Napoli bizantina

Santa Restituta, Napoli

Belisario in seguito riuscì a sottrarre ai Goti gran parte dell’Italia e a far prigioniero il loro re Vitige. Il nuovo re dei Goti, Totila, riuscì a ribaltare la situazione conquistando molte città tra cui Napoli difesa dal dux Conone nel 543. Totila e il suo successore Teia vennero infine sconfitti dal nuovo generale Bizantino Narsete nel 553, che riconquistò tutta l’Italia, tra cui Napoli, ponendo dunque fine alla guerra Gotica dopo 18 anni. Napoli ritornò sotto il dominio bizantino.

Inizialmente, l’amministrazione locale è divisa tra lo Iudex Campaniae, la massima autorità civile, il dux, il capo della guarnigione militare e il vescovo, l’autorità religiosa. Come a Roma, in cui rapidamente il vescovo comincia a sostituire il Praefectus Urbi nella gestione della città, lo Iudex Campaniae viene esautorato dall’autorità religiosa.

Poi, per i problemi bizantini nel gestire la pressione longobarda, in entrambi i casi le guarnigioni bizantine sono sostituite da milizie locali, che tendono a nominare in maniera autonoma i loro comandanti.

La differenza tra le due città è di fatto in chi paga gli stipendi: a Roma è il vescovo, che è titolare di ricche rendite fondiarie. A Napoli, invece sono le famiglie magnatizie locali, i capitali provengono sia dall’agricoltura, vista il loro accaparramento delle terre ecclesiastiche, dovuto al loro sequestro, poi alienazioni, conseguenti alla disputa sull’iconoclastia, sia dal commercio.

Per cui, se a Roma l’amministrazione civile si fonderà progressivamente con quella ecclesiastica, a Napoli invece, sarà sostituita da quella militare, che esautorerà il vescovo e che porterà alla nascita di una signoria dinastica.

Inoltre, se il vescovo di Roma, per il primato pietrino, gode di una legittimazione politica e dell’auctoritas, i capi locali napoletani dovranno sempre, in modo o nell’altro, essere soggetti al riconoscimento imperiale di Bisanzio, in un processo di conquista dell’autonomia lungo, complesso e contraddittorio.

Così nel VII secolo il Ducato comprendeva, oltre a Napoli, la ristretta area delle zone costiere (come le vicine Amalfi e Gaeta) che i Longobardi non erano riusciti a conquistare. Si estendeva nell’area dell’attuale città metropolitana di Napoli comprendendo, oltre la città, il vesuviano, la penisola sorrentina e l’isola di Capri, l’area flegrea e le isole d’Ischia e Procida, l’afragolese, i territori di Pomigliano d’Arco, Caivano, Sant’Antimo, Giugliano (fino al Lago di Patria), il nolano, oltre a zone dell’attuale provincia di Caserta come l’aversano.

La popolazione della capitale, Napoli, oscillava in quel periodo tra i trentamila ed i trentacinquemila abitanti. Il palazzo ducale era sito nell’antico quartiere del Nilo, fra l’attuale collina di Monterone e via Spaccanapoli. Il complesso era caratterizzato da cortili, porticati e giardini. Nel contempo, la città era ricchissima di monasteri erano per lo più cenobi di origine greca (retti da monaci basiliani) che trovavano allocazione sulle alture dell’interno o sulle isole ma anche in città, come quello che sorgeva nell’antico Oppidum Lucullianum, sulla collina del Monte Echia o sull’isoletta di Megaride, sebbene
non mancassero conventi in città come il monastero greco di San Sebastiano.

Nel 616, approfittando del caos creatosi nei domini bizantini in Italia a seguito dell’assassinio dell’esarca di Ravenna Giovanni I Lemigio, il duca bizantino di Napoli Giovanni Consino, proclamò la secessione dall’impero della città partenopea. Sconfitto in battaglia mentre tentava di sbarrare il passo all’esercito esarcale che marciava su Napoli lungo la via Appia e catturato dal nuovo esarca Eleuterio, fu messo a morte e giustiziato pubblicamente. Questo episodio contribuì ad accelerare il processo di formazione del ducato, conferendo progressivamente una sempre maggiore importanza alla figura del
duca, nelle cui mani nel 638 vennero accentrati tutti i poteri militari e civili. Il duca di Napoli, nominato dall’esarca di Ravenna, rimase a questi sottoposto fino alla caduta dell’esarcato (751), dopo la quale passò alle dipendenze dello stratego di Sicilia.

Nel 661, l’imperatore Costante II (641-668), contrariamente alla regola che voleva l’esarca di Ravenna unico deputato ad insignire dignità ducale, nominò duca il cittadino napoletano Basilio (661-666), che prestava servizio nell’esercito imperiale.

