Epidemie, fake news e propaganda

The-Not-Fake-News.jpg

Anni fa, quando ero giovane, bello e magro, mi dedicai all’epidemologia computazionale, ossia alla definizione degli algoritmi e modelli computazionali per simulare la diffusione e l’evoluzione nello spazio e nel tempo delle malattie.

In pratica, cercavo di integrare i modelli SIS e SIR, basati su catene markoviane, con la teoria del caos e la teoria delle reti complessi, con dei risultati, senza falsa modestia, alquanto interessanti.

Dopo qualche anno, infatti, quell’impostazione teorica non solo è rimasta invariata, ma si è addirittura arricchita: gli algoritmi sono diventati assai più complessi, grazie al cloud e all’utilizzo di soluzioni basate su Apache Storm e Spark, la potenza computazionale dedicata alle simulazioni è cresciuta esponenzialmente, in più grazie ai bug data e alla trend analysis sui social media, monitorando in tempo reale la diffusione delle epidemie, è possibile raffinare e tarare in tempo reale i modelli di calcolo.

Il che, nel caso di Ebola nell’estate del 2014 e di Zika nel 2016 ha permesso di ottimizzare le strategie contro la diffusione della pandemia, con risultati positivi.

In tutto ciò, mi potreste chiedere, tu che c’entri ? Mica fai il medico… Però, i meccanismi della diffusione delle malattie batteriche e virali, sono analoghi a quelli con cui si diffondono i meme, le minime minima unità culturale come, ad esempio, una moda, una frase fatta, uno stereotipo, un modo di dire, una battuta di spirito, che si propaga tra le persone attraverso la copia o l’imitazione mediante disseminazione, condivisione e citazione.

Entrambi si basano su reti di “focolari”: le epidemie, come i meme non si diffondono seguendo un percorso lineare, ma piuttosto a “hub”.

Nel caso specifico, nei social media, ci sono alcuni utenti particolarmente “influenti” e seguiti, spesso anche con centinaia di migliaia di follower, i cui post hanno una probabilità esponenzialmente più alta di diffondersi. E se si convincono questi o si creano artificialmente questi influencer, amplificando la loro visibilità con opportuni meccanismi di coordinamento di reti complesse, è molto facile diffondere meme.

Tale tecnica è stata inizialmente utilizzata nella pubblicità: grazie al filter bubble, il meccanismo per cui i social media, utilizzando le informazioni disponibili su un utente (come posizione, click precedenti, ricerche passate), selezionano i contenuti a cui questo può accedere, e al microtargeting la pubblicità on line può far pervenire ogni volta al target più adatto messaggi confermanti, con più probabilità di provocare una reazione (like, condivisione, commento favorevole). Questa pratica va sotto il nome di dark advertising: l’associarla ai modelli epidemologici aumenta la velocità di diffusione di tali messaggi, indirizzando la propensione del potenziale cliente ad acquistare questo o quel prodotto.

La novità introdotta in Italia dai Cinque Stelle e negli Usa da Trump è l’applicazione di queste tecniche pubblicitarie dalla marketing alla politica: si è costruita a tavolino e artificialmente una rete di influencer, che, a fini politici e con algoritmi ben precisi, che possono essere ricostruiti a posteriori, hanno diffuso fake news a fini politici.

Strategia che è la naturale evoluzione della comunicazione berlusconiana: da un messaggio semplice diretto a tutti, si è passato a uno personalizzato, basato sui pregiudizi e sulle paure del singolo elettore, che oltre a portare voti, che permette anche notevoli introiti economici

Annunci

Bando Premio SHORT-KIPPLE 2018

KippleBlog

Kipple Officina Libraria bandisce per l’anno 2018
l’VIII edizione del Premio Short Kipple per il miglior racconto digenere fantastico

1) Sono ammesse solo le opere in lingua italiana inedite, mai pubblicate su carta o in digitale, neppure parzialmente. I racconti devono avere la lunghezza minima di 5 cartelle dattiloscritte e massima di 20 cartelle (per cartella s’intende, all’incirca, una pagina da 60 battute di 30 righe, cioè 1800 caratteri spazi inclusi).

2) Il contenuto deve essere SOLO ed ESCLUSIVAMENTE fantastico. I generi ammessi sono:

Fantascienza (hard science-fiction, post-cyberpunk, steampunk, bio-punk, anticipazione, ecc.)
Weird (New Weird, neo-noir, horror, urban fantasy, ecc.)

Testi di qualsiasi altra natura NON verranno presi in considerazione.

3) È possibile partecipare con più opere.

