Cesario di Heisterbach, costruttore di mondi

Cesario

Pochi conoscono Cesario di Heisterbach, un monaco cistercense, nato a Colonia intorno al 1180, che per sfuggire ai creditori si rifugiònel 1119 nella badia di Heisterbach, dove divenne priore e resto sino sino alla morte che lo colse intorno al 1240. Dopo una una giovinezza alquanto, come dire, turbolenta, si mise sulla retta via, tanto da essere proclamato beato.

Ora, Cesario è stato uno scrittore vivace e alquanto produttivo: ha buttato giù la Vita Engelberti, dove traccia con bella imparzialità la biografia dell’illustre arcivescovo di Colonia Engelberto di Berg, ucciso a tradimento per odî politici nel 1225, una biografia di Elisabetta di Turinga e uno sproposito di omelie…

Ma tutto questo lo avrebbe condannato all’oblio, se non ci fosse stato il Dialogus Miracolorum, il figlio più grande, nonostante nel prologo dell’opera affermi che ciò che scrive non è frutto della sua creatività, della sua fantasia sfrenata.

Il Dialogus è in teoria una raccolta di exempla, racconti edificanti che predicatori potevano citare per non fare addormentare il pubblico durante le omelie. In realtà, è uno degli antecedenti storici del Decameron: si tratta infatti di una raccolta di settecentocinquanta novelle, racchiuse una cornice di un dialogo tra lo stesso Cesario e un novizio.

Novelle catalogate in dodici sezioni, le distinctiones, ognuna dedicata a un tema diverso: la conversione, la contrizione, la confessione, la tentazione, i demoni, la semplicità, Maria Vergine, le visioni mistiche, il sacramento del corpo e sangue di Cristo, i miracoli, i moribondi, le ricompense dell’aldilà. Le iniziali di ogni sezione, da buon uomo medievale, formano un acrostico, con le parole Cesarii Munus, il monaco Cesario, una sorta di firma dell’opera. In più l’ordine delle sezioni, oltre che da un filo semantico, è legato da una mistica numerica: ad esempio le tentazione è al quarto posto, perchè il quattro è il simbolo della stabilità, unica e tetragona arma per resistere alla tentazione del maligno.

Messo così, il Dialogus parrebbe un mattone colossale: in realtà, Cesario, in maniera inconsapevole, sfrutta il motivo religioso per intraprendere un viaggio nel complesso e contraddittorio immaginario medievale: la sua fantasia non si concentra sul monastero, ma spazia dalla Germania alla Francia, dall’Italia a Bisanzio, raccontando le vicende di papi e parroci, di re e contadini, di santi ed eretici.

Cito tre delle sue invenzioni più famose. La prima, che diventerà un bestseller medievale, è la leggenda della sacrestana Beatrice; questa, sedotta da un chierico, prima di abbandonare il convento si accosta all’altare della Madonna, dove depone le chiavi della sacrestia, rivolgendo alla Vergine queste parole

Signora, ti ho servito quanto più devotamente mi è stato possibile, ecco ti restituisco le tue chiavi; non sono capace di resistere oltre alle tentazioni della carne

Ben presto, però, la suora viene abbandonata dal proprio amante. Beatrice, non avendo di che vivere e non osando per la vergogna rientrare in convento, diventa meretrice. Dopo quindici anni, però, fa ritorno al monastero e scopre che Maria l’ha miracolosamente sostituita nel suo ufficio di sacrestana. Da qui scaturiscono il suo pentimento e la confessione finale, attraverso la quale si viene a conoscenza del miracolo.

La seconda è la strage di Béziers, brano che cito testualmente

Al tempo del papa Innocenzo, predecessore di questo Onorio che regge ora il papato, mentre era ancora in corso lo scisma tra Filippo ed Ottone, entrambi re dei Romani, per l’invidia dei diavolo presero a sbocciare, o per meglio dire a maturare, le eresie degli Albigesi. Le loro forze erano tali che tutto il buon grano della fede di quel popolo sembrava trasformato nella zizzania dell’errore. Alcuni abbati dei nostro ordine furono inviati lì insieme ad alcuni vescovi per estirpare il loglio con il rastrello della predicazione cattolica. Ma per l’opposizione dei nemico, che aveva sparso quel cattivo seme, ottennero ben pochi risultati. […] L’errore degli Albigesi si affermò a tal punto che in breve tempo infettò fino a mille città, e se non fossero intervenute le spade dei fedeli a reprimerlo, ritengo che avrebbe corrotto l’intera Europa.

