Colleferro Steampunk

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Diciamola tutta… Sono giornate alquanto faticose al lavoro, in cui do il peggio di me stesso e al cui termine, il sottoscritto è alquanto stanco, pigro e irritabile..

Per questo, con sommo ritardo, ricordo a tutti che sabato, a Colleferro, ci sarà il festival steampunk Fabbrica di Zucchero, dove, nel caffè letterario, ci sarà anche l’occasione per fare due chiacchiere con il sottoscritto e scoprire qualcosa dei suoi romanzi e racconti.

Che c’entra Colleferro con lo steampunk ? Per non essere ripetitivo, lascio la parola gli organizzatori

Lo “Steampunk” è un movimento culturale che richiama un’ambientazione storica, prevalentemente ispirata all’età vittoriana fino ai primi anni del ventesimo secolo introducendo elementi della narrativa fantascientifica (J. Verne, H.G. Wells, C. Doyle) e invenzioni tecnologiche anacronistiche in quella che può definirsi “ucronia”.

Una tipica frase che definisce lo “Steampunk” è : “come sarebbe stato il passato se il futuro fosse accaduto prima”.

Perché portare lo “Steampunk” a Colleferro? Perché Colleferro è proprio questo, una città, dove il passato si fonde con il futuro e l’uno penetra nell’altro. Già dal 1899 con la “Fabbrica di Zucchero”, Colleferro è riuscita sempre ad anticipare il futuro con strategie aziendali, nuovi materiali, tecnologie e metodi di lavorazione nei diversi settori industriali che si sono succeduti nel tempo anticipando il futuro. A Colleferro il passato è stato diverso che altrove proprio perché il futuro sia accaduto prima.

“Steam” significa vapore, una sostanza che se lasciata libera si espande così come la fabbrica dello zucchero si è espansa toccando gran parte dei settori tipici dell’industria italiana, passando in meno di un secolo dallo zucchero alle stelle.

Anche l’architettura della nostra città richiama la cultura “steampunk”. Il Villaggio di S. Barbara e la zona “morandiana”, furono progettati immaginandoli immersi nel futuro, pur mantenendo l’eleganza degli stili architettonici che li caratterizzano.

Infine i rifugi, che con le loro grotte e i meandri riescono anche richiamare le tipiche ambientazioni gotico-fantasy-fantascientifiche (pur mantenendo intatta la realtà storica per cui vennero realizzati e utilizzati) della letteratura cui si ispira il movimento Steampunk.

Perché lo Steampunk a Colleferro? Perché Colleferro ha tutte le caratteristiche per appartenere a questa filosofia, per parlarci di un passato in cui il futuro è arrivato prima che altrove.

In più, per i miei affezionati lettori, Colleferro è uno dei feudi della famiglia Conti… Per cui, nel mio mondo letterario, è assai probabile che la zona sia stata vittima di qualche strana iniziativa industriale del Principe Padre..

Banditi a Milano

 

A dire il vero, nonostante la sua intensa e confusionaria vita sociale, non è che Jenny avesse così tanti amici. Li poteva contare sulle dita di una mano: il sottoscritto, di fatto adottato, poi una presunta rilegatrice giramondo, la cui casa, però era piena di cianfrusaglie provenienti dai luoghi più strani, assieme a un professore di filosofia in pensione, gran giocatore di carte e Aliénor.

In realtà, il suo era un nome d’arte: si spacciava infatti per pittrice, sempre in cerca della grande occasione, ma in realtà campava facendo la mantenuta di un immobiliarista rampante meneghino; il quale, sospetto, per la sua cronica mancanza di tempo, sospetto che la considerasse poco più di uno status symbol.

Aliénor di questo poco se ne crucciava: era felice del suo piccolo e strano mondo, incentrato nell’ appartamento a Brera, in via dei Fiori Chiari, ovviamente pagato dall’amante, che una volta, a sentire lei, faceva parte di un rinomato bordello. Appartamento, che, a suo modo, fungeva da porto sicuro per una variopinta umanità.

Diverse volte e in dei casi non saprei spiegarne il motivo, mi sono svegliato sul divano del suo salotto, per poi ritrovarmi a fare colazione in compagnia di perfetti sconosciuti, con cui si chiacchiarava come se si fossero passati assieme anni e anni… Una domenica, in cui mi ero alzato particolarmente tardi, la sera prima ero stato a ballare in un locale affacciato sul Naviglio della Martesana, decidemmo di andare al brunch a Le Biciclette.

Uscendo da casa, Aliénor salutò con affetto un anziano distinto, poi sorridendo, ci disse:

“Sapete, era nella Ligera… Bazzicava pure la banda dell’Aprilia nera, quella di Ezio Barbieri”

Viste le nostre espressioni perplesse, cominciò una conferenza sulla Mala milanese; fu il mio primo contatto con questo famoso bandito del dopoguerra, in vecchiaia trasformatosi in un rispettabile commerciante in Buddacia, a Barcellona Pozzo di Gotto. morto tre giorni fa.

Ezio era del 22 come mio nonno e nasce quartiere Isola, chiamato così da quando la ferrovia lo aveva tagliato fuori dal resto di Milano da una famiglia che gestisce un banco di mescita. Ha cominciato a lavorare all’età di quattordici anni in una tintoria, passando in seguito a un negozio di barbiere e, raggiungendo il vertice delle possibili aspirazioni familiari, diventando impiegato comunale. Con la guerra però le cose cambiano: per non fare la fame, si dà al mercato nero e, già che c’è, al contrabbando di sigarette provenienti dalla Svizzera.

Nel 1944 per non essere interrotto nei suoi commerci, spara, ferendolo gravemente, a un milite della “Ettore Muti”, la squadraccia fascista che svolge compiti di polizia a Milano dopo l’otto settembre. Così apre la sua parentesi partigiana, culminata nel saccheggio, travestito da tenente delle Brigate Nere, del magazzino di un ricco industriale, distribuendo il bottino alle famiglie più povere del suo quartiere.

Dopo la Liberazione, assieme al suo socio Bezzi, si inventa la sua specialità, la rapina con il posto di blocco: entrambi armati e mascherati, bloccano qualsiasi veicolo di passaggio e si appropriano di tutto. I bersagli preferiti sono i borsaneristi e le loro macchine cariche di viveri. I beni vengono rivenduti e le automobili, private delle ruote e dei pezzi di ricambio, vengono abbandonate ormai inservibili lungo la strada.

Poi, il salto di qualità: mettono su una banda e cominciano ad eseguire i loro colpi con una Lancia Aprilia nera, con al posto della targa, un pezzo di cartone con le cifre 777, il numero telefonico della polizia, storia celebrata anche in una strofa apocrifa della canzone popolare Porta Romana bella.

Aprilia, che è l’automobile preferita dai banditi meneghini dell’epoca: la usa la Banda del Lunedì, chiamata per la sua abitudine di compiere le rapine a ogni inizio settimana o la Banda Ovunque di Chiappina, che l’aveva rubata a Napoli al buon Edoardo De Filippo.