4) La quota di partecipazione è fissata in 5 perogni racconto, da accreditare entro il 31 luglio 2018

I) tramite paypal: kol@kipple.it
II) con accredito sul

View original post 271 altre parole

L’emporio di Tavolara

DSC7076-x-articolo.jpg

Qualche settimana fa, è apparsa sui giornali la notizia di un emporio villanoviano in Sardegna, nell’area protetta sull’isola di Tavolara, sviluppato ai primordi dell’età del Ferro, tra il decimo e nono secolo avanti Cristo. Scoperta che ha scatenato una gran cagnara nei siti di fanta archeologia, portando a formulare una ridda di ipotesi sull’origine sarda della lingua etrusca, che però ha nascosto la grande importanza storica del ritrovamento, che è un tassello fondamentale per descrivere l’evoluzione dei commerci nell’età del Bronzo

Dai ritrovamenti archeologici di ceramica minia, sia questa associata all’arrivo delle popolazioni indoeuropee in Greca o frutto di una naturale evoluzione locale, in Salento, nell’alto Adriatico e in Troade, sappiamo che tra il 1900 a.C. e il 1700 a.C. esisteva una complessa rete di commerci che univa la civiltà appenninica, l’Ellade e i protoluvi in Anatolia, che però sembra escludere il Mediterraneo Occidentale.

Per circa un secolo e mezzo, tra il 1700 a.C. e il 1550 a.C. per motivi attualmente non chiari, questa rete di commerci collassa, tanto che in Salento e nel Barese, per soddisfare le richieste delle popolazioni di pastori che, come in tempi storici, compivano la transumanza tra Abruzzi e Capitanata, si sviluppa un’industria ceramica locale, che produce modelli che imitano quelli di importazione greca delle generazioni precedenti

Dal 1550 a.C. in poi, anno più, anno meno, i micenei ricominciano a navigare: da quanto capiamo dalla lineare B, i mercanti non erano liberi imprenditori, ma una sorta di impiegati statali. Solo con la tarda età del Bronzo, si comincerà a diffondere, dalle testimonianze che abbiamo da Ugarit, la libera iniziativa privata

Essendo un’iniziativa politica, oltre che economica, questi primi commerci seguono una direttiva inaspettata: per non avere contrasto con le popolazioni minoiche, non si dirigono verso Oriente, ma verso Occidente. Mancando sufficienti dati archeologici, è difficile spiegare perché i Micenei evitino di inoltrarsi nell’Adriatico: probabilmente, ma è un’ipotesi non suffragata da prove, esistevano vie commerciali alternative a quelle che terminavano nella Pianura Padana per accedere allo stagno e all’ambra proveniente dal Nord Europa. In più, forse, la necessità di approvvigionarsi di lana, il principale bene di esportazione da parte delle popolazioni appenniniche, a meno che a Micene non fossero particolarmente golosi di pecorini abruzzesi, all’epoca era assai minore rispetto alla tarda età del Bronzo.

Sia come sia, i Micenei puntano al Tirreno, creando degli empori in Calabria, in Sicilia e commerciando in maniera diretta e indiretta con le popolazioni dei nuraghi. Uno scambio economico e culturale che è bidirezionale, tanto che, per esempio, i micenei, cominciano a produrre spade e pugnali che imitano nella foggia quelle sarde (le Sant’Iroxi).

Dal 1400 a.C. in poi, cambiano di nuovo le cose: il complesso e poco chiaro processo di integrazione tra micenei e minoici volge al termine e le popolazioni dell’Egeo concentrano i loro commerci in Anatolia, Siria e Adriatico, il che provoca la crescita di Frattesina e la creazione di empori micenei in Salento e nel resto della Puglia; il boom della produzione tessile micenee, testimoniato dalle tavolette in lineare B, fa ritornare in auge l’importazione della lana delle popolazioni appenniniche.

Questo riduce il commercio miceneo nel Tirreno: il loro ruolo nel commercio a lunga distanza tra Mediterraneo Occidentale e Orientale è preso dai ciprioti, con i sardi che sembrano utilizzare i lingotti a forma di pelle di bue, tipici di Cipro, come una sorta di bene rifugio, e dai siriaci. Al contempo, i popoli nuragici si affermano come principali intermediari nel commercio locale tra costa Tirrenica dell’Italia, Provenza e Spagna.

Ruolo che produce una serie di complessi cambiamenti nella società sarda e che si accentua con la crisi dell’età del Bronzo che come come in Polesine, crea in Sardegna un boom sia “produttivo”, sia commerciale. E Tavolara è la testimonianza di questo boom e delle reti commerciali che univano la Sardegna con le popolazioni della cultura laziale e villanoviana. Boom commerciale che si accentuerà dall’VIII secolo in poi con l’arrivo dei Fenici, che porterà alla nascita dei primi centri protourbani

Mausolei Imperiali a San Pietro

petrus

Ha destato un poco di sorpresa, la storia, raccontata ieri, della presenza accanto alla basilica costantiniana di San Pietro la presenza di due mausolei imperiali, l’uno appartenente a Onorio, l’altro di incerta attribuzione, connessi tra loro per mezzo di un nartece e comunicavano con la parte settentrionale del transetto della basilica per mezzo di un altro nartece.