Nell’anno dei Signore 1210 per tutta la Francia e la Germania fu predicata la crociata contro gli Albigesi e nell’anno successivo si mossero contro di loro, dalla Germania, Leopoldo duca d’Austria, Engilberto allora preposto, in seguito arcivescovo, di Colonia, suo fratello Adolfo conte de Monte, Guglielmo conte di Julich e molti altri di diversa condizione e grado. Lo stesso avvenne in Francia, Normandia e Poitou.

Predicatore e capo di tutti era Arnaldo , abbate cisterciense, in seguito arcivescovo di Narbona. Come giunsero alla grande città chiamata Béziers – dove si diceva vi fossero più di centomila abitanti – la cinsero d’assedio. Al vedere i crociati gli eretici urinarono su un volume dei Vangelo e lo gettarono dal muro contro i cristiani facendo seguire un lancio di frecce e gridando: «Ecco, sciagurati, la vostra legge». Cristo, seminatore dei Vangelo, non lasciò invendicata quell’ingiuria. Infatti alcuni dell’esercito crociato, infiammati dallo zelo della fede, simili a leoni, sull’esempio di coloro dei quali si legge nel Libro dei Maccabei, portarono scale, salirono sulle mura, e mentre gli eretici per volere divino si ritiravano atterriti, aprirono le porte a quelli che venivano dietro di loro e presero così la città. Poiché, per ammissione degli eretici, si era venuto a sapere che nella città vi erano dei cattolici insieme con gli eretici, i crociati chiesero all’abbate: «Che dobbiamo fare?». L’abbate, temendo che gli altri si fingessero cattolici solo per il timore della morte e che, dopo la loro pazienza, tornassero alla loro perfidia, si dice che abbia risposto: «Uccideteli tutti. Il Signore sa quali sono i suoi» . Così in quella città venne ucciso un numero incalcolabile di persone. Per virtù divina i crociati presero anche un’altra grande città, situata presso Tolosa, chiamata Pulcravalle per la sua posizione. Inquisirono tutti gli abitanti e mentre tutti promisero di voler tornare alla fede vi furono quattrocentocinquanta che, istigati dal diavolo, perdurarono nella loro ostinazione: di questi, quattrocento furono bruciati sul rogo e cinquanta furono impiccati. I Tolosani, costretti, promisero ogni soddisfazione, ma la promessa, come poi apparve, celava l’inganno. Infatti il perfido conte di Saint-Gilles, principe e capo di tutti gli eretici, dopo che i suoi feudi allodi, città e castelli gli erano stati sottratti nel concilio Lateranense, e dopo che per la massima parte erano stati occupati dall’eroe cattolico Simone di Montfort si è recato a Tolosa ed ancora oggi non cessa di vessare ed attaccare i fedeli

Titivillus

L’ultima è Titivillus, il diavoletto fustigatore delle tante vanità di noi intellettuali, che si presentava così

Sono un povero diavolo, e il mio nome è Titivillus… Devo ogni giorno… portare al mio padrone un migliaio di borse piene di errori, e di negligenze nelle sillabe e nelle parole

Egli è il raccoglitore delle chiacchierate inutili che avvengono durante le funzioni religiose, delle parole mal pronunciate, borbottate oppure omesse nelle funzioni stesse, per portarle nell’Inferno e includerle nelle colpe dei peccatori. E soprattutto è il tentatore degli scribi, che induce negli errori di grammatica e sintassi e fa copiare le parole sbagliate.

Santità, ferocia, satira: su questi tre pilastri, Cesario costruisce un universo, che ancora oggi non cessa di stupire i suoi lettori

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