Porta Marina

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Nihil sub sole novum, così diceva Qohelet nella Bibbia, riflettendo sull’eterno ripetersi degli eventi: questo vale per le persone, per le storie e per la città, specie per quelle come Roma, che cominciano ad avere parecchi secoli sul groppone.

Un esempio di ciò è nell’evoluzione del quartiere di porta Marina a Ostia: sino alla seconda metà del I secolo a.C. l’area tra quel tratto di mura e il mare non era che dune e macchia mediterranea: da quel momento in poi, a causa della aumento della popolazione di Ostia, anche questa porzione del territorio fu soggetta a una rapida urbanizzazione.

Sulla strada sterrata diretta verso la spiaggia in pochi anni furono costruiti edifici di carattere residenziale, commerciale, religioso e funerario.

FDC

Tra i primi spiccava la Domus Fulminata, che prende il nome da un piccolo tumulo in muratura cosiddetto bidental, dedicato alla sepoltura rituale di oggetti colpiti da un fulmine, identificato grazie alla targa di marmo con le lettere FDC : F (ulgur) D (ium) C (onditum)

Complesso che è costituito da taverne, negozi e un’ampia unità abitativa sulle quali da anni gli archeologi si stanno interrogando, per le sue stranezze, come la mancanza dell’atrio e per il fatto che si pranzasse all’aperto, dato che nel peristilio sono presenti tracce di letti triclinari.

Inizialmente si è pensato a una sorta di condominio di lusso, poi alla sede di una sorta di confraternita, i cui membri celebravano le festività con pasti comunitari nel cortile; ad oggi, sembra tornata in auge l’idea , anche a causa della ricca decorazione a mosaici, che si trattasse di una villa estiva, in cui vi si trasferiva nei mesi più caldi qualche ricco romano, come ad esempio Publius Lucilius Gamala, uno dei tanti amici di Cicerone, il quale, per sfuggire all’afa, amava pranzare all’aperto.

BonaDea

Accanto alla Domus Fulminata, vi era il santuario di Bona Dea, probabilmente l’equivalente latino della Signora dei Serpenti Micenea, identificata con la moglie di Fauno.

Secondo il mito, questa era molto abile in tutte le arti domestiche e molto pudica, al punto di non uscire dalla propria camera e di non vedere altro uomo che suo marito. Un giorno però trovò una brocca di vino, la bevve e si ubriacò. Suo marito la castigò a tal punto con verghe di mirto che ne morì

Che si trattasse di un culto residuale dell’età del Bronzo, lo testimoniano diversi indizi: il fatto che fosse un mysteria, con il rituali, da cui erano esclusi gli uomini, coperti da segreto, come a Eleusi… Da quello che sappiamo a spizzichi e bocconi, come vittima sacrificale veniva offerta alla dea una scrofa; la sala della festa si ornava di tralci di vite, mentre non doveva comparirvi il mirto; nel rito, accompagnato da musica e da danze, aveva larga parte anche il vino, il quale però veniva sempre ricordato con falso nome.

Il tempio di Ostia fu fatto costruire da Gamala, come dichiarazione di supporto politico a favore di Cicerone, visto che il suo nemico Clodio, era stato coinvolto in un brutto scandalo.

Nel 62 a.C. Clodio, amante di Pompea, moglie di Cesare, era stato eletto come questore per l’anno successivo (61 a.C.) e nel dicembre del 62 a.C. era in attesa di ottenere ufficialmente l’incarico di amministratore finanziario di una delle province dell’Impero. La notte tra il 4 ed il 5 dicembre si celebravano i Damia, le festività in onore della Bona Dea, che in quell’occasione venivano svolti nella casa di Cesare, che ricopriva la carica di Pontifex Maximus, ed erano ovviamente vietati agli uomini e officiati esclusivamente da donne. Non è ben chiaro per quale motivo lo fece, fatto sta che quella notte Clodio decise di travestirsi da donna per poter entrare in casa mentre si preparava ogni cosa per la cerimonia. Scelse le vesti da flautista per non essere riconosciuto e si presentò ad Abra, una delle ancelle di Pompea che era a conoscenza della loro relazione. La schiava andò ad avvertire la padrona della presenza di Clodio, ma nello stesso momento un’altra ancella lo vide e diede l’allarme. Tutte le donne presenti in casa accorsero, compresa la madre di Cesare, Aurelia Cotta, che cacciò via l’uomo.

