Il falò della verità

 

Era una sera milanese di mezza primavera, di quelle in cui le giornate diventano sempre più lunghe, ma in cui afa e zanzare non avevano cominciato a perseguitare gli sfortunati abitanti del Naviglio. Jenny, la mia vicina di casa, quella che faceva la toletta a spese di babbioni meneghini dal ricco conto in banca, mi aveva trascinato, spacciandomi come al solito per cugino, in un party in loft in zona Porta Romana, abitato da un presunto grande architetto.

Mentre mi annoiavo con dignità, comparsa, alquanto inutile, in un teatrino che non avrebbe sfigurato ne La Grande Bellezza, il proprietario, tutto impettito, annunciò la grande attrazione della serata: un gruppo di musicisti alternativi, provenienti da uno dei più trasgressivi centri sociali milanesi… Fingendo un’adeguata curiosità, mi allontanai dal buffet, per spostarmi sul terrazzo.

Li mi trovai davanti, con aria alquanto sconsolata, il fuoricorso di Architettura che abitava al terzo piano del mio palazzo, che si divertiva a suonare, neppure tanto bene, i bonghi, accompagnato da un tizio con un ukelele, che ogni tanto mi scroccava una birra, divertendosi con le storie assurde della sua famiglia e uno con il sax, che ogni tanto incrociavo alla gelateria Orsi.

I tre, trovandosi davanti un volto amico, corsero a salutarmi, tra lo stupore dei presenti: Jenny non perse l’occasione per il suo solito spettacolo

“Mio cugino è uno dei principali esponenti dell’antagonismo milanese: è stato pure un Chiapas, nell’EZLN… E’ un caro amico del subcomandante Marcos !”

Nel mondo reale, ci avrebbero riso in faccia e cacciati a pedati: ma in quella strana, distorta realtà alto borghese, mi ritrovai trasfigurato in una sorta di piccolo Lenin di Conchetta, dispensatore di massime oracolari sul marxismo e sull’anarchia, tutte accompagnate dalla musica suonata dai miei conoscenti, che storpiavano senza ritegno Iannacci e Gaber.

Jenny, intanto, come una farfalla, si spostava da una capannello all’altro: le poche volte che mi capitava vicino, mi sussurrava

Radical chic an Mau-mauing the Flak Catchers…

Confesso, che per capire la citazione, dovetti consultare Google il giorno dopo… Tornando a casa, ci fermammo a bere il bicchiere della staffa in un baretto, nei pressi di Sadler. Mentre il proprietario ci guardava assonnato, Jenny, dopo aver criticato la mia vita, il mio lavoro e le mie abitudini, se ne uscì con un

“Stai sprecando la tua vita… Potresti essere il Tom Wolfe italiano, hai la stessa linguaccia”

Alzai le spalle

“Lui ha stile”.

Mi sorrise

“Anche tu, ma non vuoi accettarlo”.

“Sei ubriaca…”.

Dopo l’ennesimo brindisi, il barista ci cacciò a pedate. Passeggiammo in silenzio lungo via Ascanio Sforza, guardando distratti il Naviglio Pavese. All’altezza del barcone de Le Scimmie, Jenny sbadigliò, in modo da fare invidia a un ippopotamo, poi attaccò a ridere senza ritegno…

“Chissà come morirà Tom Wolfe… Litigando con il prossimo o scrivendo, vestito di bianco…”.

Avrei voluto uscirmene con un cosa diavolo stai pensando oppure prenderla in giro, invece, chissà perché, me uscii con

“Solo. Come tutti…”.

Rimediando così un suo cazzotto sulla testa…

Ora, non so chi ha avuto ragione, tra me e Jenny e a dire il vero, neppure mi importa… Però, mi spiace che Tom se sia andato… Mi mancherà la sua elegante cattiveria, con cui smascherava le nostre deboli ipocrisie, e i suoi fuochi d’artificio verbali, che ce lo facevano amare, nonostante tutto..

3 pensieri su “Il falò della verità

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