A dire il vero, alcuni archeologi, a seguito di scavi compiti negli anni Cinquanta, hanno provato ad attribuire il mausoleo ignoto all’epoca di Caracalla: attribuzione che però mi lascia perplesso. Da una parte, la pianta di entrambi, circolare all’esterno, ottagonale all’interno, con nicchie che alleggeriscono la struttura muraria, presuppone la conoscenza dei mausolei tardo antichi, la tomba di Galerio a Tessalonica e quelle di Elena e Costantina a Roma, derivati dal Tempio di Minerva Medica all’Esquilino.

Dall’altra, le dimensione simili dei due edifici, per il Mausoleo di Onorio il diametro è di 15 metri e mezzo, per l’altro è di poco più di 16,75 metri e le nicchie di 4,5 metri di larghezza e 2 metri di profondità, suggeriscono che siano frutto di un progetto unitario.Alcuni studiosi suggeriscono come il mausoleo ignoto risalga invece all’epoca dei Secondi Flavi e sia la tomba di Anastasia, sorellastra di Costantino e che Onorio abbia voluto imitarlo, per rendere omaggio alla famiglia del primo imperatore cristiano. Tuttavia, mancando sia una testimonianza documentale precisa, sia resti archeologici, per quanto suggestiva, anche questa ipotesi manca di fondamento.

pianta

Nel Medioevo, entrambi i mausolei ebbero una storia complessa e affascinante: quello di Onorio si trasformò nella cappella di Santa Petronilla. Nel 757 papa Paolo I, per adempiere alla promessa fatta dal suo predecessore e fratello Stefano II al re dei Franchi Pipino, decise di traslare il corpo della presunta figlia di San Pietro dalla Catacomba di Domitilla sull’Ardeatina e non sapendo dove metterlo, decise di piazzare le reliquie in uno dei sarcofaghi teodosiani.

Nel Natale del 800, Carlo Magno si recò nel mausoleo, per rendere omaggio alla Santa e affermare la continuità simbolica del suo stato con quello degli ultimi imperatori romani, al contempo pagando una serie di lavori di decorazione e di restauro, diventando la chiesa nazionale francese a Roma.

Nell’846 i saraceni fecero scempio della costruzione e per molto tempo il corpo di Petronilla si credette perso o trafugato dai francesi. Nel 1470 le spoglie furono rinvenute durante i lavori di restauro voluti da Luigi XI, che qualche anno dopo, portarono alla scoperta della misteriosa tomba dell’uomo accompagnato con un bambino. Carlo VIII ruppe talmente le scatole a Innocenzo VIII, che il Papa dovette riconoscerne ufficialmente il patrocinio . Di conseguenza la chiesa iniziò a essere chiamata la «Cappella del Re di Francia».

Nel 1497, il Mausoleo Onoriano assume un ruolo centrale nella Storia dell’Arte; il benedettino Jean de Bilhères-Lagraulas,  venuto a Roma nel 1491 a capo di una delegazione inviata da Carlo VIII presso la corte papale, governatore di Roma durante il periodo di sede vacante seguito alla morte di Innocenzo VIII, e fu poi tra i primi a essere creato cardinale di Santa Sabina da Alessandro VI, nel settembre 1493, si sente vicino alla morte.

pietà

 

Per decorare la sua tomba, che da buon francese vuole in Santa Petronilla, decide di affidarsi a un giovane scultore fiorentino, tale Michelangelo a cui da l’incarico di di scolpire

“una Vergene Maria Vestita, con un Christo morto in braccio, grande quanto sia uno homo giusto”

Nel contratto per la commissione della statua, il banchiere Jacopo Galli garantisce al cardinale che la statua sarà

“la più bella opera di marmo che sia hoge in Roma et che maestro nissuno la faria megliore hoge”

Michelangelo impiega ben nove mesi per scegliere il blocco di marmo e trasportarlo dalle cave di Carrara a Roma, il contratto ufficiale per la realizzazione della Pietà vaticana, infatti, è firmato nell’agosto del 1498 e prevede un solo anno per la consegna dell’opera. Dalle ricevute di pagamento non risulta chiaro se lo scultore abbia rispettato la data di consegna: riceve un pagamento dalla banca Ghinucci, esecutrice testamentaria del cardinale Bilhères, nel luglio del 1500 e questa pare la data più verosimile per il completamento dell’opera. C’è però un insolito pagamento dello stesso Michelangelo a un certo “Sandro muratore”, che compare qui per la prima e ultima volta nei suoi conti, il 6 agosto 1499: potrebbe essere stato pagato per installare la statua della Pietà nella chiesa di Santa Petronilla. In questo caso le scadenze contrattuali sarebbero state rispettate

Ma dove era di preciso la Pietà ? Dalle caratteristiche della statua, sappiamo che non poteva essere posta molto in alto e che doveva essere situata in un luogo che ne permettesse sia la visione laterale, sia frontale.