E’ Cicerone in una delle sue lettere ad Attico (I, 12, 3) a ricordare l’evento:

“Publio Clodio, figlio di Appio, è stato colto in casa di Gaio Cesare mentre si compiva il sacrificio rituale per il popolo, in abito da donna, ed è riuscito a fuggire via solo per l’aiuto di una servetta; grave scandalo; sono sicuro che anche tu ne sarai indignato”.

Per quanto riguarda le ragioni che lo spinsero a tale gesto alcuni non ritengono sufficiente l’espediente amoroso per stare con l’amante, ma pensano che potesse essere un atto di sfida nei confronti dello stesso Cicerone, console, che l’anno precedente aveva avuto un auspicio favorevole proprio dalla Bona Dea.

In un primo momento la vicenda non ebbe grande risonanza ma il cesariano Quinto Cornificio, il 1 gennaio del 61 a.C. riportò l’accaduto davanti al Senato e fu quindi necessario istituire un processo contro Clodio e sia le Vestali che i Pontefici ordinarono che fossero ripetuti nuovamente i Damia, ritenuti non validi perché profanati.

Il giovane fu accusato di incestus ma si riuscì ad evitare che venisse processato fino alla metà di aprile. Le prove contro di lui erano comunque schiaccianti e a queste si univa la condotta sempre scellerata di Clodio. Egli si vide costretto a mandare via dall’Italia parte dei suoi servi per evitare che potessero essere interrogati, ma questo non bastò in quanto la sua colpevolezza fu confermata dalle testimonianze della madre e della sorella di Cesare, il quale però decise di non testimoniare. Cesare ripudiò Pompea che non venne ritenuta una teste attendibile e quindi non venne neanche chiamata. La difesa di Clodio provò a sostenere che durante le festività in oggetto il giovane fosse altrove, ma lo stesso Cicerone, che pure aveva con Clodio buoni rapporti, testimoniò di averlo incontrato a Roma poco prima che entrasse in casa di Cesare. La sua testimonianza fu inaspettata, ma la spiegazione del suo gesto si trova in un altro passaggio della lettera ad Attico (I, 16, 5):

“Constatato quanti pezzenti erano tra i giudici, ammainai le vele e nella mia testimonianza mi limitai a deporre quello che, essendo di dominio pubblico, non si poteva passare sotto silenzio”.

Clodio, nonostante la testimonianza di Cicerone potesse farlo condannare a morte, riuscì a essere assolto corrompendo gran parte della giuria e ad ottenere la questura in Sicilia.

Tornando a Ostia sia la Domus Fulminata, sia il santuario della Bona Dea si affaccianvano sul Foro di Porta Marina, dedicato al mercato, un recinto di forma quasi quadrata, con un lato di circa 40 metri, con un ingresso tripartito, circondato da un portico su tre lati e con un’ampia abside sul fondo.

Nell’area circostante sorgeva un enorme mausoleo, che, dalla decorazione marmorea ritrovata, doveva celebrare un ammiraglio. Mausoleo che, durante l’inverno, era spesso vittima delle mareggiate: la situazione cambiò in età flavia, quando la spiaggia si era leggermente ingrandita.

Sotto Vespasiano, fu realizzato il primo lungomare e al contempo, sotto Domiziano, l’area fu collegata all’acquedotto, cosa che le assicurò la fornitura dell’acqua corrente, il che la rese assai più appetibile alla speculazione edilizia, la quale raggiunse il culmine sotto Adriano.

Terme

Grazie al diretto interesse dell’imperatore, che forse aveva delle proprietà in zona, fu realizzata una vasta lottizzazione, centrata sulle terme della Marciana, che prendono nome dalla sorella di Traiano, di cui fu ritrovata una statua, nella cui decorazione spicca un mosaico con atleti e su quelle del Sileno, che traggono il nome da un frammento di rilievo con maschere dionisiache rinvenuto nel corso degli scavi.

