Saraceni nel Lazio

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Diciamola tutta… Le notizie sulla presenza araba nel Lazio durante l’alto Medio Evo sono in verità assai scarse: i posteri, spesso, poi hanno arricchito con parecchia fantasia quelle vicende, rendendo assai complicato distinguere il vero dal falso.

Di certo, gli arabi, come in Puglia e in Calabria, non furono solo invasori e predoni, ma attori di un complesso gioco politico, che contrapponeva le spinte centrifughe di aree periferiche degli imperi carolingio e bizantino, al desiderio di controllo della autorità centrali, desiderose di mantenere il possesso di territori, per quanto lontani dal loro baricentro geopolitico, importanti sia dal punto di vista economico, si da quello simbolico.

Questa sorta di “Grande Gioco“, l’equivalente medievale del conflitto che contrappose Gran Bretagna e Russia in Medio Oriente e Asia centrale nel corso di tutto il XIX secolo; il primo atto, fu il saccheggio di Centumcellae, la nostra Civitavecchia, tra l’813 e l’814… Imprese che non dovette portare loro grande frutto, dato che sappiamo da papa Gregorio III, come la città, nel 740, fosse quasi distrutta e priva di abitanti ed è difficile immaginare come, in una sessantina d’anni la situazione fosse migliorata.

Nell’830 altri pirati saraceni avevano devastato le aree abitate della campagna romana, giungendo fino alle basiliche di San Pietro e San Paolo e penetrando fino a Subiaco dove vennero distrutti l’abitato e il Monastero. Nel frattempo, in una ventina d’anni da quell’impresa, i rapporti tra arabi e ducati della Langobardia Minor si rafforzarono: i primi avevano bisogno di utilizzare senza grossi problemi i porti del sud Italia, sia per i commerci, sia come basi per i raid contro i bizantini, i secondi di mercenari a basso prezzo da impiegare nelle loro complesse e intricate faide. Ad accendere il fuoco alle polveri furono le vicende del ducato di Napoli, che non sfigurerebbero ne Il Trono di Spade

Andrea, suocero del legittimo duca Leone, ne settembre dell’834, organizzò un colpo di stato contro il genero, usurpandone il trono. In più cessò di pagare il tradizionale tributo al principe Sicardo di Benevento, il quale, poco gradendo la decisione, assediò Napoli dal maggio al luglio dell’835, ma infine raggiunse un accordo di pace con Andrea. Il quale, però applicò immediatamente il principio del passata la festa, gabbato il santo, ossia, appena il primo soldato beneventano scomparì oltre l’orizzonte, si guardò bene dal pagare il dovuto.

Così, nell’836, Sicardo, assai alternato, riprese le armi: dato che i suoi sudditi erano assai poco entusiasti di combattere per la sua causa, Andrea decise di arruolare un contingente di mercenari arabi: i quali onorarono con professionalità e impegno tale contratto, tanto che il 4 luglio fu firmata una tregua il cosiddetto Pactum Sicardi, con Sicardo e il Ducato di Amalfi e Sorrento. Tregua che durò assai poco, tanto che la pace fu raggiunta solo nell’839, con la morte dello stessoSicardo.

Per cui, Andrea si trovò il problema di cosa diavolo fare dei suoi mercenari, tanto efficienti, quanto esosi… Risolse il tutto spedendoli a saccheggiare i territori bizantini, i quali, terminata la guerra con i longobardi, si erano ricordati di come Napoli fosse, in linea teorica, un loro dominio, tanto da richiedere al duca uno sproposito di tasse arretrate. Nel 838, gli ex mercenari napoletani occuparono Brindisi, per poi tentare di saccheggiare Taranto, dove furono presi a randellate in capo dagli islamici che vi si erano stabiliti, in maniera abbastanza pacifica, qualche anno prima.

