Banditi a Milano

 

A dire il vero, nonostante la sua intensa e confusionaria vita sociale, non è che Jenny avesse così tanti amici. Li poteva contare sulle dita di una mano: il sottoscritto, di fatto adottato, poi una presunta rilegatrice giramondo, la cui casa, però era piena di cianfrusaglie provenienti dai luoghi più strani, assieme a un professore di filosofia in pensione, gran giocatore di carte e Aliénor.

In realtà, il suo era un nome d’arte: si spacciava infatti per pittrice, sempre in cerca della grande occasione, ma in realtà campava facendo la mantenuta di un immobiliarista rampante meneghino; il quale, sospetto, per la sua cronica mancanza di tempo, sospetto che la considerasse poco più di uno status symbol.

Aliénor di questo poco se ne crucciava: era felice del suo piccolo e strano mondo, incentrato nell’ appartamento a Brera, in via dei Fiori Chiari, ovviamente pagato dall’amante, che una volta, a sentire lei, faceva parte di un rinomato bordello. Appartamento, che, a suo modo, fungeva da porto sicuro per una variopinta umanità.

Diverse volte e in dei casi non saprei spiegarne il motivo, mi sono svegliato sul divano del suo salotto, per poi ritrovarmi a fare colazione in compagnia di perfetti sconosciuti, con cui si chiacchiarava come se si fossero passati assieme anni e anni… Una domenica, in cui mi ero alzato particolarmente tardi, la sera prima ero stato a ballare in un locale affacciato sul Naviglio della Martesana, decidemmo di andare al brunch a Le Biciclette.

Uscendo da casa, Aliénor salutò con affetto un anziano distinto, poi sorridendo, ci disse:

“Sapete, era nella Ligera… Bazzicava pure la banda dell’Aprilia nera, quella di Ezio Barbieri”

Viste le nostre espressioni perplesse, cominciò una conferenza sulla Mala milanese; fu il mio primo contatto con questo famoso bandito del dopoguerra, in vecchiaia trasformatosi in un rispettabile commerciante in Buddacia, a Barcellona Pozzo di Gotto. morto tre giorni fa.

Ezio era del 22 come mio nonno e nasce quartiere Isola, chiamato così da quando la ferrovia lo aveva tagliato fuori dal resto di Milano da una famiglia che gestisce un banco di mescita. Ha cominciato a lavorare all’età di quattordici anni in una tintoria, passando in seguito a un negozio di barbiere e, raggiungendo il vertice delle possibili aspirazioni familiari, diventando impiegato comunale. Con la guerra però le cose cambiano: per non fare la fame, si dà al mercato nero e, già che c’è, al contrabbando di sigarette provenienti dalla Svizzera.

Nel 1944 per non essere interrotto nei suoi commerci, spara, ferendolo gravemente, a un milite della “Ettore Muti”, la squadraccia fascista che svolge compiti di polizia a Milano dopo l’otto settembre. Così apre la sua parentesi partigiana, culminata nel saccheggio, travestito da tenente delle Brigate Nere, del magazzino di un ricco industriale, distribuendo il bottino alle famiglie più povere del suo quartiere.

Dopo la Liberazione, assieme al suo socio Bezzi, si inventa la sua specialità, la rapina con il posto di blocco: entrambi armati e mascherati, bloccano qualsiasi veicolo di passaggio e si appropriano di tutto. I bersagli preferiti sono i borsaneristi e le loro macchine cariche di viveri. I beni vengono rivenduti e le automobili, private delle ruote e dei pezzi di ricambio, vengono abbandonate ormai inservibili lungo la strada.

Poi, il salto di qualità: mettono su una banda e cominciano ad eseguire i loro colpi con una Lancia Aprilia nera, con al posto della targa, un pezzo di cartone con le cifre 777, il numero telefonico della polizia, storia celebrata anche in una strofa apocrifa della canzone popolare Porta Romana bella.

Aprilia, che è l’automobile preferita dai banditi meneghini dell’epoca: la usa la Banda del Lunedì, chiamata per la sua abitudine di compiere le rapine a ogni inizio settimana o la Banda Ovunque di Chiappina, che l’aveva rubata a Napoli al buon Edoardo De Filippo.

Tra una rapine e l’altra, Ezio si crea il suo personaggio, sempre elegantissimo, in doppiopetto, con un pizzetto da fare invidia ai tre moschettieri e capelli impomatati alla Amedeo Nazzari, impegnato in rocambolesche fughe sui tetti delle case di ringhiera e colpi leggendari, come a rapina con la donna nuda, con una esponente del gentil sesso che senza veli distrae i cassieri, mentre la banda ripulisce le casse.

Il 26 febbraio del 1946 una telefonata anonima segnala alla polizia che Ezio si trova alla Cascina Torrazza di Pero, vicino a Milano, assieme alla sua donna. Gli agenti accorrono e circondano la trattoria. Ezio se ne accorge e tenta la fuga, disarmato, avendo scordato il mitra in macchina.Una raffica lo ferisce al braccio destro, lasciandolo sanguinante e senza forze, facile preda per i poliziotti. Trasportato alla Questura di Milano, in via Fatebenefratelli, Ezio tenta di convincere gli agenti che si tratti di un errore: non sarebbe Ezio Barbieri, bensì tale Carlo Pirovano, vittima di un equivoco. Ma il suo viso è troppo noto perché qualcuno ci possa cascare

Ma Ezio non si arrende: il 21 aprile, giorno di Pasqua, a San Vittore scoppia la rivolta dei detenuti: solo il sacrificio di un agente di custodia ventiduenne, Salvatore Rap, riesce a scongiurare la fuga di massa. Mentre l’esercito comincia l’assedio del carcere, Ezio ne organizza la difesa e si trasforma nel portavoce dei prigionieri.

A mettere la parola fine alla sommossa, oltre che le cannonate, dal paradossale assalto dei detenuti alla dispensa del carcere, dove trovarono quantità industriali di alcolici e si ubriacarono da non stare in piedi…

Così per Ezio si aprono le porte dei peggiori penitenziari e manicomi criminali del Belpaese. Per ironia della sorte, tutte isole: Santo Stefano (l’isola del Diavolo italiana), Portolongone (la Cayenna mediterranea) e Barcellona Pozzo di Gotto, dove si stabilisce, tornato uomo libero..

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