Tale speculazione di fatto trasformava la zona in una sorta di quartiere dedicato al benessere, pieno di locali notturni e cosa che pare strana, di luoghi di culti esotici: nell’area infatti vi erano sia numerosi mitrei, sia quella che forse è la più antica sinagoga d’occidente.

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Quest’ultima è orientata verso est (verso Gerusalemme), dove si trova anche l’ingresso. Da un vestibolo circondato da colonne di marmo si accede all’Aula, a destra del vestibolo c’è una stanza con un bacino che probabilmente serviva per le abluzioni, a sinistra dell’ingresso dell’aula si trova il particolare armadio in cui erano custoditi i rotoli della Torah. Davanti alla parete posteriore curvata dell’aula c’è un podio per la lettura della Torah ad alta voce.

Nella cucina si trovano resti di un tavolo di marmo e il forno per la preparazione del pane azzimo. I pavimenti sono decorati con mosaici geometrici in bianco e nero.

In età severiana, proprio per ribadire la vocazione turistica dell’area, il lungomare venne ristrutturato e selciato. Il boom della zona continua sino all’epoca dei Tetrarchi e di Costantino: Massenzio scelse Ostia come sede della zecca e molte famiglie patrizie vi si trasferirono, popolando anche il quartiere di Porta Marina.

Anche all’epoca dei Valentiniani, continuarono le costruzioni e le ristrutturazione degli edifici, ma a cominciare dagli ultimi due decenni del IV secolo, la crisi si fece sentire: se molti edifici furono abbandonati, furono al contempo costruiti diversi luoghi di culto cristiano e la straordinaria Domus dell’Opus Sectile, realizzata proprio a Porta Marina, la cui decorazione è conservata nel museo dell’Alto Medio Evo all’Eur.

Scoperta casualmente negli anni ’40 del Novecento, si impose da subito all’attenzione proprio per il rinvenimento di tante, troppe lastre sagomate in marmi policromi. Gli scavi, ripresi negli anni ’60, furono abbastanza complessi, perché consistettero nello scavare uno spesso e complicato strato di crollo relativo alle pareti di una grande aula che erano state decorate in marmi intarsiati (ciò che viene chiamato opus sectile, appunto). Nonostante le difficoltà, si capì che il crollo era avvenuto quando la decorazione dell’aula non era stata ancora completata, perché furono rinvenuti materiali da cantiere e perché parte della stanza non era ancora mai stata pavimentata; inoltre, grazie alle monete rinvenute, coniate sotto l’impero di Massimino (383-388 d.C.) e di Eugenio (392-394 d.C.) si capì che la realizzazione e immediato crollo dell’aula fossero avvenuti proprio sul finire del IV secolo d.C.

Secondo l’ipotesi ricostruttiva, la decorazione dell’aula si articolava in zone sovrapposte: a partire dal basso si succedevano una fascia a specchiature e lesene, un grande fregio floreale, un fregio minore con elementi vegetali e geometrici, una zona con gruppi di animali in lotta (leoni sulla parete destra e tigri sulla sinistra), simile alla decorazione della basilica di Giunio Basso all’Esquilino, e infine una fascia di coronamento con specchiature e dischi.

Con effetto di sorprendente contrasto, la decorazione dell’esedra di fondo era di tipo geometrico, con un motivo a scacchiera minuta di tessere di colore giallo, bianco, verde e rosso in basso e un falso prospetto architettonico nella parte alta.

Probabilmente l’esedra aveva funzione di triclinio, ossia della zona destinata al banchetto, che di solito si trovava nella parte più interna della sala di rappresentanza ed era arredata con letti per gli invitati (klinai) e tavolini per appoggiare vivande e stoviglie.

Un elemento originale dell’opus sectile è la presenza sulla parete destra di due ritratti maschili, un giovane aristocratico con la tunica bordata di porpora e un adulto con lo sguardo penetrante e un nimbo intorno alla testa. L’interpretazione tradizionale vede nell’adulto Cristo benedicente, pur in mancanza di segni di identificazione certi (croce, lettere A e Ω nel nimbo); una ipotesi più recente, basata sul ritrovamento in domus tardoantiche della Grecia e dell’Asia Minore, di cicli decorativi con filosofi e poeti classici raffigurati con i loro allievi, interpreta il personaggio ostiense come il maestro “divinamente ispirato” della pratica filosofica neoplatonica molto diffusa nel IV secolo. E’ quindi necessaria una grande prudenza nell’interpretare in senso pagano o cristiano l’ “uomo divinamente ispirato” in assenza di un contesto inequivocabile.