Tra una rapine e l’altra, Ezio si crea il suo personaggio, sempre elegantissimo, in doppiopetto, con un pizzetto da fare invidia ai tre moschettieri e capelli impomatati alla Amedeo Nazzari, impegnato in rocambolesche fughe sui tetti delle case di ringhiera e colpi leggendari, come a rapina con la donna nuda, con una esponente del gentil sesso che senza veli distrae i cassieri, mentre la banda ripulisce le casse.

Il 26 febbraio del 1946 una telefonata anonima segnala alla polizia che Ezio si trova alla Cascina Torrazza di Pero, vicino a Milano, assieme alla sua donna. Gli agenti accorrono e circondano la trattoria. Ezio se ne accorge e tenta la fuga, disarmato, avendo scordato il mitra in macchina.Una raffica lo ferisce al braccio destro, lasciandolo sanguinante e senza forze, facile preda per i poliziotti. Trasportato alla Questura di Milano, in via Fatebenefratelli, Ezio tenta di convincere gli agenti che si tratti di un errore: non sarebbe Ezio Barbieri, bensì tale Carlo Pirovano, vittima di un equivoco. Ma il suo viso è troppo noto perché qualcuno ci possa cascare

Ma Ezio non si arrende: il 21 aprile, giorno di Pasqua, a San Vittore scoppia la rivolta dei detenuti: solo il sacrificio di un agente di custodia ventiduenne, Salvatore Rap, riesce a scongiurare la fuga di massa. Mentre l’esercito comincia l’assedio del carcere, Ezio ne organizza la difesa e si trasforma nel portavoce dei prigionieri.

A mettere la parola fine alla sommossa, oltre che le cannonate, dal paradossale assalto dei detenuti alla dispensa del carcere, dove trovarono quantità industriali di alcolici e si ubriacarono da non stare in piedi…

Così per Ezio si aprono le porte dei peggiori penitenziari e manicomi criminali del Belpaese. Per ironia della sorte, tutte isole: Santo Stefano (l’isola del Diavolo italiana), Portolongone (la Cayenna mediterranea) e Barcellona Pozzo di Gotto, dove si stabilisce, tornato uomo libero..

Il mistero di Vivara

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Ben pochi conoscono l’isolotto di Vivara, una lingua di Terra di nemmeno mezzo chilometro quadrato nel Mar Mediterraneo, schiacciata tra Procida e Ischia; al massimo, è nota a qualche appassionato ecologista, dato che è sede di un’importante riserva naturale.

Poi, a sentire Li er Barista, per cui la notizia va presa per ciò che è, Vivara è entrata nel Guinness dei primati grazie al ponte tibetano più lungo del mondo, costruito tra il promontorio di Santa Margherita a Procida e l’isolotto di Vivara. Il ponte, lungo 362 metri, fu realizzato tra il 2 e il 10 luglio 2001 utilizzando 40 tubi Innocenti, 40 morsetti, 34 picchetti di un metro e mezzo, 2500 metri di corda, 500 m di cavi d’acciaio, 1 trivella e 1 verricello.

Eppure, questo luogo dimenticato da Dio e dall’Uomo, nella media Età del Bronzo, quando i mercanti elladici, data il predominio minoico delle rotte orientali, si erano buttati a capo fitto a commerciare nei misteriosi lidi occidentali.

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Ovviamente, all’epoca l’aspetto dell’isolotto era ben diverso dall’attuale: a causa del bradisismo, analogo a quello di Pozzuoli, il livello del mare era assai più basso, per cui Vivara non era nulla che un promontorio di Procida, i cui pendii erano occupati da grandi abitazioni rettangolari, costruite su terrazze artificiali, collegate al porto, posto dove adesso vi è il golfo di Genito, con lunghe scale scavate nel tufo.

Porto in cui le navi micenee potevano essere tirate a secco, le merci scaricate e immagazzinate nelle grotte naturali, chiuse da palizzate, per difenderne il contenuto dai malintenzionati. Inoltre, per il ristoro dei marinai, la zona era ricca di sorgenti d’acqua.

Inizialmente, Vivara fungeva da scalo per i mercanti elladici, che importavano dalla Sardegna il rame locale e lo stagno proveniente, dopo una lunga serie di intermediazioni dalla Cornovaglia, per soddisfare sia le esigenze di prestigio, sia quelle belliche delle élites locali greche: la creazione di queste stazioni marittime stabili, in grado di assicurare un afflusso costante di materie prime, fece da volano sia per la creazione di una diversa tipologia di commerci, sia per importanti modifiche culturali ed economiche
delle popolazioni che in qualche modo coinvolte in questi traffici

Così Vivara cominciò a vivere una sorta di boom economico: ai mercanti micenei si affiancano, sino all’integrazione tra le due culture, quelli minoici. Nel XIV a.C. quando gli interessi dei micenei si spostarono in maniera preponderante verso la Puglia ionica e adriatica, i loro mercanti, in maniera analoga a quanto avviene in tutto il Tirreno, sono sostituiti da quelli ciprioti e levantini; il porto comincerà a decadere solo agli inizi dell’età del ferro, sia per gli effetti del bradisismo, sia per la concorrenza dei
mercanti sardi, che monopolizzarono nelle loro mani tutto il commercio del Mediterraneo occidentale.

Quale era la base economica dello stanziamento di Vivara ? Da una parte abbiamo una forte presenza di ceramica di importazione, commessi a piccoli contenitori: per cui, dovevano essere importati oli ed essenze profumate, che data la limitato numero di abitanti presenti, erano a loro volta esportati in Campania e nel Lazio, come status symbol per i vari chief della cultura appenninica.

Al contempo, sono state trovate grandi giare, che da alcune analisi, sembra potessero contenere il vino: questo, probabilmente, diretto nel Mediterraneo orientale, era la principale materia prima di esportazione dell’area. Per cui Vivara era il terminale di una complessa struttura commerciale su base locale.

In parallelo, come in Polesine, si era sviluppata una sorta di industria locale, centrata da una parte sulla lavorazione del bronzo importato, che forniva semilavorati al mondo elladico e prodotti finiti per il mercato italiano. Dall’altra, in anticipo di circa un secolo rispetto al Salento, sulla produzione di ceramiche di imitazione micenea, che venivano sempre vendute in ambito locale.

Questo implica, come a Vivara, non vi fossero solo mercanti elladici di passaggio, ma artigiani immigrati dalla Grecia, in qualche modo in fuga dal mondo produttivo palaziale, altamente centralizzato. Gli impatti di tale presenza sulla società locale, appartenente alla facies culturale appenninica, furono assai notevoli

Il più banale è forse legato alla tipologia copertura di alcune capanne: questa  è tipicamente di foggia egea, ma fatta con tegole in tufo locale, probabilmente fornite da artigiani del posto, invece che di argilla; recentemente, sono state trovate tegole più grandi e con una decorazione a rombi. Essendo adatte alla copertura di una struttura circolare, alcuni archeologi le hanno associate a un forno, altri invece a una tholos, che poteva essere o la dimora di un capo o un luogo a valenza pubblica.