Alcuni indizi, poi, fanno pensare che Michelangelo abbia considerato il punto di vista da sinistra a destra come quello privilegiato. Inoltre la Pietà non poteva essere posta sull’altare maggiore, che era proprio davanti all’ingresso del Mausoleo, essendo tutto lo spazio occupato dal ciborio e dalle colonne tardo antiche: per cui, la posizione più probabile sembra essere la nicchia proprio alla sua sinistra, che sappiamo da fonti quattrocentesche essere stata dedicata alla Vergine e al Salvatore.

Dopo questo momento di gloria, nel 1520, fu cominciata la demolizione del Onoriano, che negli anni successivi, portò alla scoperta della tomba di Maria, moglie del figlio di Teodosio.

 

Il mausoleo ignoto, invece, per le decorazioni volute da Gregorio III, in polemica con gli iconoclasti, fu dedicato alla Madonna e per una serie di miracoli, all’icona lì conservata fu prima attribuita la capacità di proteggere il fedele dalla malaria, da cui il nome di Madonna della Febbre, poi, dato che secondo una leggenda del Quattrocento, colpita da una palla da gioco durante una partita a bocce tra cardinali, cominciò a sanguinare, fu poi chiamata della Bocciata.

Cambiò infine nome in Cappella di Sant’Andrea nel 1462, quando la reliquia della testa dell’apostolo, messa in salvo dall’invasione della Morea da parte dei Turchi, giunse in Italia attraverso il porto di Ancona e fu condotta a Roma dove il cardinale Bessarione la consegnò a Pio II al ponte Milvio e fu portata in corteo fino alla basilica di san Pietro.

Dopo la demolizione del Mausoleo Onoriano, vi fu trasferita la Pietà di Michelangelo: A poco distanza sorgeva l’obelisco Vaticano che fu poi spostato nel 1586 da Domenico Fontana per papa Sisto V Peretti di fronte alla nuova basilica ancora in costruzione.

Però, portando forse iella la Pietà ai mausolei tardo imperiali, la cappella di Sant’Andrea fu demolita tra il 1776 ed il 1784, durante il pontificato di papa Pio VI, la costruzione fosse distrutta proprio per far posto alla nuova sacrestia di Carlo Marchionni.

220px-ChristianPendantMaria398-407

Ho accennato al ritrovamento durante la demolizione del Mausoleo Onoriano della tomba dell’imperatrice Maria. Il corredo ritrovato fu suntuosissimo. A tale proposito Rodolfo Lanciani racconta:

La bellissima imperatrice giaceva in una bara di granito rosso, con indosso le vesti imperiali intessute d’oro; dello stesso materiale erano il velo e la sindone che copriva la testa e il petto. La fusione di questi materiali produsse un considerevole ammontare di oro puro, il cui peso è riportato differentemente come di trentacinque o quaranta libbre. […] Alla destra del corpo c’era un cesto di argento puro, pieno di recipienti e porta-profumi, scolpiti nel cristallo di rocca, nell’agata e in altre pietre preziose. Erano trenta in totale, tra i quali c’erano due coppe, una tonda e una ovale, decorate con figure ad altorilievo, di gusto squisito, e una lampada, fatta d’oro e cristallo, della forma di una conchiglia corrugata, con il foro dell’olio protetto e camuffato da una mosca d’oro, che ruotava attorno ad un perno. C’erano anche quattro vasi d’oro, uno dei quali tempestato di gemme.

In un secondo cestello di argento sbalzato, posto sul lato sinistro, furono ritrovati centocinquanta oggetti: anelli d’oro con pietre incastonate, orecchini, collane, bottoni, spille per capelli eccetera, ricoperti di smeraldi, perle e zaffiri; una noce d’oro, che si apriva a metà; una bulla pubblicata in un lavoro di Mazzucchelli; e uno smeraldo inciso con il busto di Onorio, valutato cinquecento ducati. Gli oggetti d’argento erano scarsi; di questi troviamo menzionati solo una pinza per capelli e una cerniera a sbalzo.