Sul soffitto si deve immaginare un mosaico di pasta vitrea verde-azzurra con tralci di vite ricoperti d’oro, recuperato solo in piccola parte e ora esposto accanto all’aula.Il pavimento, composto da quaranta formelle intarsiate con motivo a stelle unite per i vertici, crea l’effetto di un grande tappeto policromo (32 mq) che accresce la sontuosità della sala

Domus che però è il canto del cigno del quartiere: nel V secolo Ostia risentì delle guerre e di una serie di cataclismi naturali, il terremoto del 442 d.C. o numerose esondazioni del Tevere, legate al cambiamento climatico in corso all’epoca.

Così il quartiere di Porta Marina fu abbandonato e diverse statue, portate nel centro della città: il suo destino fu il preludio alla morte di Ostia, che nel VIII era diventata una città fantasma, per poi essere abbandonata definitivamente nel IX secolo.

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Domenica Futurista

Quando un paio d’anni fa, con le Danze di Piazza Vittorio, facemmo partire il progetto Street Attack, per valorizzare gli spazi urbani del nostro rione, ridefinendo il rapporto tra luoghi e persone e aiutando con la bellezza la costruzione di un’identità condivisa tra le infinite anime dell’Esquilino, proponemmo un approccio inclusivo, aperto a interventi di altri soggetti, nella convinzione che la pluralità di voci non fosse un pericolo, ma una ricchezza.

Fu una scommessa, ma che sta avendo un esito positivo: da qualche mese i portici Piazza Vittorio stanno diventano uno dei palcoscenici più vivaci e interessanti per la poster art romana, i cui protagonisti, in forme fragili e transitorie, riflettono sulla contraddittoria ricchezza del Rione, fatta di luci e ombre.

I loro messaggi, poi, cosa che mi ha stupito in positivo, ma più invecchio, più sono pessimista sulla natura umana, sono stati apprezzati e compresi dagli abitanti dell’Esquilino: certo, c’è il fenomeno da baraccone che li considera degrado, ma se non sa riconoscere un’opera d’arte, il problema è suo, o l’artistucolo locale che brontola per ciò che considera un’invasione del suo orticello, ma sono trascurabili minoranze.

La questione è che per l’ennesima volta, l’Utopia, l’idea che l’Arte non sia inutile Decorazione, ma che possa rendere la Vita più ampia e profonda, lancia il suo guanto di sfida alla Realtà. Sfida che sotto tanti aspetti, è stata lanciata all’inizio del Novecento in Italia dal Futurismo e che sotto tanti aspetti, è stata vinta da Marinetti.

 

Perché, fatta la tara alla sua retorica e alle sue stranezze, molte delle sue intuizioni filosofiche ed estetiche sono diventate parte del nostro quotidiano e ne siamo talmente pervasi, da non farne più caso.

Per rendersene conto, basta fare un giro alla mostra Sole Futurista alla Galleria Pulcherrima a Via Merulana, con degli straordinari brani di aeropittura, in cui l’esaltazione della velocità, il vitalismo che nasce dal far collassare il tempo e lo spazio in una singola monade, l’inversione delle prospettive, quasi preannunciano le esperienze di chi oggi, sovrappone le mappe del Reale con quelle del Virtuale.

Futurismo che chiedeva all’Arte di uscire dai Musei, per correre nelle strade e alla Musica di invadere le piazze

Cosa che il buon Madana, ha fatto stasera con il suo concerto nei giardini di Piazza Vittorio: ogni giorno, su Facebook, leggo proteste sul degrado, specie da chi è abituato a lamentarsi e non fare nulla. Proteste che spesso si tingono di razzismo e propongono bislacche e strampalate idee di militarizzazione del territorio.

Eppure, come dimostrato oggi da Madana e da anni da le Danze di Piazza Vittorio, recuperare gli spazi urbani, è cosa assai semplice: basta viverli, invece di starsene chiusi in casa. Basta avere il coraggio di lanciare idee e proposte, di realizzare tante piccole iniziative ogni giorni, per vincere l’avversario più grande: la propria inerzia.