Assai più interessante è la presenza di numerosi token, i gettoni fittili utilizzati come forme di memorizzazione e registrazione per eseguire un preciso computo e, forse, un controllo degliapprovvigionamenti e delle merci.

Erano di diverse forme (circolare – semicircolare – quadrangolare) ; probabilmente ad ogni forma si doveva far corrispondere un qualche tipo di bene del quale si intendeva mantenere memoria.Per ogni forma, inoltre, sono attestati gettoni di diverse grandezze

Sistemi identici erano diffusi sia nel Mediterraneo orientale, che in diversi punti strategici del bacino occidentale, come Ustica e le isole Eolie. Sempre a Vivara è stato scoperto un frammento di tavoletta numerica recante sulla superficie di una delle sue facce indicazioni numeriche per mezzo di tacche circolari. Il che ci fa rendere conto quanto fosse sentita la necessità di tenere traccia e contabilizzare i beni prodotti, importati ed esportati.

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Nel settembre del 2017, poi, è avvenuta una scoperta che, se fosse confermata, sarebbe rivoluzionaria: un osso di bovino lavorato, di forma oblunga, della lunghezza di 15 cm circa e alto tra i 3 e i 4 cm. La sua superficie, lucidata e di colore scuro, mostrava, già in situ, al momento della scoperta, una serie di segni incisi intenzionalmente, non riferibili quindi alla sua giacitura nel terreno o ad accidentali tracce di lavorazione dell’osso per fini alimentari.

Le analisi di laboratorio hanno mostrato sia l’intenzionalità dei segni tracciati, sia a superficie era stata sottoposta in antico a un’accurata politura e al probabile trattamento con una resina, per darle più lucentezza.

I segni sembrano poi un andamento lineare, e forse, quanto meno nella parte sinistra, la presenza di due registri. Se con l’analisi dell’entropia di Shannon, si verificasse la presenza di un contenuto informativo, ci troveremmo dinanzi alla più antica testimonianza dell’uso di una scrittura nel Mediterraneo occidentale, ben precedente alla stele di Nora.

Alcuni archeologi, con un poco di fantasia, hanno identificato uno dei segni con la rappresentazione stilizzata di un grappolo d’uva: però, nella lontana ipotesi che avessero ragione, perché dare tale valore al vino, nonostante la sua importanza per l’economia locale ?

Gravastar

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Può sembrare strano, ma i buchi neri, nonostante le evidenze concrete della loro esistenza, basate sull’interazione con le stelle vicine, dal punto di vista teorico hanno una paio di motivi, anche fondati, che li rendono alquanto indigesti a qualche fisico. Il primo è la questione della singolarità: nei buchi neri classici (previsti dalla relatività generale) tutta la materia è concentrata in un punto (singolarità) di densità infinita, per cui si crea una regione dello spazio tempo in cui la teoria del buon vecchio Einstein cessa di
funzionare.

Il secondo è legato alla memoria del caro Hawking, il quale aveva scoperto di come i buchi neri “evaporassero” molto lentamente fino a scomparire del tutto, emettendo radiazione a cui era stato dato il suo nome.

Vabbè, cosa interessante a sapersi, ma che problema pone ? Il paradosso legato al fatto che un buco nero, il quale contiene al suo interno un’enorme quantità di informazioni, scompaia emettendo qualcosa che ne è privo

Di conseguenza, durante l’evaporazione del buco nero, le informazioni contenute in esso svaniscono nel nulla,violando il principio dell’unitarietà della Meccanica Quantistica, il quale prevede che l’informazione non può essere distrutta.

Le persone normali se ne farebbero una ragione, ma ahimè, i fisici non appartengono a questa categoria, per cui, qualcuno di loro si è inventato il concetto di gravastar, una cosa che si comporta come un buco nero, ma che non lo è, evitando i precedenti paradossi.

Per cui, in forme lievemente differenti, hanno ipotizzato come il collasso gravitazionale, invece di concludersi nella singolarità, a un certo sia compensato da effetti quantistici repulsivi come la polarizzazione del vuoto: il che produrrebbe un equilibrio capace di impedire la formazione di un orizzonte degli eventi.

Avremmo così una gravastar, una stella nera: non un oggetto a densità infinita, ma una bolla sferica di vuoto carico di energia oscura, racchiusa da un guscio di materia iperdensa. All’interno della stella nera, la temperatura della stella cresce al diminuire della distanza dal centro del corpo celeste. Infine, una stella nera emette una radiazione analoga a quella di Hawking, ma a differenza della radiazione di Hawking, la
radiazione delle stelle nere trasporta informazione e dunque il principio di unitarietà non sarebbe violato.

Per cui tutto risolto ? Mica tanto, dato che questa teoria si deve scontrare con due grossi scogli: il primo è il rasoio dì Ockam,

Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem

non moltiplicare gli enti inutili o in concreto, non vi è motivo per complicare ciò che è semplice… E con tutti i loro difetti, i buchi neri sono assai più semplici di oggetti cosmici con il medesimo comportamento, ma con caratteristiche assai più esotiche, che non presenta nessun vantaggio esplicativo

Il secondo, è che non tutte le ipotesi teoriche di gravità quantistica permettono l’esistenza di una gravastar… Per cui, a priori, la loro esistenza potrebbe essere solo frutto di un ragionamento sbagliato.

Un’inglese a Palermo

Quando scendo a Palermo, ogni tanto mi capita di passeggiare per via Maqueda. Ogni volta, trovo differente lo straordinario mondo che la popola, in cui convivono fianco a fianco il ricco dandy con lo sfincionaro, il negozio di cannoli con l’indiano che vende sari e pietre dure. Arrivato al civico 26, all’altezza del maestoso palazzo Filangeri di Cutò, uno dei gioielli del rococò panormita, perfetta metafora della città, con la sua facciata imponente, ferita dai segni del tempo, il cui portale centrale, l’Arco di Cutò, non è l’accesso a un solenne atrio o un ricco cortile, ma al vivace e caotico mercato di Ballarò.

Perché Palermo è questa, miseria e nobiltà, un gioco di prestigio che mostra le cose diverse da ciò che sono, una lotta, dall’esito sempre incerto tra entropia e speranza. Qualche volta, proprio sotto l’Arco di Cutò, mi sembra di intravedere, persa nei suoi pensieri, Jenny Saville… Sarà forse un abbaglio; sono troppo discreto e il mio inglese è cosi impacciato, che evito di avvicinarmi, per chiederle conferma….

 

Jenny, per chi non la conoscesse, è una delle più importanti artiste della inglesi della mia generazione, l’erede spirituale di Lucian Freud. Nata , in Inghilterra nel 1970, femminista convinta, a 23 anni ha avuto la fortuna di incrociare Charles Saatchi, che oltre a farle da mecenate, la fa entrare in quel magma creativo che i posteri definiranno YBA, Young British Artists.

