Santa Bibiana e San Polieucto

bibiana

Dato che le discussioni accademiche sulla chiesa costantinopolitana di San Polieucto stanno ormai assumendo i contorni di una telenovela, urge, prima di proseguire con il post, fare un breve riassunto delle puntate precedenti. Anni fa, il bizantinista e studioso della tarda antichità Rod Kalemin se ne uscì con una bizzarra ipotesi, in cui si affermava come la decorazione marmorea di tale chiesa fosse  stata concepita e realizzata all’Esquilino.

Ipotesi che nel migliore dei casi fu accolta con molto scetticismo: però, Kalemin, per supportarla, si fece un giro per le chiese del Rione, cercando di trovare delle tracce di questa misteriosa officina di marmorari tardo antichi, dedita all’esportazione dei suoi lavori nell’Oriente Bizantino.

Ricerca che, pur supportata da dotte analisi, fu considerata di scarso fondamento: però, dato che tutto si può dire, tranne che Kalemin non sia tenace, ha prodotto un nuovo articolo, stavolta dedicato a Santa Bibiana.

Il buon bizantinista ha identificato nella parrocchia dell’Esquilino quattro colonne vineate, due antistanti il presbiterio, le altre, di minori dimensioni, posta ad inquadrare la pala d’al-tare della Cappella  della Madonna e di San Flaviano, fondata nel 1702.

Inoltre ha evidenziato la presenza, sempre nella chiesa, di due capitelli pseudocorinzi e di un altro frammento di colonna vineata, reimpiegato in un tratto delle Mura Aureliane posto a sud dei Castra Praetoria , tra questi e la Porta Tiburtina, dunque poco lontano da Santa Bibiana.

Pergula

Dato che questa tipologia di colonna, essendo ispirata alla pergula, la struttura dello spazio liturgico paleocristiano che separava il coro destinato al clero dal restante spazio della chiesa, .costituita da una serie di colonne, collegate da un architrave per appendere le lampade e appoggianti su un parapetto che lascia aperto solo un accesso centrale, che Costantino aveva fatto realizzare nell’antica San Pietro, è tipicamente romana e assieme ai capitelli pseudocorinzi è presente anche in San Polieucto, lo studioso la ritiene la pistola fumante per provare sia l’esistenza di tale bottega di marmorari, sia i suoi contatti con Bisanzio

A maggiore supporto di tale tesi, Kalemin identifica il marmo con cui sono scolpiti capitelli e colonne come lunense, a maggiore testimonianza della provenienza locale di tali elementi architettonici. Quindi, tutto torna ?

Purtroppo, neppure questa volta, la tesi è convincente: paradossalmente, il primo argomento contro la tesi di Kalemin proviene proprio da uno degli oggetti dei suoi studi: la tomba quattrocentesca del Cardinal Venerio a San Clemente. Se i capitelli che decorano tale tomba potrebbero essere di maestranze romane dell’epoca dell’imperatore Giustino, sin dal 1992 Federico Guidobaldi ha dimostrato come le colonnine, di tipologia analoga a quelle di santa Bibiana, che li reggono non risalgano a quell’epoca, ma siano una spolia precedente, databile l’ultimo quarto del I secolo d.C. e più precisamente l’età
domizianea.

Per cui, a priori, mancando dati precisi, non è detto che le colonne vineate della chiesa siano realizzate da marmorari tardo antichi, ma come come le altre presenti nell’edificio, potrebbero essere materiali di recupero proveniente dagli horti imperiali dell’area.

In più, come evidenziato da numerosi studiosi, come Roberta Flaminio, non è per nulla vero come quella tipologia di colonne sia di esclusiva produzione romana: anzi, vi sono numerose realizzazione sia nel mondo greco, sia in quello siro-palestinese. Sono presenti, ad esempio, nel Katholikon medievale di S. Giovanni a Patmos, che riutilizza i materiali della precedente chiesa paleo-cristiana, nella chiesa di San Giovanni ad Efeso o Chiesa dell’Annunciazione a Nazareth.

Da profano, tra l’altro, osservando le colonne vineate di Santa Bibiana, data la presenza di venature grigio-bluastre, queste mi danno l’impressione di essere realizzate in marmo proconnesio: per cui non me la sentirei di escludere il fatto che siano di provenienza costantinopolitana.

Per cui, ricapitolando: appare abbastanza evidente che a Roma siano esistite a quell’epoca delle botteghe di marmorari e che queste abbiano esportato i loro prodotti nella Spagna Visigotica e in Gallia. Sia analizzando i cluster territoriale, sia per pura logica, la presenza dei cantieri del Patriarchio Lateranense e di Santa Maria Maggiore, non è da escludere a priori che alcune di queste botteghe possano avere avuto sede all’Esquilino.

Ma che abbiano esportato i loro marmi a Costantinopoli, continua a essere poco credibile…

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