 

 

Perché potremo anche cantare

le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri, incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole per i contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi, balenanti al sole con un luccichio di coltelli; i piroscafi avventurosi che fiutano l’orizzonte, e le locomotive dall’ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d’acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta.

Ma per far questo, è necessario prima agire

P.S. Comunicazione di servizio, che c’entra ben poco con il discorso precedente: non prendete impegni per il 23 giugno che tornerà la Festa di San Giovanni all’Esquilino

Bitcoin e computer quantistici

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Su cosa si basa il valore di una criptovaluta ? E’ una domanda che sembra banale, ma che nasconde una serie di spunti di riflessioni interessanti

A differenza delle valute tradizionali, il suo valore non è legato a un paniere di beni o una banca centrale che ne garantisce la solvibilità, ma a tre componenti: la prima è legata alla speculazione, una sulla fiducia distribuita legata al meccanismo del blockchain e una sulla potenza computazionale utilizzata dai miner per aggiungere nuovi blocchi di tracciamento delle transazioni.

In particolare, quest’ultima componente è quella più misurabile, dato che dipende sia da una serie di opex, banalmente le facility connesse ai server che svolgono i calcoli, su cui fa la parte del leone il pricing dell’energia e i capex legati all’infrastruttura hardware.

Relativamente all’energia, basti pensare che il tasso di hash della rete Bitcoin a fine 2017 era intorno a 10 exahash al secondo, il che fa stimare un consumo energetico pare a 27 terawattora, pari ai consumi dell’Irlanda.

Mentre per l’hardware, basti pensare agli effetti che la fame di potenza computazionale sta avendo nel mercato delle schede grafiche.

Per cui, per condividere tali costi e applicare il principio del meglio un uovo oggi che una gallina domani, ossia meglio avere un reddito piccolo ma stabile che un enorme guadagno forse ogni mille anni, i miner si sono associati in pool, per la maggior parte localizzati in Cina.

Questo scenario, apparentemente stabile, però è basato sul presupposto che non avvenga a breve un salto tecnolgico tale da moltiplicare esponenzialmente la capacità computazionale: purtroppo, per i miner, non è così, dato che a breve potranno esordire sul mercato computer quantistici commerciali, che avranno effetti dirompenti sul blockchain.

Prima cosa, i computer quantistici permettono di saltare a pié pari tutti i meccanismi di sicurezza che garantiscono l’affidabilità dei blocchi, dato che permetterebbero di risolvere le hash con estrema efficienza e di violare in tempi rapidi i meccanismi in chiave pubblica e privata, minando alle basi il meccanismo di fiducia distribuita.

Poi, un tizio con un computer quantistico con un centinaio di Qbit, a costi infinitamente inferiori e tempi di convergenza molto, molto più rapidi avrebbe una potenza computazionale ben superiore, nel risolvere hash, ben superiore ai pool di miner di Cina, Islanda e Giappone messi assieme. Di conseguenza, monopolizzerebbe il mercato e in tempi assai più rapidi del 2040 attualmente stimato, concluderebbe il mining dei blocchi

Al contempo, azzerando di fatto la componente di valore legata alla capacità computazionale, farebbe crollare il valore del bitcoin.

Per cui, come uscire da questo circolo vizioso ? Da una parte, ripensare la tecnologia blockchain, integrandola ad esempio con meccanismi di crittografia quantistica e ottimizzarne i protocolli di validazione in modo da aumentarne la scalabilità.

Dall’altra, trovare un modo, per garantire una baseline stabile alle criptomonete, magari basata su una soluzione analoga al Tradecoin pensata dal MIT, con il consenso mantenuto da validatori designati, che legano il valore della criptomoneta un paniere di beni reali posti a garanzia della transazione

Buon Anniversario di Matrimonio, Tesoro

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Amore a prima vista

Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
E’ bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi prima, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano –
una volta un faccia a faccia
forse in una porta girevole?
uno “scusi” nella ressa?
un “ha sbagliato numero” nella cornetta?
– ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio
il caso stava giocando con loro.