Le lettere e i nomi incisi su alcuni pezzi provano che formavano il mundus muliebris (doni nuziali) e gli articoli di toletta di Maria […] A fianco dei nomi dei quattro arcangeli – Raffaele, Gabriele, Michele e Uriele – incisi su di una fascia d’oro, quelli di Domina Nostra Maria e di Dominus Noster Honorius comparivano su altri oggetti. La bulla era incisa con i nomi di Onorio, Maria, Stilicone, Serena, Termanzia e Eucheio, posti a raggiera a formare una doppia croce con l’esclamazione “Vivatis!” tra loro. Con l’eccezione di questa bulla, […] ciascun pezzo è scomparso. […] Non si trattava del lavoro di orefici del quinto secolo, ma erano di origine classica; infatti rappresentavano una porzione dei gioielli imperiali, che Onorio aveva ereditato dai suoi predecessori, e che aveva offerto a Maria in occasione del suo matrimonio. Claudiano, il poeta di corte, li descrisse espressivamente come quelli che avevano brillato sul petto e la testa delle imperatrici dei giorni andati.

440px-Stilico_diptych

Di tutto questo ben di Dio è rimasta solo la Bulla. Il resto probabilmente è andato fuso… Per i casi della vita, all’appello delle tombe imperiali ritrovate, Maria, l’uomo misterioso, forse Eucherio, l’altro figlio di Stilicone, il bambino, mancano proprio quelle di Onorio e dell’altra moglie Termanzia.

Ora, questo non vuol dire che sotto il pavimento della Sacrestia di San Pietro vi sia la versione tardo antica della tomba di Tutankhamon. Semplicemente è che non c’è rimasta traccia documentale di un loro ritrovamento, che può essere avvenuto nell’Alto Medioevo

Il non Mausoleo di Galla Placidia

 

Tutti conoscono il mausoleo di Galla Placidia, uno dei gioielli paleocristiani di Ravenna, per lo splendore dei suoi mosaici: pochi però sanno come tale denominazione sia probabilmente fittizia, mancando qualsiasi certezza sulla destinazione funebre dell’edificio.

Di fatto non abbiamo la più pallida idea di dove sia stata seppellita Galla Placidia: il fatto che sia avvenuta a Ravenna è citato solo nel Liber pontificalis ecclesiae ravennatis da Agnello Ravennate, autore con un rapporto a volte creativo con la Storia, scritto quattro secoli dopo la morte dell’imperatrice.

Sia l’ipotesi che sia sepolta a Milano nella cappella di Sant’Aquilino o nel Mausoleo Onoriano a San Pietro, non sono sostenute da prove certe.

Benché nel giugno 1458 nel Mausoleo Onoriano o Capppella di Santa Petronilla fosse trovato un sontuoso sarcofago in marmo contenente due bare in cipresso, una grande e una piccola, foderate d’argento, con all’interno due corpi, un adulto e un bambino, avvolti in vestiti intessuti d’oro, non è per nulla provato che questi due membri della famiglia imperiale siano Galla e il suo primogenito Teodosio.

Così racconta un testimone dell’epoca, Nicolo’ della Tuccia da Viterbo

Si disse che i corpi erano quelli di Costantino e di suo figlio piccolo . Non fu trovata alcuna testimonianza scritta ne’ alcun segno a parte una croce con questa forma (greca)

Per cui è probabile che il corpo trovato non fosse di una donna… Solo che purtroppo ogni testimonianza concreta di quella scoperta è stata distrutta… Niccolò continua dicendo

Papa Callisto III prese possesso di ogni cosa e mando’ l’oro e l’ argento alla zecca

1200px-Church_of_Santa_Maria_della_Febbre,_Rome-1629-Pieter_Jansz._Saenredam

Però, proprio il Mausoleo Onoriano, ci da l’idea di come potesse essere una tomba imperiale dell’epoca: di forma circolare, analogo ai mausolei costantiniani e internamente ottagonale, con otto grandi nicchie nel muro, in cui Onorio e le moglie furono seppelliti, in sarcofaghi di porfido. Insomma, qualcosa di ben diverso del Mausoleo di Galla Placidia. Un paio di studiosi, tra l’altro, hanno interpretato il secondo mausoleo presente, collegato all’Onoriano con un nartece, che nel Medioevo diventerà Santa Maria della Febbre, normalmente considerato come cenotafio di Teodosio, potesse essere l’estrema dimora dell’imperatrice, in modo che risultasse sepolta accanto al fratello. Ma anche per questa ipotesi mancano prove documentali.