Una generazione di artisti a prima vista accomunati dall’amore per la provocazione, la capacità di vendersi, l’utilizzo dei materiali di recupero e una vita personale sregolata: in realtà, un filo rosso ben più robusto lega le loro esperienze artistiche: tutte le loro opere, nonostante le differenze di linguaggio, materia e forma, sono riflessioni sulla paura angosciosa della mortalità, sui tentativi di ingannare la propria solitudine esistenziale, sull’inutilità della creatività in un mondo in ogni immagine è replicabile a basso costo.

Jenny racconta tutto questo con una pittura carnale, in cui il corpo non viene nobilitato, plastificato e reso anonimo come nella pubblicità, ma lacerato e dilaniato da un colore violento e acido e da una pennellata caotica, che rendono la materia pittorica testimone delle paura e della rabbia che sopportiamo ogni giorno.

Le sue donne come Cyrano, non sono grottesche, ma eroici giganti, che nonostante spesso si ritrovino tra le mani solo stelle rotte e ombre perdute di rami spezzati, non rinunciano mai a lottare, perché in questo, non nella vittoria, trovano la loro grandezza, riscattandosi dalla mediocrità a cui il nostro quotidiano ci condanna.

In un’artista simile, non poteva che trovare casa a Palermo, città magnifica e decadente, carnale e innamorata della morte.

 

Saraceni nel Lazio

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Diciamola tutta… Le notizie sulla presenza araba nel Lazio durante l’alto Medio Evo sono in verità assai scarse: i posteri, spesso, poi hanno arricchito con parecchia fantasia quelle vicende, rendendo assai complicato distinguere il vero dal falso.

Di certo, gli arabi, come in Puglia e in Calabria, non furono solo invasori e predoni, ma attori di un complesso gioco politico, che contrapponeva le spinte centrifughe di aree periferiche degli imperi carolingio e bizantino, al desiderio di controllo della autorità centrali, desiderose di mantenere il possesso di territori, per quanto lontani dal loro baricentro geopolitico, importanti sia dal punto di vista economico, si da quello simbolico.

Questa sorta di “Grande Gioco“, l’equivalente medievale del conflitto che contrappose Gran Bretagna e Russia in Medio Oriente e Asia centrale nel corso di tutto il XIX secolo; il primo atto, fu il saccheggio di Centumcellae, la nostra Civitavecchia, tra l’813 e l’814… Imprese che non dovette portare loro grande frutto, dato che sappiamo da papa Gregorio III, come la città, nel 740, fosse quasi distrutta e priva di abitanti ed è difficile immaginare come, in una sessantina d’anni la situazione fosse migliorata.

Nell’830 altri pirati saraceni avevano devastato le aree abitate della campagna romana, giungendo fino alle basiliche di San Pietro e San Paolo e penetrando fino a Subiaco dove vennero distrutti l’abitato e il Monastero. Nel frattempo, in una ventina d’anni da quell’impresa, i rapporti tra arabi e ducati della Langobardia Minor si rafforzarono: i primi avevano bisogno di utilizzare senza grossi problemi i porti del sud Italia, sia per i commerci, sia come basi per i raid contro i bizantini, i secondi di mercenari a basso prezzo da impiegare nelle loro complesse e intricate faide. Ad accendere il fuoco alle polveri furono le vicende del ducato di Napoli, che non sfigurerebbero ne Il Trono di Spade

Andrea, suocero del legittimo duca Leone, ne settembre dell’834, organizzò un colpo di stato contro il genero, usurpandone il trono. In più cessò di pagare il tradizionale tributo al principe Sicardo di Benevento, il quale, poco gradendo la decisione, assediò Napoli dal maggio al luglio dell’835, ma infine raggiunse un accordo di pace con Andrea. Il quale, però applicò immediatamente il principio del passata la festa, gabbato il santo, ossia, appena il primo soldato beneventano scomparì oltre l’orizzonte, si guardò bene dal pagare il dovuto.

Così, nell’836, Sicardo, assai alternato, riprese le armi: dato che i suoi sudditi erano assai poco entusiasti di combattere per la sua causa, Andrea decise di arruolare un contingente di mercenari arabi: i quali onorarono con professionalità e impegno tale contratto, tanto che il 4 luglio fu firmata una tregua il cosiddetto Pactum Sicardi, con Sicardo e il Ducato di Amalfi e Sorrento. Tregua che durò assai poco, tanto che la pace fu raggiunta solo nell’839, con la morte dello stessoSicardo.

Per cui, Andrea si trovò il problema di cosa diavolo fare dei suoi mercenari, tanto efficienti, quanto esosi… Risolse il tutto spedendoli a saccheggiare i territori bizantini, i quali, terminata la guerra con i longobardi, si erano ricordati di come Napoli fosse, in linea teorica, un loro dominio, tanto da richiedere al duca uno sproposito di tasse arretrate. Nel 838, gli ex mercenari napoletani occuparono Brindisi, per poi tentare di saccheggiare Taranto, dove furono presi a randellate in capo dagli islamici che vi si erano stabiliti, in maniera abbastanza pacifica, qualche anno prima.

Nel’estate del 846, mentre si svolgevano le complesse vicende di Abu Maʿshar a Benevento e di Khalfun a Bari,una flotta araba, sempre in combutta con i duchi napoletani, che volevano punire una città ribelle, partì alla volta di Gaeta e vi pose l’assedio, insediandosi probabilmente presso l’attuale Ausonia (località ad duos leones secondo le fonti cristiane) seminando terrore per tutta la via Appia. Nel frattempo, però, Sergio I di Napoli, alleato con Sorrento e Amalfi, decise di imporre il monopolio partenopeo nel commercio nel medio Tirreno. Per far questo, conquistò Ponza, dove si erano stabiliti dei pirati arabi e mise a ferro e fuoco le ribat del Cilento, sconfiggendo la loro flotta nei pressi di Punta Licosa.

Come rappresaglia, partì da Balarm una flotta, con a bordo 10.000 uomini e 500 cavalieri, che sbagliando strada o avendo paura dei napoletani, sbarcò a Ostia e, dopo avere vinto alcuni scontri fortunati, risalì, via fiume e via terra, il Tevere, tentando il colpaccio di conquistare Roma, ma vengono respinti dopo un paio di sanguinosi assalti alle Mura Aureliane.

Non volendo tornare a mani vuote, decisero di saccheggiare le basiliche di San Pietro e di San Paolo. La prima, nonostante la difesa eroica di Sassoni, Frisoni e Franchi, militiae rispettivamente di tre scholae di pellegrini, che erano di stanza nelle strutture destinate alla loro accoglienza nei pressi proprio del colle Vaticano, fu saccheggiata; i soldati rubarono i’antica croce d’oro innalzata sulla tomba dell’apostolo, la mensa di argento donata da Carlo Magno, le porte bronzee con preziose lamine d’argento, le rifiniture in oro che rivestivano il pavimento del confessionale.