Non ancora del tutto pronto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando un risolino
si scansava con un salto.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o il martedì scorso
una fogliolina volò via
da una spalla all’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, era forse la palla
tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
in cui anzitempo
un tocco si posava sopra un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.

Wisława Szymborska

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Saprai che non t’amo e che t’amo
perché la vita è in due maniere,
la parola è un’ala del silenzio,
il fuoco ha una metà di freddo.
Io t’amo per cominciare ad amarti,
per ricominciare l’infinito,
per non cessare d’amarti mai:
per questo non t’amo ancora.
T’amo e non t’amo come se avessi
nelle mie mani le chiavi della gioia
e un incerto destino sventurato.
Il mio amore ha due vite per amarti.
Per questo t’amo quando non t’amo
e per questo t’amo quando t’amo

Neruda

Infinity War

Thanos

La grande intuizione del Marvel Cinematic Universe, che ne costituisce il fascino, è l’avere trasposto in un altri media tutta la struttura del suo mondo fumettistico: la creazione di un mondo che appare a prima vista coerente, con richiami tra una serie e l’altra, intervallati da crossover, in cui di solito i vari personaggi si incontrano, per combattere il cattivone di turno.

Nel caso specifico del MCU, il ruolo dei crossover nel cinema è stato svolto dai vari film degli Avenger e per le serie Netflix, da Defenders.

Ora, per i lettori di fumetti, come il sottoscritto, gente semplice dai gusti semplici, c’è sempre un rapporto contraddittorio con i crossover: da una parte c’è un’attesa spasmodica, al fanciullino che è dentro di noi piace sempre vedere Capitan America, Star Lord e Iron First, cito tre nomi a caso, che prendono a mazzate, che ne so, Dottor Destino, salvando il mondo,

Dall’altra però, i crossover non sono mica tanto semplici, da buttare giù: bisogna dosare con il bilancino trame e personaggi, dando il giusto peso e la giusta luce a tutti, trovare una storia sensata e avvincente, con un antagonista di spessore, capace di colpire l’immaginazione.

In caso contrario, viene fuori un pastrocchio mica da poco.A questo, nel cinema, si aggiunge anche il problema del rapporto con l’originale su carta: se troppo fedele, si rischia da parte del lettore di fumetti, lo sbadiglio, figlio dell’effetto,

“Ma tanto l’ho già letto”

Se troppo eversivo, può capitare, ma non è il caso del sottoscritto, il fenomeno opposto del tipo

“Ma nel numero xyx di Capitan America lo scudo era differente, brutti traditori infami”

Tutti questi rischi sono stati evitati dai fratelli Russo in Infinity War, ispirata alla miniserie il Guanto dell’Infinito, che all’epoca, ma ero giovincello, non è che mi avesse entusiasmato così tanto; invece, i Russo hanno tirato fuori dal cilindro il cosiddetto filmone.

Dosano alla perfezione i vari tono narrativi, dal comico, al tragico, all’epico, rispettando la natura dei personaggi e mostrandoli a volte sotto nuova luce: penso al Bruce Banner capace di essere eroe anche senza Hulk o al complicato rapporto padre figlia che lega Thanos, personaggio complesso, malthusiano, a Gomora.

E sanno, nascondendo qualche piccola ingenuità narrativa, del tipo perché diavolo nessuno amputa quel maledetto braccio, creare aspettativa, con un paio di colpi di scena mica male, riuscendo persino a fare vedere sotto una nuova luce e fare rivalutare quella porcata di Thor Ragnarok; il tutto, poi, in una festa visiva e di colpi di scena mica male.

Insomma, non sarà un film dal profondo spessore intellettuale, ma mi ha fatto divertire, appassionare, commuovere… E come direbbe il buon Li er Barista…

Che voi de più dar cinema ?

Amantea islamica

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Devo essere sincero: la cosa che mi ha fatto più ridere, delle diatribe sulla preghiera del venerdì a Piazza Vittorio è il fatto che uno dei suoi più accaniti contestatori abbia come origine Amantea, in Calabria. Ora, essendo stata nel Medio Evo Al-Mantiah sede di uno strano ed eccentrico stato islamico, non escluderei a priori il fatto che i suoi antenati si siano inginocchiati verso la Mecca con altrettanto fervore di chi aoggi critica con tanta energia.

