Schiavitù, Potlatch e Chiefdom

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Uno degli effetti collaterali dello studio degli aplogruppi A1, presente nei boscimani e B, nei pigmei, è stato rilanciare la teoria del buon selvaggio: dato la cultura materiali di questi due popoli e la loro antichità genetica, sono stati considerati un perfetto specchio dei nostri antenati del Paleolitico e del Neolitico.

E dato che pigmei e boscimani non rompono le scatole al prossimo, con un doppio salto carpiato viene fatta passare l’idea di come i nostri antenati fossero dei pacifisti e degli ecologisti ante litteram, rovinati dall’invenzione dell’agricoltura e della civiltà urbana, che ci ha resi aggressivi ed egoisti. Il problema è che le società boscimane e pigmee non sono fossili viventi, ma il frutto di un’evoluzione, frutto della pressione culturale e demografica dei vicini bantù e nilotici, che le ha costrette ad adattarsi a vivere in terre e spazi marginali.

Se dovessimo invece fare uno studio onesto e mirato delle varie società pre-agricole e organizzate a livello di pre-chiefdom, ossia gruppi di meno di 20000 individui, legati da vincoli familiari e di parentale, in cui il potere dei capi è limitato, apparirebbe una realtà ben differente: etnografia e archeologia concordano nell’affermare che la violenza, la guerra contro il vicino e la disuguaglianza di status fossero presenti e pervasive.

Addirittura la schiavitù, il loro frutto primario, era diffusissima: in alcune società tribali la percentuale della popolazione che entrava nella tribù in ruoli marginali e a status ridotto, dopo una guerra con i vicini o una razzia, raggiungeva anche il 25%. Popolazione che, dopo avere subito una sorte di morte sociale, in cui erano privati dell’identità originale, rinascevano con il ruolo di sub–umani.

Ma quale era la molla che spingeva le società tribali ad agire in questo modo ? Perché avevano bisogno di schiavi, dato a differenza della società greco-romana, le necessità di produzione di beni e di costruzione di infrastrutture erano assai più limitate ?

Per questioni di potere e status; nelle piccole società tribali, l’autorità di un aspirante capo era basata su due fattori: numero dei seguaci e capacità di ridistribuzione nell’ambito della tribù delle eccedenze e dei beni di prestigio.

Gli schiavi, considerati come proprietà, aumentavano de facto il numero dei seguaci di un aspirante leader: in più nel caso di donne nell’età fertile, potevano permettere al capo ambizioso di far crescere la sua famiglia, aumentando lo status, senza dovere sottostare all’obbligo matrimoniale di pagare il prezzo della sposa alla famiglia. Inoltre, gli schiavi, proprio per la loro esistenza, in quanto membri marginali e disprezzati del gruppo, alzavano lo status di tutti gli altri membri della tribù

I leader o gli aspiranti tali, dovevano poi premiare i loro seguaci, affinché rimanessero fedeli e non passassero alla concorrenza: per cui il potere era legato alla capacità di produrre, controllare e ridistribuire cibo e beni. Per creare l’eccedenza per aumentare il seguito e lo status, il leader doveva mettere al lavoro i parenti, ma questi avrebbero potuto rifiutare, possibilità però negata allo schiavo.Per di più, questo fenomeno veniva accentuato dall’abitudine, presente in diverse culture, al potlatch o alla festa  concorrenziale, banchetti cerimoniali in cui in cui vengono ostentate pratiche distruttive
di beni considerati “di prestigio”.

Durante la cerimonia vengono stipulate o rinforzate le relazioni gerarchiche tra i vari gruppi grazie allo scambio di doni e altri riti. Attraverso il potlatch individui dello stesso status sociale distribuiscono o fanno a gara a distruggere beni di valore per affermare pubblicamente il proprio rango o per riacquistarlo nel caso lo abbiano perso.

Ora, per fare questo, i beni devono però essere prima prodotti. Il modo più efficace era utilizzare gli schiavi. Così aumentando la produzione di eccedenze e facendo passare da una condizione di status flessibile e distribuito a uno cristallizzato e accentrato, la schiavitù ha favorito il passaggio dalla tribù al chiefdom. In più, per quanto marginalizzati, gli schiavi mettevano in contatto i loro padroni con idee e credenze nuove provenienti dal loro gruppo di origine, favorendo così la diffusione di tecnologie e ideologie.

Per cui, non è la Civiltà non è causa delle disuguaglianze, ma, anzi, è il suo effetto primario

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