Nel’estate del 846, mentre si svolgevano le complesse vicende di Abu Maʿshar a Benevento e di Khalfun a Bari,una flotta araba, sempre in combutta con i duchi napoletani, che volevano punire una città ribelle, partì alla volta di Gaeta e vi pose l’assedio, insediandosi probabilmente presso l’attuale Ausonia (località ad duos leones secondo le fonti cristiane) seminando terrore per tutta la via Appia. Nel frattempo, però, Sergio I di Napoli, alleato con Sorrento e Amalfi, decise di imporre il monopolio partenopeo nel commercio nel medio Tirreno. Per far questo, conquistò Ponza, dove si erano stabiliti dei pirati arabi e mise a ferro e fuoco le ribat del Cilento, sconfiggendo la loro flotta nei pressi di Punta Licosa.

Come rappresaglia, partì da Balarm una flotta, con a bordo 10.000 uomini e 500 cavalieri, che sbagliando strada o avendo paura dei napoletani, sbarcò a Ostia e, dopo avere vinto alcuni scontri fortunati, risalì, via fiume e via terra, il Tevere, tentando il colpaccio di conquistare Roma, ma vengono respinti dopo un paio di sanguinosi assalti alle Mura Aureliane.

Non volendo tornare a mani vuote, decisero di saccheggiare le basiliche di San Pietro e di San Paolo. La prima, nonostante la difesa eroica di Sassoni, Frisoni e Franchi, militiae rispettivamente di tre scholae di pellegrini, che erano di stanza nelle strutture destinate alla loro accoglienza nei pressi proprio del colle Vaticano, fu saccheggiata; i soldati rubarono i’antica croce d’oro innalzata sulla tomba dell’apostolo, la mensa di argento donata da Carlo Magno, le porte bronzee con preziose lamine d’argento, le rifiniture in oro che rivestivano il pavimento del confessionale.

Impresa che destò lo sgomento dell’Europa dell’epoca: così scrisse Prudenzio di Troyes

Nel mese di agosto 846, i saraceni e i mauri investirono Roma devastando la basilica del beato Pietro principe degli Apostoli, asportando insieme all’altare che sovrastava la sua tomba tutti gli ornamenti e i tesori. Alcuni duchi dell’imperatore Lotario furono empiamente tagliati a pezzi

Nella basilica di San Paolo, andò loro peggio, dato che furono sorpresi e messi in fuga da una sortita delle milizie romane: al seguito di tale smacco e carichi di bottino, questo contingente, temendo l’arrivo delle truppe spoletine, decisero di dare man forte ai loro correligionari impegnati nell’assedio di Gaeta, percorrendo l’Appia e saccheggiando Terracina, Fondi e Itri. Intanto a Gaeta, vista la malaparata, fu deciso di riconoscere di nuovo la supremazia di Napoli, i cui duchi, ottenuto questo risultato, si rivoltarono contro i loro precedenti alleati, arruolando il buon Abu Maʿshar, per spedirlo a
soccorso dei nuovi sudditi.

Per cui, i musulmani per evitare guai peggiori, si ritirarono nel Cassinate, dove si trovarono presto a corto di rifornimenti; per evitare di morire di fame, tentarono di imbarcarsi per la Sicilia, ma a causa del maltempo, furono, dopo parecchie peripezie a chiedere asilo, dopo un esoso tributo, alla stessa Gaeta.

Nell’849, mentre Khalfun a Bari proclamava il suo decreto di tolleranza religiosa, il cui incipit era

Nel nome di Dio, clemente e misericordioso. Questa è la protezione concessa dal servo di Dio, Omar, Principe dei Credenti, agli abitanti di Aclia. A tutti senza distinzioni, o malati o sani, egli garantisce la protezione per loro stessi, per i loro beni, per le loro chiese, per i loro crocefissi e per tutto ciò che riguarda il loro culto… Non saranno maltrattati per causa della loro fede, né alcuno fra essi sarà danneggiato.

