tanto quanto il sottoscritto, quando erano costretti a stare seduti nei banchi !

Un pensiero su “Sussidiari medievali

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