Però, qualcosina dal punto di vista architettonico e iconografico possiamo dirla: in origine il Mausoleo era ben diverso da quanto appare oggi: non era infatti un edificio isolato, ma era collegato tramite un nartece alla chiesa di Santa Croce, a sua volta integrata nel palazzo imperiale di Galla Placidia. Di fatto, la sorella di Onorio sembrerebbe aver replicato a Ravenna la struttura del Palatium Sessorianum: per cui, se prendiamo come riferimento la pianta di Santa Croce in Gerusalemme, che Galla aveva fatto decorare con ricchi mosaici, il Mausoleo, come posizione non coinciderebbe con un edificio funerario, ma con la Cappella delle Reliquie. Per cui, darebbe più l’idea di un martyrion, che di una tomba, di cui condivide la tipica struttura pianta centrale, sovrastata da una cupola

Continuando con lo stesso ragionamento, l’ipotetica cappella disposta simmetricamente rispetto al mausoleo, dall’altro lato del nartece, di cui però mancano le evidenze archeologiche, che alcuni studiosi identificano con quella di San Zaccaria, fatta costruire Singledia, nipote di Galla, coinciderebbe invece con il battistero, sempre prendendo a modello la basilica romana.

Infine la tipologia di mosaici, che sono simili a quelli del battistero di San Giovanni in Fonte a Napoli, a quelli della Rotonda di San Giorgio a Tessalonica e del battistero Neoniano, sempre a Ravenna, è utilizzata in ambiti ben diversi, da quelli funerari. Per cui, data la presenza della rappresentazione di San Lorenzo prossimo al martirio, nulla vieta che l’edificio, più che un Mausoleo, possa essere una cappella dedicata alla memoria di tale santo, in cui forse Galla Placidia conservava le presunte reliquie

Cesario di Heisterbach, costruttore di mondi

Cesario

Pochi conoscono Cesario di Heisterbach, un monaco cistercense, nato a Colonia intorno al 1180, che per sfuggire ai creditori si rifugiònel 1119 nella badia di Heisterbach, dove divenne priore e resto sino sino alla morte che lo colse intorno al 1240. Dopo una una giovinezza alquanto, come dire, turbolenta, si mise sulla retta via, tanto da essere proclamato beato.

Ora, Cesario è stato uno scrittore vivace e alquanto produttivo: ha buttato giù la Vita Engelberti, dove traccia con bella imparzialità la biografia dell’illustre arcivescovo di Colonia Engelberto di Berg, ucciso a tradimento per odî politici nel 1225, una biografia di Elisabetta di Turinga e uno sproposito di omelie…

Ma tutto questo lo avrebbe condannato all’oblio, se non ci fosse stato il Dialogus Miracolorum, il figlio più grande, nonostante nel prologo dell’opera affermi che ciò che scrive non è frutto della sua creatività, della sua fantasia sfrenata.

Il Dialogus è in teoria una raccolta di exempla, racconti edificanti che predicatori potevano citare per non fare addormentare il pubblico durante le omelie. In realtà, è uno degli antecedenti storici del Decameron: si tratta infatti di una raccolta di settecentocinquanta novelle, racchiuse una cornice di un dialogo tra lo stesso Cesario e un novizio.

Novelle catalogate in dodici sezioni, le distinctiones, ognuna dedicata a un tema diverso: la conversione, la contrizione, la confessione, la tentazione, i demoni, la semplicità, Maria Vergine, le visioni mistiche, il sacramento del corpo e sangue di Cristo, i miracoli, i moribondi, le ricompense dell’aldilà. Le iniziali di ogni sezione, da buon uomo medievale, formano un acrostico, con le parole Cesarii Munus, il monaco Cesario, una sorta di firma dell’opera. In più l’ordine delle sezioni, oltre che da un filo semantico, è legato da una mistica numerica: ad esempio le tentazione è al quarto posto, perchè il quattro è il simbolo della stabilità, unica e tetragona arma per resistere alla tentazione del maligno.

Messo così, il Dialogus parrebbe un mattone colossale: in realtà, Cesario, in maniera inconsapevole, sfrutta il motivo religioso per intraprendere un viaggio nel complesso e contraddittorio immaginario medievale: la sua fantasia non si concentra sul monastero, ma spazia dalla Germania alla Francia, dall’Italia a Bisanzio, raccontando le vicende di papi e parroci, di re e contadini, di santi ed eretici.

Cito tre delle sue invenzioni più famose. La prima, che diventerà un bestseller medievale, è la leggenda della sacrestana Beatrice; questa, sedotta da un chierico, prima di abbandonare il convento si accosta all’altare della Madonna, dove depone le chiavi della sacrestia, rivolgendo alla Vergine queste parole

Signora, ti ho servito quanto più devotamente mi è stato possibile, ecco ti restituisco le tue chiavi; non sono capace di resistere oltre alle tentazioni della carne

Ben presto, però, la suora viene abbandonata dal proprio amante. Beatrice, non avendo di che vivere e non osando per la vergogna rientrare in convento, diventa meretrice. Dopo quindici anni, però, fa ritorno al monastero e scopre che Maria l’ha miracolosamente sostituita nel suo ufficio di sacrestana. Da qui scaturiscono il suo pentimento e la confessione finale, attraverso la quale si viene a conoscenza del miracolo.