Le truppe arabe tentarono il loro nuovo raid contro Roma; ma stavolta, tanto aveva fatto il papa Leone IV, che la loro flotta si trovò davanti, al largo di Ostia, quella di Gaeta, Amalfi, Napoli e Sorrento. Seguì un’aspra battaglia, in cui le navi arabe, complice anche un’improvvisa tempesta, furono decimate. Negli anni successivi, però, l’alleanza, prima commerciale e poi politica, tra Napoli e Balarm si riconsolidò: gli arabi trovarono nel porto partenopeo uno scalo sicuro ed uno sbocco verso l’interno, mentre i napoletani si giovavano dei servigi saraceni per difendersi dai nemici e dai vicini scomodi.

Così, nel giugno 868 partì da Balarm una nuova flotta per porre l’assedio a Gaeta, che si era di nuovo ribellata a Napoli. Dopo aver devastato il territorio del ducato, pur non essendo riuscita ad occupare il porto, soddisfatta, si ritirò, per vendere il bottino nei mercati della città partenopea. Le cose sembrarono cambiare a seguito della discesa dell’Imperatore Ludovico II, impegnato nel suo duello mortale con l’emirato di Bari; dopo la vittoria su Sawdan, però, l’imperatore tentò di affermare la sua autorità sugli inquieti ducati meridionali, questi si ribellarono, lo fecero prigioniero e si allearono di nuovo con
gli islamici di Puglia e Calabria.

Questi però, poco fidandosi dei Longobardi, tentarono l’assedio a Salerno e puntarono verso Capua: per cui, i ducati, a malincuore, liberarono Lotario, il quale, invece di bruciare a fuoco lento i suoi infidi sudditi, li difese, costringendo alla fuga gli arabi. Nell’875, le truppe arabe di Taranto intrapresero una nuova serie di raid in Campania (tra Sorrento e Salerno) e in tutto il Lazio (Fondi, Tivoli, dintorni di Roma).

Nell’880, però avvenne un nuovo colpo di scena, con la controffensiva bizantina, che portò alla riconquista dei territori islamici in Puglia e Calabria; i ducati meridionali, temendo di essere i successivi obiettivi di Costantinopoli, rafforzarono così la loro alleanza con i signori della guerra arabi rimasti in giro per il Sud, fornendo loro delle basi operative. Nell’881, Napoli concesse loro Agropoli e Benevento Sepino.

Nell’881 l’ipata di Gaeta Docibile, per difendersi dalle incursioni dei duchi di Capua — ai quali la Chiesa, proprio per danneggiare Gaeta, aveva concesso i suoi territori di Fondi e Traetto (oggi Minturno) — invocò l’aiuto degli arabi stanziati ad Agropoli. Essi sbarcarono presso Fondi e la occuparono, dopodiché si stabilirono presso Formia, ormai spopolata. Il saccheggio del monastero di San Vincenzo al Volturno, nell’ottobre dell’881, fu probabilmente opera di questo gruppo. In seguito alle pressioni del papa, e avute in cambio le città di Fondi e Traetto, Docibile fece stanziare l’esercito saraceno al
confine meridionale del suo ducato, ossia sulla sponda destra del Garigliano. Di qui gli arabi si diedero alle consuete scorrerie: il 4 settembre dell’883 saccheggiarono l’abbazia di Montecassino, qualche mese dopo puntarono su Fondi e Terracina, poi costrinsero Anagni a pagar loro un tributo, infine depredarono Veroli.

Così nacque la Ribat di Traetto, così descritta da Michele Amari, benché non ne siano rimaste tracce visibili

Il campo del Garigliano cominciava a prendere aspetto di città: aveanlo rafforzato di ripari e torri; vi teneano le donne, i figliuoli, i prigioni, il bottino. I gioghi del vicin colle, eran cittadella nel pericolo estremo. Il breve tronco del fiume, navigabile a barche, rendea comoda la stanza e agevoli gli aiuti..

