Cammei vaticani

cammei

A quei tempi avevo letto alcuni commenti sul giornale, ma ero troppo impegnato in quel piccolo affare dei cammei del Vaticano e, nella mia ansia di ingraziarmi il papa, persi di vista parecchi casi interessanti sul suolo inglese

E’ un brano de Il mastino dei Baskerville, dove Conan Doyle accenna a questa avventura di Sherlock Holmes e di John H. Watson, molto probabilmente a servizio di Leone XIII e ambientata a Roma. Avventura che non è mai stata narrata e che, forse sempre a causa del fatto che in una società spaventata dal Futuro, si cerca di trovare rassicurazione nel Passato, è stata un’infinita fonte di ispirazione dei autori degli apocrifi.

Uno di questi, scritto da Richard T. Ryan si intitola, con estrema fantasia Sherlock Holmes e il segreto dei Cammei Vaticani, romanzo che si articola su due linee temporali differenti: la Roma del Rinascimento, ai tempi di Alessandro VI e quella umbertina.

Ora, quando si scrive del Passato ci si può approcciare in due modi: o tradirlo, appropriandosene creativamente e ricreandolo a propria immagine, come fa lo steampunk, oppure come i Pompiers, cercare, per quanto possibile, di esserne fedeli.

Il tutto, ovviamente, con lo scopo di divertire il lettore. La seconda strada, quella della ricostruzione fedele del Passato e delle sue atmosfere, però, implica studio, dedizione alla ricerca e fatica: cose da cui Ryan si è tenuto ben lontano, preferendo ricorrere ai ferri del mestiere, per imbastire una storiella che diverte nella sua fatuità.

Se nell’ambientazione quattrocentesca, grazie a qualche buona enciclopedia, riesce a destreggiarsi alla meno peggio, ma quando smette di scopiazzare, compie diversi, fastidiosi anacronismi, come ad esempio la tazza di caffè che il cardinal Giulio della Rovere offre a Michelangelo: questa bevanda in realtà fece la sua comparsa a Venezia intorno al 1570 grazie al padovano Prospero Alpino, noto botanico e medico, che ne portò alcuni sacchi dall’Oriente e divenne di uso comune dopo il 1716.

Ma il fondo, paradossalmente, si raggiunge nella Roma umbertina,  che in teoria dovrebbe essergli più familiare: Ryan, non avendo avuto forse voglia di leggere saggi su quel periodo, dimostra di capire poco i termini della questione romana, trasforma Giolitti che santo non era, ma neppure il ministro della mala vita, nell’equivalente italiano del dottor Moriarty  e in cui sbaglia totalmente nel descrivere la topografia della città, mischiando edifici che non c’erano ancora con quelli che non c’erano più….

Insomma noi scrittori italiani saremo pigri e ignoranti, ma non è che nel mondo anglosassone siano messi meglio…

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