Pastorale Americana

Ci sono giornate iniziano in maniera pessima, poi, con un metodica lentezza o un improvviso colpo di coda, si raddrizzano. Oggi è stata una di queste: con la consegna della risposta al bando di gara, tutta l’adrenalina dei giorni scorsi è crollata e mi sono ritrovato vecchio e stanco. Neppure il tempo di rallentare il ritmo, che mi è arrivata la notizia dell’incidente di mio papà, che, degno genitore del sottoscritto, per non farsi gli affari propri e per impicciarsi di una cosa, è riuscito a cadere rovinosamente da una scala.

La corsa in ospedale, la tensione: poi appena dimesso, mentre torno a casa, il diluvio: mentre smadonno in tutte le lingue che conosco, mi fermo un attimo… Mio papà, per quanto acciaccato, ha contenuto i danni, poteva andargli molto, molto peggio… E’ stato tanto fortunato e dobbiamo accendere un paio di ceri a Santa Bibiana.

Poi, il pomeriggio sarebbe venuta a trovarmi una persona a me cara… Nel frattempo, è uscito il sole… A poco, a poco ho cominciato a rilassarmi; così, mi ritrovo buttare giù due righe per il blog. Mi verrebbe di parlare di Conte, ma che potrei dire di più di un Presidente del Consiglio che sintetizza e porta all’eccesso tutti i difetti dell’italiano medio ?

Per cui, il mio pensiero va a Philip Roth, pace all’anima sua… No, non butterò giù il solito coccodrillo: tanti giornalisti e critici letterari, che sono pagati per farlo, se la cavano assai meglio di me in questo campo. Mi limito a un piccolo ricordo, ambientato nella mia Milano.

Il mio monolocale a via Pavia, diciamola tutta, era più una tana che una casa degna di essere vissuta: strapieno di libri e di fumetti, era un tempio al trionfo dell’Entropia nel Cosmo. Al contrario, quello di Jenny era pulito, ordinato, razionale come un sillogismo aristotelico: questo perché, ogni sabato mattina, dalle sei e mezzo in poi, intraprendeva la sua epica e manichea battaglia contro polvere e sporco, con un’epica e inaspettata energia, che avrebbe lasciato a bocca aperta una governante. di Jane Austin

Risultato, uno spazio zen, con a terra un tappeto Isfahan con rappresentata una scena del Il verbo degli uccelli di Farīd al-Dīn ʿAṭṭār e un tatami, con accanto un’elegante cassettiera, con sopra una statuina del Maitreya.

Alle pareti, un paio di aeropitture di Gerardo Dottori, regalo di un vecchio amante e due scaffali, l’uno dedicato ai cd, tutta roba dodecafonica, e ai libri. I loro titoli, li ricordo, come se li avessi ancora davanti: Rumore Bianco e Libra di De Lillo, La Triologia di New York di Auster, L’arcobaleno della gravità e Mason & Dixon di Pynchon, il Lamento di Portnoy, Pastorale Americana, Zuckerman scatenato e la Macchia Umana di Roth.

Le copertine di questi ultimi erano particolarmente consumate. Una volta, scrutandole, me ne uscii con un

“Ma glielo daranno mai, questo maledetto Nobel”

Jenny sorrise, poi scosse il capo

“No, perché non prende in giro nessuno, dicendo di volere cambiare il mondo… Vuole solo raccontare le storie che gli passano per la testa, senza compromessi…”.

Come sempre, Jenny ha avuto ragione… E adesso che Philip ci ha lasciati, non riesco a togliermi dalla mente un suo brano

Rimane il fatto che capire la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando

Alla fine, in fondo, siamo tutti figli dei nostri errori..

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