Impresa che destò lo sgomento dell’Europa dell’epoca: così scrisse Prudenzio di Troyes

Nel mese di agosto 846, i saraceni e i mauri investirono Roma devastando la basilica del beato Pietro principe degli Apostoli, asportando insieme all’altare che sovrastava la sua tomba tutti gli ornamenti e i tesori. Alcuni duchi dell’imperatore Lotario furono empiamente tagliati a pezzi

Nella basilica di San Paolo, andò loro peggio, dato che furono sorpresi e messi in fuga da una sortita delle milizie romane: al seguito di tale smacco e carichi di bottino, questo contingente, temendo l’arrivo delle truppe spoletine, decisero di dare man forte ai loro correligionari impegnati nell’assedio di Gaeta, percorrendo l’Appia e saccheggiando Terracina, Fondi e Itri. Intanto a Gaeta, vista la malaparata, fu deciso di riconoscere di nuovo la supremazia di Napoli, i cui duchi, ottenuto questo risultato, si rivoltarono contro i loro precedenti alleati, arruolando il buon Abu Maʿshar, per spedirlo a
soccorso dei nuovi sudditi.

Per cui, i musulmani per evitare guai peggiori, si ritirarono nel Cassinate, dove si trovarono presto a corto di rifornimenti; per evitare di morire di fame, tentarono di imbarcarsi per la Sicilia, ma a causa del maltempo, furono, dopo parecchie peripezie a chiedere asilo, dopo un esoso tributo, alla stessa Gaeta.

Nell’849, mentre Khalfun a Bari proclamava il suo decreto di tolleranza religiosa, il cui incipit era

Nel nome di Dio, clemente e misericordioso. Questa è la protezione concessa dal servo di Dio, Omar, Principe dei Credenti, agli abitanti di Aclia. A tutti senza distinzioni, o malati o sani, egli garantisce la protezione per loro stessi, per i loro beni, per le loro chiese, per i loro crocefissi e per tutto ciò che riguarda il loro culto… Non saranno maltrattati per causa della loro fede, né alcuno fra essi sarà danneggiato.

Le truppe arabe tentarono il loro nuovo raid contro Roma; ma stavolta, tanto aveva fatto il papa Leone IV, che la loro flotta si trovò davanti, al largo di Ostia, quella di Gaeta, Amalfi, Napoli e Sorrento. Seguì un’aspra battaglia, in cui le navi arabe, complice anche un’improvvisa tempesta, furono decimate. Negli anni successivi, però, l’alleanza, prima commerciale e poi politica, tra Napoli e Balarm si riconsolidò: gli arabi trovarono nel porto partenopeo uno scalo sicuro ed uno sbocco verso l’interno, mentre i napoletani si giovavano dei servigi saraceni per difendersi dai nemici e dai vicini scomodi.

Così, nel giugno 868 partì da Balarm una nuova flotta per porre l’assedio a Gaeta, che si era di nuovo ribellata a Napoli. Dopo aver devastato il territorio del ducato, pur non essendo riuscita ad occupare il porto, soddisfatta, si ritirò, per vendere il bottino nei mercati della città partenopea. Le cose sembrarono cambiare a seguito della discesa dell’Imperatore Ludovico II, impegnato nel suo duello mortale con l’emirato di Bari; dopo la vittoria su Sawdan, però, l’imperatore tentò di affermare la sua autorità sugli inquieti ducati meridionali, questi si ribellarono, lo fecero prigioniero e si allearono di nuovo con
gli islamici di Puglia e Calabria.

Questi però, poco fidandosi dei Longobardi, tentarono l’assedio a Salerno e puntarono verso Capua: per cui, i ducati, a malincuore, liberarono Lotario, il quale, invece di bruciare a fuoco lento i suoi infidi sudditi, li difese, costringendo alla fuga gli arabi. Nell’875, le truppe arabe di Taranto intrapresero una nuova serie di raid in Campania (tra Sorrento e Salerno) e in tutto il Lazio (Fondi, Tivoli, dintorni di Roma).

Nell’880, però avvenne un nuovo colpo di scena, con la controffensiva bizantina, che portò alla riconquista dei territori islamici in Puglia e Calabria; i ducati meridionali, temendo di essere i successivi obiettivi di Costantinopoli, rafforzarono così la loro alleanza con i signori della guerra arabi rimasti in giro per il Sud, fornendo loro delle basi operative. Nell’881, Napoli concesse loro Agropoli e Benevento Sepino.

Nell’881 l’ipata di Gaeta Docibile, per difendersi dalle incursioni dei duchi di Capua — ai quali la Chiesa, proprio per danneggiare Gaeta, aveva concesso i suoi territori di Fondi e Traetto (oggi Minturno) — invocò l’aiuto degli arabi stanziati ad Agropoli. Essi sbarcarono presso Fondi e la occuparono, dopodiché si stabilirono presso Formia, ormai spopolata. Il saccheggio del monastero di San Vincenzo al Volturno, nell’ottobre dell’881, fu probabilmente opera di questo gruppo. In seguito alle pressioni del papa, e avute in cambio le città di Fondi e Traetto, Docibile fece stanziare l’esercito saraceno al
confine meridionale del suo ducato, ossia sulla sponda destra del Garigliano. Di qui gli arabi si diedero alle consuete scorrerie: il 4 settembre dell’883 saccheggiarono l’abbazia di Montecassino, qualche mese dopo puntarono su Fondi e Terracina, poi costrinsero Anagni a pagar loro un tributo, infine depredarono Veroli.

Così nacque la Ribat di Traetto, così descritta da Michele Amari, benché non ne siano rimaste tracce visibili

Il campo del Garigliano cominciava a prendere aspetto di città: aveanlo rafforzato di ripari e torri; vi teneano le donne, i figliuoli, i prigioni, il bottino. I gioghi del vicin colle, eran cittadella nel pericolo estremo. Il breve tronco del fiume, navigabile a barche, rendea comoda la stanza e agevoli gli aiuti..

Nel 903 un tentativo di eliminare tale colonia musulmana fallì miseramente, come pure nel 908, quando Atenolfo I, principe di Capua effettuò un nuovo tentativo dopo aver ottenuto l’alleanza di Napoletani e Amalfitani. Dal Traetto i musulmani si mossero in armi in tutte le contrade vicine, spingendosi fino all’Adriatico sotto la guida di un non meglio identificato Alliku, venendo però sconfitti da Landolfo I di Benevento, figlio di Atenolfo I, a Siponto e a Canosa.

