Istituto Nazionale per la Grafica

roma-palazzo-poli-fontana-di-trevi

E’ sempre un’emozione visitare Palazzo Poli, il luogo dove vivono, sognano, sperano e si arrabbiano i personaggi dei miei romanzi. Già la sua storia vera è alquanto affascinante: il nucleo più antico, con fronte su piazza di Ceri, terminato nei primi anni del XVII secolo, fu commissionato dal duca di Ceri, che nel 1566 aveva acquistato il palazzo Del Monte ubicato in quell’area. L’incarico di costruire il nuovo edificio, inglobando anche proprietà vicine, fu dato all’architetto Martino Longhi, il vecchio e, alla sua morte, a Ottaviano Mascherino.

Dopo ulteriori ingrandimenti effettuati dalla famiglia Borromeo, eredi della proprietà Ceri, il palazzo fu acquistato nel 1678 da Lucrezia Colonna, poi sposa di Giuseppe Lotario Conti, duca di Poli, da cui il nome del palazzo, il quale ritrovandosi il fratello Michelangelo papa, Innocenzo XIII, personaggio pieno di contraddizioni, che qualcuno si ostina a volere beatificare, tanto conservatore in maniera religiosa, tanto amante delle Arti e della Scienza, doveva trovarsi una casa degna di tale rango

Per cui ampliò l’edificio, comprando il palazzetto già Schiavo dei Carpegna e la casa dell’Arte della Lana, già Vitelleschi. Stefano Conti, figlio di Giuseppe Lotario, compì i lavori di ristrutturazione delle nuove parti inglobate, estendendo il palazzo ai definitivi confini, fino alla piazza di Trevi, fra il 1728 e il 1730, poco prima dell’inizio dei lavori per la nuova fontana del Salvi, nel 1732.

Nella storia vera, Nel 1808, alla morte di Michelangelo Conti, senza figli, il palazzo passò alla nipote Geltrude, sposa di Francesco Sforza Cesarini, il quale già nel 1812 lo vendette a Luigi Boncompagni Ludovisi. Dopo poco più di 70 anni, la proprietà fu venduta ai costruttori Belloni, Basevi e Vitali, che stravolsero la parte più antica dell’antico palazzo Ceri, già parzialmente distrutta per i lavori di via del Tritone.

Nel 1888 il Comune di Roma espropriò la porzione ancora integra del palazzo Poli per salvaguardare la fontana e l’edificio fu destinato ad ospitare uffici, inizialmente della Sezione del Tribunale Civile, poi dalla Provincia fu affittato per gli uffici degli Ispettori Catastali. L’edificio fu sede di logge massoniche, del consolato inglese e, dal 1857 al 1885, del Collegio Poli, nota scuola francese (frequentata anche da Trilussa) che si trovava al primo piano dell’ala demolita e che dovette quindi trasferirsi nell’attuale sede fra via San Sebastianello e via Alibert, con la nuova denominazione di Istituto San Giuseppe.

Nel 1939 l’edificio fu ceduto a privati come pagamento per la costruzione, per conto del Governatorato, di nuovi uffici sulla via del Mare, finché nel nel 1978 dallo Stato, esercitando il diritto di prelazione, dall’Istituto di San Paolo di Torino, proprio per unificare, anche negli spazi, la Calcografia Nazionale e il Gabinetto Nazionale delle Stampe, creando l’Istituto Nazionale per la Grafica

Nel mio mondo immaginario, Michelangelo, nonno del Principe Padre, ha un figlio, Appio, scavezzacollo, filo giacobino e ribelle, che per sfuggire alle ire del padre, assai codino, prima si trasferirà in Egitto, dove avrà a che fare con Belzoni e Drovetti, per poi fuggire in India, dove, dopo qualche disavventura con Paolo Avitabile e Rubino Ventura, sposerà, al posto di Solaroli, la nipote della begum Sumroo, diventando ricchissimo

Torquato, il Principe Padre, invece di mangiarsi tutto, come tradizione di famiglia, impiegherà l’immensa fortuna, per creare il suo impero commerciale e industriale: mi piace così immaginare le discussioni tra Michelangelo, Gogol e Belli, tra le sale di Palazzo Poli, oppure come possa, in questo mondo, variare la storia della Sala Dantesca.