La seconda è la strage di Béziers, brano che cito testualmente

Al tempo del papa Innocenzo, predecessore di questo Onorio che regge ora il papato, mentre era ancora in corso lo scisma tra Filippo ed Ottone, entrambi re dei Romani, per l’invidia dei diavolo presero a sbocciare, o per meglio dire a maturare, le eresie degli Albigesi. Le loro forze erano tali che tutto il buon grano della fede di quel popolo sembrava trasformato nella zizzania dell’errore. Alcuni abbati dei nostro ordine furono inviati lì insieme ad alcuni vescovi per estirpare il loglio con il rastrello della predicazione cattolica. Ma per l’opposizione dei nemico, che aveva sparso quel cattivo seme, ottennero ben pochi risultati. […] L’errore degli Albigesi si affermò a tal punto che in breve tempo infettò fino a mille città, e se non fossero intervenute le spade dei fedeli a reprimerlo, ritengo che avrebbe corrotto l’intera Europa.

Nell’anno dei Signore 1210 per tutta la Francia e la Germania fu predicata la crociata contro gli Albigesi e nell’anno successivo si mossero contro di loro, dalla Germania, Leopoldo duca d’Austria, Engilberto allora preposto, in seguito arcivescovo, di Colonia, suo fratello Adolfo conte de Monte, Guglielmo conte di Julich e molti altri di diversa condizione e grado. Lo stesso avvenne in Francia, Normandia e Poitou.

Predicatore e capo di tutti era Arnaldo , abbate cisterciense, in seguito arcivescovo di Narbona. Come giunsero alla grande città chiamata Béziers – dove si diceva vi fossero più di centomila abitanti – la cinsero d’assedio. Al vedere i crociati gli eretici urinarono su un volume dei Vangelo e lo gettarono dal muro contro i cristiani facendo seguire un lancio di frecce e gridando: «Ecco, sciagurati, la vostra legge». Cristo, seminatore dei Vangelo, non lasciò invendicata quell’ingiuria. Infatti alcuni dell’esercito crociato, infiammati dallo zelo della fede, simili a leoni, sull’esempio di coloro dei quali si legge nel Libro dei Maccabei, portarono scale, salirono sulle mura, e mentre gli eretici per volere divino si ritiravano atterriti, aprirono le porte a quelli che venivano dietro di loro e presero così la città. Poiché, per ammissione degli eretici, si era venuto a sapere che nella città vi erano dei cattolici insieme con gli eretici, i crociati chiesero all’abbate: «Che dobbiamo fare?». L’abbate, temendo che gli altri si fingessero cattolici solo per il timore della morte e che, dopo la loro pazienza, tornassero alla loro perfidia, si dice che abbia risposto: «Uccideteli tutti. Il Signore sa quali sono i suoi» . Così in quella città venne ucciso un numero incalcolabile di persone. Per virtù divina i crociati presero anche un’altra grande città, situata presso Tolosa, chiamata Pulcravalle per la sua posizione. Inquisirono tutti gli abitanti e mentre tutti promisero di voler tornare alla fede vi furono quattrocentocinquanta che, istigati dal diavolo, perdurarono nella loro ostinazione: di questi, quattrocento furono bruciati sul rogo e cinquanta furono impiccati. I Tolosani, costretti, promisero ogni soddisfazione, ma la promessa, come poi apparve, celava l’inganno. Infatti il perfido conte di Saint-Gilles, principe e capo di tutti gli eretici, dopo che i suoi feudi allodi, città e castelli gli erano stati sottratti nel concilio Lateranense, e dopo che per la massima parte erano stati occupati dall’eroe cattolico Simone di Montfort si è recato a Tolosa ed ancora oggi non cessa di vessare ed attaccare i fedeli

Titivillus

L’ultima è Titivillus, il diavoletto fustigatore delle tante vanità di noi intellettuali, che si presentava così

Sono un povero diavolo, e il mio nome è Titivillus… Devo ogni giorno… portare al mio padrone un migliaio di borse piene di errori, e di negligenze nelle sillabe e nelle parole

Egli è il raccoglitore delle chiacchierate inutili che avvengono durante le funzioni religiose, delle parole mal pronunciate, borbottate oppure omesse nelle funzioni stesse, per portarle nell’Inferno e includerle nelle colpe dei peccatori. E soprattutto è il tentatore degli scribi, che induce negli errori di grammatica e sintassi e fa copiare le parole sbagliate.

