Ci vuole orecchio

 

Per capire Enzo Jannacci, bisogna nell’ordine:

Conoscere la topografia di Milano-Rogoredo-Forlanini; aver letto Lo Straniero di Camus o chiederne il riassunto a Teocoli; aver compiuto un corso di sociologia e uno di epistemologia con Beppe Viola; conoscere almeno in parte i Vangeli o aver letto Il trapianto del trauma di Julies Feiffer; aver frequentato corsi di medicina e chirurgia; suonare uno strumento almeno come Luis Amstrong; aver visto la vergogna di chi, nel nostro Paese, ha voluto la guerra e spedito la sua gente nei campi di concentramento a morire; aver contrastato almeno una volta l’egoismo e aver cercato di essere altruista con chi sta peggio di te; sapere, o almeno capire cosa vuol dire avere fame; aver pregato, almeno per una volta; conoscere il dialetto milanese e le parole segrete della mala

Paolo Jannacci

Mettiamola così, mi manca ancora molto, per comprendere in pieno Enzo Jannacci e forse non ci riuscirò mai. Per troppo tempo, l’ho considerato il tizio strambo che cantava Vengo anch’io, no tu no, canzone che, tra l’altro, più invecchio, più trovo una tragica poesia sull’esclusione, nascosta da una risata.

Poi, quando mi sono trasferito a Milano, oltre a scoprire le sue canzoni, mi sono avvicinato al suo mondo: alle solitudini nebbiose, alle occasione perdute per troppo orgoglio, al sentirsi sempre disadattato e inadeguato.

Un mondo fatto di serate trascorse a bere nelle boeucc, a imbucarsi in mostre incomprensibili a noi comuni mortali, a evitare di inciampare in vicine di casa abituate a dormire nel pianerottoli. In cui, fondo, costruivi i tuoi angoli di paradiso, tra le poesie delle case di ringhiera, le risate anarchiche con si sbeffeggiava il Potere e le passeggiate insonne lungo i Navigli, in cui, capitava, nel bar sempre aperto alla Darsena, di incontrare, senza riconoscerla, Alda Merini…

Per cui, non sarò mai un gran meneghino, ma le canzoni di Enzo mi hanno rubato un pezzo di cuore.

Un pensiero su “Ci vuole orecchio

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