Nel 903 un tentativo di eliminare tale colonia musulmana fallì miseramente, come pure nel 908, quando Atenolfo I, principe di Capua effettuò un nuovo tentativo dopo aver ottenuto l’alleanza di Napoletani e Amalfitani. Dal Traetto i musulmani si mossero in armi in tutte le contrade vicine, spingendosi fino all’Adriatico sotto la guida di un non meglio identificato Alliku, venendo però sconfitti da Landolfo I di Benevento, figlio di Atenolfo I, a Siponto e a Canosa.

Ciò non impedì loro nuove e distruttive incursioni a Venosa, Frigento, Taurasi, Avellino e al contado di Benevento per poi puntare su Farfa, Nepi, Orte e Narni, nelle quali si stanziarono. La presenza dei musulmani nel contado di Roma, fu talmente pregnante, che il buon Liutprando definì l’area come fosse addirittura divisa a metà fra i Romani e i musulmani

Per sfortuna degli abitanti di Traetto, questi si dovettero confrontare con un terribile vecchio, testardo e dal pessimo carattere, papa Giovanni X, che organizzò una lega comprendente Landolfo I di Benevento e suo fratello Atenolfo II, Guaimario II di Salerno, Gregorio IV di Napoli e suo figlio Giovanni, Giovanni I di Gaeta e suo figlio Docibile. Rispose all’appello del Papa anche il marchese del Friuli Berengario, a quel tempo Re d’Italia, che inviò delle forze di supporto da Spoleto e dalle Marche, guidate da Alberico I, duca di Spoleto e Camerino suo protospatario. L’Impero romano d’Oriente contribuì
inviando un forte contingente dalla Calabria e dalla Puglia, sotto lo strategos di Bari Niccolò Picingli. Giovanni X in persona guidava le sue truppe provenienti dal Lazio e dalla Toscana.

Giovanni X in persona guidava le sue truppe provenienti dal Lazio e dalla Toscana. Furono stabiliti gli accordi per la strategia da seguire in battaglia e per le successive spartizioni e si procedette al giuramento:

“Noi vi promettiamo di non aver mai pace con essi, finché non li abbiamo sterminati da tutta Italia. Di nuovo promettiamo a voi tutti soprascritti per Cristo Signore e pei meriti dei Santi e per tutti i sacramenti della fede che con tutte le forze e in ogni modo noi combatteremo i Saraceni e cercheremo di sterminarli e che d’ora innanzi non abbiamo e non avremo pace con essi in alcun modo”.

Il primo obiettivo degli alleati, fu cacciare gli arabi dalla Sabina e dal Lazio del Nord. Nella Cronaca di Benedetto di Sant’Andrea del Soratte si legge

Nello stesso tempo si mossero Akiprando di Rieti e molti altri Longobardi e Sabini, preparandosi a combattere contro i Saraceni, che si trovavano tra le mura di una città distrutta dal tempo, di nome Trebula. Vennero a battaglia e per grazia di San Pietro uccisero i Saraceni. Vi fu un altro scontro fra quelli di Nepi e di Sutri contro i Saraceni nella Valle di Baccano e molti Saraceni vennero uccisi o feriti

dove Trebula dovrebbe essere la nostra Monteleone Sabino; poi nel giugno 915, cominciò l’assedio di Traetto, che durò circa tre mesi e si concluse con la vittoria della lega cristiana. I ghazi sconfitti probabilmente tornarono in Sicilia. La tradizione locale che afferma di come invece fondassero i borghi laziali di Saracinesco e Ciciliano, è forse infondata.

Per Saracinesco, il primo documento che ne parla, del 21 luglio 1005,il Privilegio di Papa Giovanni XVIII, con il quale si confermano i possedimenti dell’Abbazia di Subiaco, si nomina anche il “Monte in integro qui vocatur Serracinesco”, con tutte le adiacenze e pertinenze, da l’idea di un falso somigliante, dato che all’epoca serracinescum indicava un luogo fortificato, mentre per Ciciliano sappiamo come nacque nel 1130 con un sorta di sinecismo di tanti villaggi locali, che non volevano più sottostare alla tirannie dei tiburtini…

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3 thoughts on “Saraceni nel Lazio

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