Santità, ferocia, satira: su questi tre pilastri, Cesario costruisce un universo, che ancora oggi non cessa di stupire i suoi lettori

Santa Bibiana e San Polieucto

bibiana

Dato che le discussioni accademiche sulla chiesa costantinopolitana di San Polieucto stanno ormai assumendo i contorni di una telenovela, urge, prima di proseguire con il post, fare un breve riassunto delle puntate precedenti. Anni fa, il bizantinista e studioso della tarda antichità Rod Kalemin se ne uscì con una bizzarra ipotesi, in cui si affermava come la decorazione marmorea di tale chiesa fosse  stata concepita e realizzata all’Esquilino.

Ipotesi che nel migliore dei casi fu accolta con molto scetticismo: però, Kalemin, per supportarla, si fece un giro per le chiese del Rione, cercando di trovare delle tracce di questa misteriosa officina di marmorari tardo antichi, dedita all’esportazione dei suoi lavori nell’Oriente Bizantino.

Ricerca che, pur supportata da dotte analisi, fu considerata di scarso fondamento: però, dato che tutto si può dire, tranne che Kalemin non sia tenace, ha prodotto un nuovo articolo, stavolta dedicato a Santa Bibiana.

Il buon bizantinista ha identificato nella parrocchia dell’Esquilino quattro colonne vineate, due antistanti il presbiterio, le altre, di minori dimensioni, posta ad inquadrare la pala d’al-tare della Cappella  della Madonna e di San Flaviano, fondata nel 1702.

Inoltre ha evidenziato la presenza, sempre nella chiesa, di due capitelli pseudocorinzi e di un altro frammento di colonna vineata, reimpiegato in un tratto delle Mura Aureliane posto a sud dei Castra Praetoria , tra questi e la Porta Tiburtina, dunque poco lontano da Santa Bibiana.

Pergula

Dato che questa tipologia di colonna, essendo ispirata alla pergula, la struttura dello spazio liturgico paleocristiano che separava il coro destinato al clero dal restante spazio della chiesa, .costituita da una serie di colonne, collegate da un architrave per appendere le lampade e appoggianti su un parapetto che lascia aperto solo un accesso centrale, che Costantino aveva fatto realizzare nell’antica San Pietro, è tipicamente romana e assieme ai capitelli pseudocorinzi è presente anche in San Polieucto, lo studioso la ritiene la pistola fumante per provare sia l’esistenza di tale bottega di marmorari, sia i suoi contatti con Bisanzio

A maggiore supporto di tale tesi, Kalemin identifica il marmo con cui sono scolpiti capitelli e colonne come lunense, a maggiore testimonianza della provenienza locale di tali elementi architettonici. Quindi, tutto torna ?

Purtroppo, neppure questa volta, la tesi è convincente: paradossalmente, il primo argomento contro la tesi di Kalemin proviene proprio da uno degli oggetti dei suoi studi: la tomba quattrocentesca del Cardinal Venerio a San Clemente. Se i capitelli che decorano tale tomba potrebbero essere di maestranze romane dell’epoca dell’imperatore Giustino, sin dal 1992 Federico Guidobaldi ha dimostrato come le colonnine, di tipologia analoga a quelle di santa Bibiana, che li reggono non risalgano a quell’epoca, ma siano una spolia precedente, databile l’ultimo quarto del I secolo d.C. e più precisamente l’età
domizianea.

Per cui, a priori, mancando dati precisi, non è detto che le colonne vineate della chiesa siano realizzate da marmorari tardo antichi, ma come come le altre presenti nell’edificio, potrebbero essere materiali di recupero proveniente dagli horti imperiali dell’area.

In più, come evidenziato da numerosi studiosi, come Roberta Flaminio, non è per nulla vero come quella tipologia di colonne sia di esclusiva produzione romana: anzi, vi sono numerose realizzazione sia nel mondo greco, sia in quello siro-palestinese. Sono presenti, ad esempio, nel Katholikon medievale di S. Giovanni a Patmos, che riutilizza i materiali della precedente chiesa paleo-cristiana, nella chiesa di San Giovanni ad Efeso o Chiesa dell’Annunciazione a Nazareth.

Da profano, tra l’altro, osservando le colonne vineate di Santa Bibiana, data la presenza di venature grigio-bluastre, queste mi danno l’impressione di essere realizzate in marmo proconnesio: per cui non me la sentirei di escludere il fatto che siano di provenienza costantinopolitana.

Per cui, ricapitolando: appare abbastanza evidente che a Roma siano esistite a quell’epoca delle botteghe di marmorari e che queste abbiano esportato i loro prodotti nella Spagna Visigotica e in Gallia. Sia analizzando i cluster territoriale, sia per pura logica, la presenza dei cantieri del Patriarchio Lateranense e di Santa Maria Maggiore, non è da escludere a priori che alcune di queste botteghe possano avere avuto sede all’Esquilino.

Ma che abbiano esportato i loro marmi a Costantinopoli, continua a essere poco credibile…