Questa fu costruita sempre da Stefano Conti,per ospitare la preziosa biblioteca di famiglia, fu poi utilizzata dai suoi discendenti come salone per le feste. Nei primi anni dell’Ottocento vi aveva allestito il suo studio il pittore Francesco Manno. La denominazione storica della sala ricorda l’iniziativa del cavaliere Romualdo Gentilucci, che fra il 1865 e il 1866 affittò e ristrutturò questo ambiente per ospitare le
ventisette grandi tele costituenti la Galleria Dantesca, tele da lui commissionate a famosi pittori del tempo, tratte dai disegni di Filippo Bigioli. Questi dipinti, di enormi dimensioni, di quattro metri per sei metri, venivano mostrati alternativamente al pubblico con speciali meccanismi e giochi di luci. Per l’inaugurazione della sala fu eseguita la Sinfonia Dantesca di Liszt per grande orchestra e cori, furono
declamati un erudito discorso e nuovi versi composti su ispirazione delle scene della Divina Commedia illustrate. Magari nel mio nondo, potrà essere il frutto della megalomania di Appio Conti….

Tornando alla realtà, nonostante le sue stranezze, due ingressi, con orari differenti, dello stesso spazio museale per mantenere la distinzione tra i suoi antenati, il Gabinetto Nazionale delle Stampe e la Calcografia Nazionale non è mica una cosa tanto normale, anche perchè, paradossalmente, entrambi hanno la stessa origine,la passione collezionistica della famiglia Corsini, specie del cardinale Neri Maria (1685-1770), infaticabile raccoglitore per la biblioteca di famiglia di stampe e disegni, e di suo zio, papa Clemente XII (1730-1740) che nel 1738 fondò la Calcografia Camerale Romana, dopo aver acquisito la collezione di lastre della famosa stamperia de’ Rossi, su suggerimento del nipote Neri, allora cardinale camerlengo, l’Istituto Nazionale per la Grafica merita di essere visitato.

Da una parte vi è una splendida mostra di Francesco Casorati, un viaggio nel Novecento, tra informale, figurazione impegnata e visione immaginifica, che prende corpo in favolosi bestiari e vertiginosi labirinti grafici. Dall’altra la celebrazione della Litografia Bulla.

Per chi non lo sapesse, Inventata nel 1798 da Aloys Senefelder, la litografia è una tecnica di stampa da una matrice di pietra calcarea, che, sfruttando lo speciale trattamento chimico al quale la pietra viene sottoposta, permette di imprimervi un’immagine che può essere poi stampata in serie su carta o su altro supporto.

Pur essendo tradizionalmente annoverata fra le tecniche incisorie – con le quali condivide la difficoltà di dover disegnare un’immagine al rovescio rispetto a quella che sarà stampata – la litografia se ne distingue per essere una tecnica in piano: l’immagine stampata non deriva dal fatto che la matrice sia scavata – in incavo, come nel caso della calcografia, o in rilievo, come nel caso della xilografia – ma è il risultato dello speciale trattamento chimico-fisico al quale la pietra è sottoposta.

E i Bulla hanno fatto la storia di questa tecnica, sin dal 1818 a Parigi, dove Francesco, giunto dal Canton Ticino, stabilisce il primo stabilimento litografico in una delle strade più vivaci della capitale e dal 1840, quando il figlio Anselmo si trasferisce a Roma, aprendo la sua bottega in via del Vantaggio.

In tutto questo tempo, i Bulla ne hanno visti di artisti, da Giacomo Manzù a Giuseppe Capogrossi, Piero Dorazio, Cy Twombly e Massimo Campigli, da Jannis Kounellis a Mimmo Paladino, Luigi Ontani, Gianni Dessì, Enzo Cucchi e Jim Dine.

Insomma, uno spazio che arricchisce l’anima e ci avvicina alla Bellezza, con un piccolo neo, sottolineato anche dalle persone che vi lavorano, di una competenza, disponibilità e gentilezza straordinarie: la mancanza di libreria, in cui vendere i cataloghi delle splendide mostre e perché no, anche qualcuna delle stampe esposte

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...