Ciò non impedì loro nuove e distruttive incursioni a Venosa, Frigento, Taurasi, Avellino e al contado di Benevento per poi puntare su Farfa, Nepi, Orte e Narni, nelle quali si stanziarono. La presenza dei musulmani nel contado di Roma, fu talmente pregnante, che il buon Liutprando definì l’area come fosse addirittura divisa a metà fra i Romani e i musulmani

Per sfortuna degli abitanti di Traetto, questi si dovettero confrontare con un terribile vecchio, testardo e dal pessimo carattere, papa Giovanni X, che organizzò una lega comprendente Landolfo I di Benevento e suo fratello Atenolfo II, Guaimario II di Salerno, Gregorio IV di Napoli e suo figlio Giovanni, Giovanni I di Gaeta e suo figlio Docibile. Rispose all’appello del Papa anche il marchese del Friuli Berengario, a quel tempo Re d’Italia, che inviò delle forze di supporto da Spoleto e dalle Marche, guidate da Alberico I, duca di Spoleto e Camerino suo protospatario. L’Impero romano d’Oriente contribuì
inviando un forte contingente dalla Calabria e dalla Puglia, sotto lo strategos di Bari Niccolò Picingli. Giovanni X in persona guidava le sue truppe provenienti dal Lazio e dalla Toscana.

Giovanni X in persona guidava le sue truppe provenienti dal Lazio e dalla Toscana. Furono stabiliti gli accordi per la strategia da seguire in battaglia e per le successive spartizioni e si procedette al giuramento:

“Noi vi promettiamo di non aver mai pace con essi, finché non li abbiamo sterminati da tutta Italia. Di nuovo promettiamo a voi tutti soprascritti per Cristo Signore e pei meriti dei Santi e per tutti i sacramenti della fede che con tutte le forze e in ogni modo noi combatteremo i Saraceni e cercheremo di sterminarli e che d’ora innanzi non abbiamo e non avremo pace con essi in alcun modo”.

Il primo obiettivo degli alleati, fu cacciare gli arabi dalla Sabina e dal Lazio del Nord. Nella Cronaca di Benedetto di Sant’Andrea del Soratte si legge

Nello stesso tempo si mossero Akiprando di Rieti e molti altri Longobardi e Sabini, preparandosi a combattere contro i Saraceni, che si trovavano tra le mura di una città distrutta dal tempo, di nome Trebula. Vennero a battaglia e per grazia di San Pietro uccisero i Saraceni. Vi fu un altro scontro fra quelli di Nepi e di Sutri contro i Saraceni nella Valle di Baccano e molti Saraceni vennero uccisi o feriti

dove Trebula dovrebbe essere la nostra Monteleone Sabino; poi nel giugno 915, cominciò l’assedio di Traetto, che durò circa tre mesi e si concluse con la vittoria della lega cristiana. I ghazi sconfitti probabilmente tornarono in Sicilia. La tradizione locale che afferma di come invece fondassero i borghi laziali di Saracinesco e Ciciliano, è forse infondata.

Per Saracinesco, il primo documento che ne parla, del 21 luglio 1005,il Privilegio di Papa Giovanni XVIII, con il quale si confermano i possedimenti dell’Abbazia di Subiaco, si nomina anche il “Monte in integro qui vocatur Serracinesco”, con tutte le adiacenze e pertinenze, da l’idea di un falso somigliante, dato che all’epoca serracinescum indicava un luogo fortificato, mentre per Ciciliano sappiamo come nacque nel 1130 con un sorta di sinecismo di tanti villaggi locali, che non volevano più sottostare alla tirannie dei tiburtini…

Il falò della verità

 

Era una sera milanese di mezza primavera, di quelle in cui le giornate diventano sempre più lunghe, ma in cui afa e zanzare non avevano cominciato a perseguitare gli sfortunati abitanti del Naviglio. Jenny, la mia vicina di casa, quella che faceva la toletta a spese di babbioni meneghini dal ricco conto in banca, mi aveva trascinato, spacciandomi come al solito per cugino, in un party in loft in zona Porta Romana, abitato da un presunto grande architetto.

Mentre mi annoiavo con dignità, comparsa, alquanto inutile, in un teatrino che non avrebbe sfigurato ne La Grande Bellezza, il proprietario, tutto impettito, annunciò la grande attrazione della serata: un gruppo di musicisti alternativi, provenienti da uno dei più trasgressivi centri sociali milanesi… Fingendo un’adeguata curiosità, mi allontanai dal buffet, per spostarmi sul terrazzo.

Li mi trovai davanti, con aria alquanto sconsolata, il fuoricorso di Architettura che abitava al terzo piano del mio palazzo, che si divertiva a suonare, neppure tanto bene, i bonghi, accompagnato da un tizio con un ukelele, che ogni tanto mi scroccava una birra, divertendosi con le storie assurde della sua famiglia e uno con il sax, che ogni tanto incrociavo alla gelateria Orsi.

I tre, trovandosi davanti un volto amico, corsero a salutarmi, tra lo stupore dei presenti: Jenny non perse l’occasione per il suo solito spettacolo

“Mio cugino è uno dei principali esponenti dell’antagonismo milanese: è stato pure un Chiapas, nell’EZLN… E’ un caro amico del subcomandante Marcos !”

Nel mondo reale, ci avrebbero riso in faccia e cacciati a pedati: ma in quella strana, distorta realtà alto borghese, mi ritrovai trasfigurato in una sorta di piccolo Lenin di Conchetta, dispensatore di massime oracolari sul marxismo e sull’anarchia, tutte accompagnate dalla musica suonata dai miei conoscenti, che storpiavano senza ritegno Iannacci e Gaber.

Jenny, intanto, come una farfalla, si spostava da una capannello all’altro: le poche volte che mi capitava vicino, mi sussurrava

Radical chic an Mau-mauing the Flak Catchers…

Confesso, che per capire la citazione, dovetti consultare Google il giorno dopo… Tornando a casa, ci fermammo a bere il bicchiere della staffa in un baretto, nei pressi di Sadler. Mentre il proprietario ci guardava assonnato, Jenny, dopo aver criticato la mia vita, il mio lavoro e le mie abitudini, se ne uscì con un

“Stai sprecando la tua vita… Potresti essere il Tom Wolfe italiano, hai la stessa linguaccia”

Alzai le spalle

“Lui ha stile”.

Mi sorrise

“Anche tu, ma non vuoi accettarlo”.

“Sei ubriaca…”.

Dopo l’ennesimo brindisi, il barista ci cacciò a pedate. Passeggiammo in silenzio lungo via Ascanio Sforza, guardando distratti il Naviglio Pavese. All’altezza del barcone de Le Scimmie, Jenny sbadigliò, in modo da fare invidia a un ippopotamo, poi attaccò a ridere senza ritegno…

“Chissà come morirà Tom Wolfe… Litigando con il prossimo o scrivendo, vestito di bianco…”.

Avrei voluto uscirmene con un cosa diavolo stai pensando oppure prenderla in giro, invece, chissà perché, me uscii con

“Solo. Come tutti…”.

Rimediando così un suo cazzotto sulla testa…

Ora, non so chi ha avuto ragione, tra me e Jenny e a dire il vero, neppure mi importa… Però, mi spiace che Tom se sia andato… Mi mancherà la sua elegante cattiveria, con cui smascherava le nostre deboli ipocrisie, e i suoi fuochi d’artificio verbali, che ce lo facevano amare, nonostante tutto..