A valle di questo preambolo, la storia dell’Amantea araba è altrettanto interessante, anche ancor meno nota al grande pubblico, delle vicende dell’emirato pugliese. Per prima cosa, Amantea, nonostante ciò che si legge su qualche sito locale, non è stato un emirato, avendo avuto un’organizzazione molto peculiare e a, differenza di Bari, non avendo mai avuto un riconoscimento ufficiale dal Califfo o dai suoi rappresentanti.

Non era neppure una ribat, una fortezza finalizzata ad ospitare volontari che potessero assolvere al contempo al dovere di difendere le frontiere dell’Islam e al rafforzamento della fede islamica grazie a esercizi spirituali e devozionali. Era invece un’importante e ricca stazione commerciale: nonostante i revisionisti, le cui opinioni sono più legati a pregiudizi ideologici che a dati reali, il dominio islamico in Sicilia corrisponde a un periodo di boom economico.

Boom che si riflette anche sul Thema di Calabria: sappiamo che il suo commercio della seta, prodotta in grandi quantità, grazie alla coltivazione del gelso e degli allevamenti dai monaci basiliani ed esportata a Balarm, dove veniva tessuta nel Tirza dell’emiro, per essere esportata in Egitto, Nord Africa, Al Andalus e Nord Italia, fruttava circa quattro milioni di dinari, pari all’imposta fondiaria percepita dal califfato famitide in tutti i suoi domini.

Il tarì d’oro fatimide era tra l’altro la moneta corrente: la difficoltà da parte dell’amministrazione bizantina di gestire al meglio tale crescita economica e a inserire nel governo del thema le élites calabresi, che volevano vedere riconosciuto prestigio e concesso potere, è stata una delle principali dell’irrequietezza politica dell’area. In tale commercio, Amantea ricopriva un ruolo fondamentale: da una parte, era uno dei punti di raccolta delle materie prime calabresi (cedri, legna, seta) che venivano esportate a Balarm. Dall’altra fungeva da importante snodo delle rotte che univano Al Andalus con Costantinopoli e il Nord Africa con Amalfi, Salerno, Napoli, Gaeta, Pisa e Genova. Proprio questo la fa citare nell’opera del grande geografo arabo Ibn Hawqal e comparire in diverse mappe islamiche dell’epoca.

Per cui, era di fondamentale importanza impadronirsene da parte degli Aglabiti; dopo un primo tentativo, fallito, nel 827 d.C. la conquista avvenne nel 846. In realtà, sin dall’inizio, il dominio di Balarm fu assai labile, date le continue guerre civili che funestavano l’emirato di Ṣiqilliyya, già intorno all 850 a.C. Amantea di autogovernava, con il potere affidato a un’assemblea di notabili e ricchi commercianti, i quali ovviamente, a tutto pensavano, tranne che a guerreggiare contro i partners commerciali bizantini.

Nel 860 d.C. un avventuriero locale, una sorta di Brancaleone islamico, As-Sinsim ,Cincimo, nella sua forma latinizzata, tentò di prendere il potere, ma il suo golpe finì malissimo, tanto che dovette fuggire dalla città, per nascondersi in un luogo imprecisato della riviera dei Cedri, alcuni storici parlano di Fuscaldo, altri di Intavolata, altri ancora di uno dei vari casali da cui si originerà Acquappesa, dove organizzò un esercito con truppe locali, per ritentare l’impresa.

Alcuni storici descrivono As-Sinsim come una sorta di Spartaco, capace di guidare i contadini alla rivolta contro i potenti latifondisti bizantini: in realtà, data la diffusione nell’area della piccola e media proprietà terriera, questa ipotesi è da scartare.  Probabilmente, si accordò con i possidenti, sfruttando a suo vantaggio le spinte centrifughe, il malumore contro l’amministrazione bizantina e il desiderio di avere una fetta maggiore dei proventi del commercio con Balarm, che forse erano presenti nell’area. Così nel 862 a.C. si realizzò lo strano caso di un musulmano, a capo di un esercito di cristiani, che conquistava una città cristiana governata da altri musulmani: insomma, cosa che farebbe venire il mal di testa a parecchi commentatori sui gruppi social dedicati all’Esquilino.

