Epidemie, fake news e propaganda

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Anni fa, quando ero giovane, bello e magro, mi dedicai all’epidemologia computazionale, ossia alla definizione degli algoritmi e modelli computazionali per simulare la diffusione e l’evoluzione nello spazio e nel tempo delle malattie.

In pratica, cercavo di integrare i modelli SIS e SIR, basati su catene markoviane, con la teoria del caos e la teoria delle reti complessi, con dei risultati, senza falsa modestia, alquanto interessanti.

Dopo qualche anno, infatti, quell’impostazione teorica non solo è rimasta invariata, ma si è addirittura arricchita: gli algoritmi sono diventati assai più complessi, grazie al cloud e all’utilizzo di soluzioni basate su Apache Storm e Spark, la potenza computazionale dedicata alle simulazioni è cresciuta esponenzialmente, in più grazie ai bug data e alla trend analysis sui social media, monitorando in tempo reale la diffusione delle epidemie, è possibile raffinare e tarare in tempo reale i modelli di calcolo.

Il che, nel caso di Ebola nell’estate del 2014 e di Zika nel 2016 ha permesso di ottimizzare le strategie contro la diffusione della pandemia, con risultati positivi.

In tutto ciò, mi potreste chiedere, tu che c’entri ? Mica fai il medico… Però, i meccanismi della diffusione delle malattie batteriche e virali, sono analoghi a quelli con cui si diffondono i meme, le minime minima unità culturale come, ad esempio, una moda, una frase fatta, uno stereotipo, un modo di dire, una battuta di spirito, che si propaga tra le persone attraverso la copia o l’imitazione mediante disseminazione, condivisione e citazione.

Entrambi si basano su reti di “focolari”: le epidemie, come i meme non si diffondono seguendo un percorso lineare, ma piuttosto a “hub”.

Nel caso specifico, nei social media, ci sono alcuni utenti particolarmente “influenti” e seguiti, spesso anche con centinaia di migliaia di follower, i cui post hanno una probabilità esponenzialmente più alta di diffondersi. E se si convincono questi o si creano artificialmente questi influencer, amplificando la loro visibilità con opportuni meccanismi di coordinamento di reti complesse, è molto facile diffondere meme.

Tale tecnica è stata inizialmente utilizzata nella pubblicità: grazie al filter bubble, il meccanismo per cui i social media, utilizzando le informazioni disponibili su un utente (come posizione, click precedenti, ricerche passate), selezionano i contenuti a cui questo può accedere, e al microtargeting la pubblicità on line può far pervenire ogni volta al target più adatto messaggi confermanti, con più probabilità di provocare una reazione (like, condivisione, commento favorevole). Questa pratica va sotto il nome di dark advertising: l’associarla ai modelli epidemologici aumenta la velocità di diffusione di tali messaggi, indirizzando la propensione del potenziale cliente ad acquistare questo o quel prodotto.

La novità introdotta in Italia dai Cinque Stelle e negli Usa da Trump è l’applicazione di queste tecniche pubblicitarie dalla marketing alla politica: si è costruita a tavolino e artificialmente una rete di influencer, che, a fini politici e con algoritmi ben precisi, che possono essere ricostruiti a posteriori, hanno diffuso fake news a fini politici.

Strategia che è la naturale evoluzione della comunicazione berlusconiana: da un messaggio semplice diretto a tutti, si è passato a uno personalizzato, basato sui pregiudizi e sulle paure del singolo elettore, che oltre a portare voti, che permette anche notevoli introiti economici

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