Il samurai esquilino ?

samurai

Giovanni Rorutesu, chi era costui ? Difficile a dirsi, visto che è il protagonista di un piccolo mistero che dura da più di un secolo. Nel 1904, infatti, l’erudito giapponese Shujirou Watanabe, scartabellando nell’archivio del Ministero degli Esteri giapponesi, si trovò davanti una breve nota, in cui si raccontava come il daimyō cristiano Gamou Ujisato avesse spedito un’ambasciata nella Roma pontificia.

Convinto di avere trovato un precedente della più nota ambasciata Tenshō, Watanabe decise di studiare i documenti lasciati da tale feudatario, nella speranza di trovare qualche notizia più precisa su tale missione diplomatica; nell’agosto del 1904, si trovò per caso davanti una cronaca di corte, il Goyuuhitsu-Nikki, scritta nel scritto nel 1642 da Gozaemon Ohno.

Dato che risaliva a una data posteriore a quella dell’ambasciata, Watanabe non la degno di uno sguardo: la leggenda racconta che nel rimettere a posto il libro, questo gli cadde dalle mani, aprendosi in una pagina in cui si citava l’esistenza di un vassallo italiano di Ujisato chiamato Katsunari Yamashina.

Fu facile per Watanabe fare uno più uno e attribuire la guida della missione diplomatica a tale italiano; poi rese nota la cosa al grande pubblico nel settembre 1904, tramite il saggio “Fonti e teorie dell’inviato di Gamou Ujisato venuto da Roma”  pubblicato in una rivista taiyou.

Nel continuare le ricerche, Watanabe si imbatté in un altro documento, di cui abbiamo perduto le tracce, in cui si affermava come l’italiano fosse chiamato Rortes o Roltes. A fine anni Trenta, la notizia fu resa nota dal figlio di Watanabe, ma nessuno gli diede molto credito, dato che la cosa sembrava un’invenzione propagandistica per rafforzare l’alleanza tra Tokio e Roma.

Però, nel 1949, fu trovata una lettera, icritta il 5 ottobre 1577 da Gamou Ujisato e inviata a Kanuemon Sotoike, in cui si diceva

Un uomo di nome Roltes ha detto di essere venuto da Roma e vuole essere assunto come servitore

Partendo da questi pochi dati, la fantasia giapponese cominciò a galoppare: a Roltes fu attribuito il nome di Giovanni, il fatto che fosse un ex Ospitaliere, ossia un cavaliere di Malta, che fosse giunto in Giappone al seguito del missionario gesuita Organtino Gnecchi Soldo.

Che fosse accettato al servizio di Gamou Ujisato dopo avere vinto a duello 5 tra i più valenti samurai del nobile giapponese, che fosse un valente armaiolo, un esperto nella geografia, nell’astronomia e nella strategia militare e che combattesse nella battaglia di Komaki e Kaganoi.

In questa biografia gli fu attribuito il viaggio in Italia, a Roma, come messaggero sotto il comando di Ujisato il 13 maggio 1584 sia per incontrare il Papa che acquistare armi e un importante ruolo di comando nella campagna di Kyushu e Odawara.

Tutto bello, affascinante, ma con un grosso problema: tutte queste supposizioni, sono in conflitto con quanto sappiamo dalle fonti occidentali. Dagli elenchi dei cavalieri di Malta, allo stato attuale non risulta nessun Roltes, non viene citato nelle numerosi biografie di Organtino Gnecchi Soldo e nelle altre opere dei gesuiti riferite al Giappone e il suo viaggio a Roma è risultato pressoché inosservato alla burocrazia pontificia.

Il frammento di Odowara, in cui bella grafia ed elegante latino, un Iohannes cita San Giovanni Ospitaliero e Piazza Cimbra, potrebbe anche essere un falso novecentesco.

Per cui, ridotta all’osso, possiamo solo dire che un avventuriero romano, che forse aveva a che fare con l’Esquilino, nella seconda metà del Cinquecento, capitò chissà come in Giappone, dove si guadagnò da vivere al servizio di un nobile locale. Il resto, fumetti compresi, sono figli della fantasia… Ma i racconti, si sa, sono assai più forti e duraturi delle cose…

Lo sguardo oltre la siepe

Nei giorni in cui bivaccavo a scuola, il professore di Storia dell’Arte, un sant’uomo, sotto tanti punti di vista, quando affrontava i Vedutisti e Canaletto, cominciava, citando l’Argan, a parlare di una pittura impegnata nella ricerca dell’Oggettivo, figlia di un Illuminismo impegnato a mettere in chiaro le strutture e il funzionamento sia della Realtà, sia della Mente.

Dopo avere visitato la sua mostra a Palazzo Braschi, però, non sono tanto più convinto di tale tesi: Canaletto nasce da una famiglia di scenografi, anche parecchio quotati; sin da ragazzo, infatti, comincia a collaborare con il padre e il fratello e le prime commissioni, nel 1716, riguardano la realizzazione dei fondali per alcune opere di Antonio Vivaldi nei teatri veneziani e tra il 1718 e il 1720 il giovane si trasferisce, insieme a Bernardo e a Cristoforo, a Roma per realizzare le scene di due drammi teatrali di Alessandro Scarlatti.

Questa esperienza formativa condiziona di certo il suo approccio alla pittura: lo scenografo infatti non vuole riprodurre la realtà, ma reinterpretarla, in funzione sia della narrrazione scenica, sia per stupire lo spettatore, tenendo alta la sua attenzione.

E questa forma mentis rimase a Canaletto anche dopo il 1719, quando, così racconta lo Zanetti e egli “scomunicò solennemente il teatro” spintovi “dalla indiscretezza de’ Poeti drammatici”, e “si diede a dipingere vedute dal naturale”. Insomma, litigò con qualche librettista o qualche direttore di teatro, per motivi non chiari, magari assai banali, e per guadagnare la pagnotta, decise di dedicarsi alla pittura di paesaggio, che grazie al sempre maggior arrivo in Italia di ricchi turisti del Nord Europa, interessati a riportarsi a casa qualche ricordo del Bel Paese, stava diventando sempre più economicamente conveniente.

Canaletto comincia a dedicarsi a tale genere, applicandovi i suoi ferri del mestiere: chiaroscuri drammatici, lampi di luce, macchie di colore, il tutto per colpire l’immaginazione dello spettatore. In più, si dedica a capricci architettonici, che, visti con una sensibilità contemporanea, danno proprio l’idea di visioni post apocalittiche, con quelli enormi rovine, quasi sommerse dalla vegetazione, alla cui ombra si muove un’umanità derelitta.