As-Sinsim, data la sua, come dire, peculiare condizione, evitò di proclamarsi emiro o di farsi riconoscere come tale, visto che a Balarm o in Nord Africa, avrebbero potuto avere parecchio da ridire sulle sue iniziative: però, sia per soddisfare la sua ambizione, sia per venire incontro alle richieste dei suoi alleati calabresi, lancio una politica espansionistica.

Da una parte, conquistò Tropea e Santa Severina, altre stazioni mercantili musulmane, in modo da monopolizzare i commerci dell’area; dall’altra, cominciò a sottrarre sempre più territori all’amministrazione bizantina, arrivando a controllare la costa da Diamante a Ricadi.

Nell’871 l’emiro di Bari, Sawdan, assediato dai Franchi dell’imperatore Ludovico II, disperato, visto che considerava As-Sinsim poco più di un predone, gli chiese aiuto: As-Sinsim se ne sarebbe rimasto volentieri fuori, da quella disputa, ma i suoi alleati calabresi, temendo di fare la stessa fine della Puglia, stretta dalla morsa franco bizantina, lo costrinsero a intervenire. Così organizzò una spedizione di soccorso, sempre a capo di un esercito cristiano e di lingua greca, marciando sulla valle del Crati alla testa delle sue truppe.

Venuto a conoscenza dei piani di As-Sinsim , l’imperatore gli inviò contro un contingente di cavalleria pesante al comando del conte Ottone di Bergamo. Rinforzato da truppe di fanteria locale reclutate dai vescovi Osco e Gheriardo, il conte si trincerò tra le rovine dell’antica Pandosia (l’attuale Castrolibero nei pressi di Cosenza) da cui controllava il valico del Potame che dava accesso alla valle del Crati. Cincimo forzò i tempi ed il suo esercito apparve in vista delle milizie imperiali prima del previsto. Il conte, alla vista del nemico, decise di impedirgli di attaccare Cosenza e scese dalle alture per affrontarlo in campo aperto. La battaglia si svolse in un luogo imprecisato tra Castrolibero e Mendicino e si risolse con la disfatta dell’emiro che, salvata a stento la vita, fu costretto a riparare ad Amantea, dove per il resto della vita, si tenne ben distante da tali dispute.

Alla morte di As-Sinsim, per la difficoltà di mantenere una collaborazione tra i notabili musulmani e cristiani, il suo dominio si sfaldò: così i bizantini ne approfittarono per organizzare la rivincita. Un primo tentativo di riconquista bizantina fu nell’882-83 quando il basileus Basilio I il Macedone inviò un corpo di spedizione al comando dello stratego Stefano Massenzio, ma questi, dopo essere stato costretto a togliere l’assedio ad Amantea, che ricevette aiuti dai vecchi alleati calabresi, fu sconfitto rovinosamente sotto le mura di Santa Severina e, costretto a sospendere la campagna, venne richiamato in patria dall’imperatore, che lo sostituì nell’885 con Niceforo Foca il vecchio, generale di ben altra pasta.

Niceforo, per prima cosa, capì che per riconquistare Amantea, bisognava per prima cosa farle terra bruciata attorno: per cui si accordò con i possidenti locali, concedendo loro sia sgravi fiscali, sia la partecipazione al governo locale, per poi organizzare la campagna. Niceforo distribuì le forze a sua disposizione, rinforzate da contingenti di truppe scelte provenienti dall’Oriente, in tre colonne che lanciò all’assalto di Amantea, Tropea e Santa Severina, guidando personalmente l’assedio di quest’ultima. Le tre città caddero una dopo l’altra e nell’anno 886.

Ma l’importanza di Amantea, per il commercio con Balarm, era tale che pochi anni dopo si rifecero vivi in forze: l’emiro Abu’-Futùh Yussuf al Kalbi, poco prima di cadere malato, guidò personalmente la riconquista della città. Stavolta, però, per evitare strane iniziative come quelle di As-Sinsim, i Kalbiti ne mantennero stretto il controllo, sino alla definitiva vittoria bizantina, nel 1031, che approfittarono dell’ennesima guerra civile nell’emirato siciliano