Questa visione espressionista del paesaggio, forse frutto anche dell’influenza del Codazzi, ha però poco successo nel mercato romano, dove domina la pacatezza visiva, lei sì legata all’esatto dato ottico, di Gaspar Adriaensz van Wittel, il papà dell’architetto Luigi, il progettista della Reggia di Caserta. Lo stesso problema ebbe a Venezia, in cui il mercato era dominato da Luca Carlevarijs; sia Vanvitelli, sia Carlevarijs usavano a supporto dei loro dipinti la camera ottica.

Van Wittel, da buon ingegnere olandese la utilizza come strumento di selezione della Realtà. per sezionarla in diverse visioni, da cui scegliere quella che risulta più piacevole e razionale all’occhio dello spettatore, il tutto arricchito con un linguaggio pittorico che unisce la veduta minima lenticolare olandese con il senso di misura della pittura italiana. Carlevarijs invece la sfrutta per rappresentare Venezia come se fosse riflessa in uno specchio, in cui si fondono realtà e sogno.

Per cui, per non rimanere fuori dai giochi, Canaletto decide di adottare anche lui la camera ottica, ma lo fa da scenografo, come strumento per stupire e illudere lo spettatore. Ottiene ciò adottando una serie di artifici “retorici” come:

  • collocare il punto di vista in posizione rialzata rispetto all’occhio oppure in luoghi poco accessibili alle persone (il terrazzo di un palazzo, una barca in un canale o altro);
  • produrre delle viste grandangolari rappresentando la scena al di là del suo naturale quadro prospettico, conferendo così un’ampiezza particolare alla rappresentazione.

Per fare questo, con la camera ottica, schizzava due o più visioni di uno stesso paesaggio, ognuno con una prospettiva lievemente diversa; successivamente, in studio, provvedeva a raccordarli tra loro, in modo da correggere gli effetti di distorsione ottica, che sarebbero stati analoghi a quelli che si hanno in fotografia, quando si scatta con obiettivi fisheye.

Sempre in studio, per dare vivacità alla composizioni, Canaletto aggiungeva le figure umane, per poi completate il tutto con un ultimo passaggio all’aperto, per cogliere gli effetti di luce e di atmosfera, in modo da cogliere la magica sospensione dell’attimo che fugge-

Questo approccio, che gli permetteva di trasfigurare il banale in poesia e il quotidiano in spettacolo, spiazzando lo spettatore, visto che, moltiplicando e rendendo impossibile definire un unico punto di figura, ne comprometteva la comprensione razionale dello Spazio e del Mondo, fu di fatto la causa del successo commerciale del Canaletto, che per soddisfare le numerose commissioni,dovette da una parte mettere su una bottega, con collaboratori e assistenti che operavano in una sorta di catena di montaggio, dall’altra specie durante il soggiorno inglese, modificare il suo stile.

Le figure si riducono a macchie, tratti e svirgolature, le lumeggiature sono rese con semplici tocchi di bianco, quasi a testimoniare la rapidità di esecuzione, quasi impressionista, dato che fa meno della fase in studio, per comprimere i tempi di realizzazione, e i suoi colori diventano più freddi, grazie all’approfondimento della conoscenza dei paesaggisti fiamminghi.

Cambio di stile che lasciò perplessi i suoi committenti londinesi, tanto che qualcuno, dato anche il giro di falsi che si stava ampliando, lo accusò di essere un impostore, che sfruttava la fame del vero pittore, rimasto in panciolle a Venezia. L’artista prese la cosa tanto seriamente da inserire, nel luglio 1749, un avviso su un giornale per annunziare la pubblica esposizione di un suo dipinto, St. James Park (non rintracciato), quasi volesse proclamare la propria buona fede. Il 30 luglio 1751 (sul Daily Advertiser), forse temendo che le voci calunniose non si fossero ancora del tutto spente, egli annunciava di nuovo l’esposizione di un dipinto, Chelsea e Ranelagh sul Tamigi.

Tornato a Venezia, libero da preoccupazioni economiche, Canaletto dedicarsi ai Capricci che tanto amava, per ricreare una Realtà, che oggi chiameremmo virtuale, più ampia e profonda di quella con cui ci confrontiamo nel nostro quotidiano. Uno sguardo oltre la siepe dell’apparenza, per affermare il primato della Fantasia sull’Imitazione..

Dell’Arte e altri incantesimi

 

Giornata dedicata all’arte, oggi… Cominciata presto, con la visita alla mostra Ibi a Piazza Vittorio, presso il Mercato Esquilino, la protagonista del documentario di Andrea Segre: una donna che ha anche fatto  degli sbagli nella vita, ma che si è riscattata con l’impegno civile e con l’amore per l’Arte.

Una storia di riscatto, una volta si sarebbe usata la parola redenzione, e un segnale forte per l’Esquilino, dove fa sempre più comodo scaricare le colpe di problemi annosi sugli ultimi, alimentando paura e sospetti…

Qualche amico, anche a ragione, si è lamentato dell’allestimento della mostra, che non valorizzerebbe al meglio le opere di Ibi. Secondo me, questo è guardare il dito, invece che la Luna. La mostra, più che un valore estetico, senza dubbio presente e importante, ne ha uno etico.

Ribadire il ruolo che il Mercato, sin dalle sue origini, ha avuto: quello di laboratorio di integrazione e dialogo, in cui, tra i problemi e le difficoltà di ogni giorno, si costruisce la Roma del futuro.

Questo non solo vendendo e acquistando vestiti e cibarie, ma scambiandosi storie ed esperienze e creando, tramite l’Arte, un linguaggio e un’identità comune; come Le danze di Piazza Vittorio in questi anni, abbiamo lanciato un progetto di collaborazione con Mercato, per trasformarlo, senza tradire la sua natura viva, caotica e popolare, in un polo di sperimentazione artistica e culturale.

Che altri ci stia imitando e seguendo su questa strada, non può che farci piacere.

Seconda tappa, la Fondazione Cerasi a Palazzo Merulana. Poco si può dire, se non tanto di cappello… Il restauro dell’ex Ufficio d’Igiene è stato ben fatto, le opere scelte e allestite con cura, in modo da immergere il visitatore in un Novecento onirico, che dietro l’apparente figurazione nasconde simboli e poesie.

La sfida vera sarà non rendere il tutto una cattedrale nel deserto: perché un museo vive e prospera solo se non è un corpo estraneo al tessuto sociale in cui si inserisce, dialogando con il territorio e le sue infinite realtà.

I curatori del nuovo museo si sono espressi più volte in questo senso… Mi auguro con tutto il cuore che ai buoni propositi seguano fatti concreti.

 

L’ultima tappa è alla tanto agognata fermata della metro C a San Giovanni: premesso che, al di là della propaganda dell’amministrazione, che ci sta tutta, non è che sia nulla di particolare dal punto di vista estetico e soprattutto è ben lungi dall’essere un museo, l’importante è che finalmente sia operativa.

E che i Cinque Stelle,.che negli anni passati tanto hanno fatto per affossare quest’opera, compresa la nostra sindaca, che oggi ne va tanto fiera, abbiano cambiato finalmente idea…