Nell’ VIII secolo il duca Stefano II (755-767), nei primi anni del suo mandato, mentre l’intera provincia italica era scossa dalla rivolta contro la politica iconoclasta della dinastia isaurica, si mantenne fedele al potere centrale in contrasto con il papato. Nel 761 impedì infatti l’accesso in città al vescovo Paolo II, nominato da papa Paolo I che si opponeva alla politica iconoclasta. Nel 763 riconobbe però l’autorità papale e consentì al vescovo di entrare in città. Nello stesso anno, in aperta opposizione alle direttive della politica imperiale, batté una moneta locale con l’effigie di San Gennaro, il patrono della città, al posto di quella dell’imperatore.

Stefano, in questa tentativo autonomista, cercò di fondare una sua dinastia: associò al potere prima il figlio Gregorio nel 767, e poi,deceduto quest’ultimo, il genero Teofilatto. Il tentativo fallì quando, alla morte del fondatore che nel frattempo era divenuto vescovo di Napoli, ai suoi successori non riuscì di mantenere la dignità ducale, sia per l’opposizione dell’autorità ecclesiastiche, sia per la maggior pressione saracena.

Nel 801 divenne dux di Napoli Antimo: sotto il suo dominio, la città tornò progressivamente nell’orbita bizantina. All’inizio del suo ducato, il patrizio di Sicilia Gregorio gli chiese il suo aiuto per respingere i pirati Saraceni che minacciavano le coste dell’isola, ma il duca si rifiutò, preferendo mantenere la sua neutralità.

Nell’812, Bisanzio inviò una flotta per combattere i pirati con l’aiuto delle altre principali città tirreniche come Gaeta e Amalfi; queste ultime, anche a causa del nuovo rifiuto opposto da Napoli a partecipare alla spedizione navale, ne approfittarono per dichiarare la loro indipendenza.

Alla sua morte, nell’818, mancando un successore designato e non mettendosi d’accordo sui potenziali candidati i nobili locali, chiesero aiuto al Patrizio di Sicilia, che nominò come governatore della città il magister militum Teoctisto,. Dopo tre anni, secondo l’usanza dell’amministrazione militare bizantina, l’ufficiale Teoctisto lasciò Napoli e al suo posto fu inviato un sostituto di nome Teodoro,prontamente cacciato dalla cittadinanza che innalzò al seggio ducale Stefano, un lontano parente della precedente dinastia ducale.

Di fatto, l’aristocrazia napoletana era ormai abituata a scegliere il proprio duca e non voleva che quello che era stato un evento isolato – l’invio di un magister militum esterno designato dal patrizio diSicilia – divenisse una consuetudine. Stefano rimase al potere per undicianni, pare, fino all’832, quando fu assassinato a seguito di una congiura, che sarebbe stata ordita dal principe beneventano Sicone,che in quel momento cingeva d’assedio Napoli. Alla morte di Stefano si aprì un periodo di torbidi che, un omicidio dietro l’altro, vide susseguirsi velocemente, nell’arco di otto anni, ben quattro
duchi: Bono, Leone, Andrea, Contardo.

Al termine di questo periodo di torbidi, la milizia compì il suo pronunciamento e nominò come dux, Sergio, comes di Cuma: il quale, per prima cosa, modificò l’architettura istituzionale del ducato, rendendo ufficialmente la sua carica ereditaria. Poi intraprese una complessa politica estera, basata sul principio del balance of Power. Per prima cosa, intervenne pesantemente nella politica interna dei longobardi, appoggiando la definitiva separazionela divisione del principato beneventano in due istituzioni indipendenti, una facente capo a Salerno,l’altra a Benevento.

Sergio negli anni successivi a tale divisione, istigherà la guerra civile tra i due stati, nell’ottica del dividi et impera; intorno all’850 si alleò con la bellicosa dinastia capuana, apertamente avversa ai signori di Salerno, dando in sposa la figlia a uno dei tanti discendenti di Landone, fornendogli poi l’appoggio per conquistare Salerno nell’851, per per poi cambiare subito idea e fornire il suo aiuto ad Ademario, il principe messo in fuga da Landone, per rientrare nei suoi domini

Poi, intraprese un complesso gioco diplomatico con i saraceni: da una parte, strinse una serie di accordi politici e commerciali con Balarm e una serie di alleanze militari con gli staterelli musulmani nati nel Sud Italia, dall’altra, combatté più volte contro le loro flotte. Nell’845 o 846, infatti, vi furono attacchi di pirati saraceni alle coste campane: è saccheggiata Ponza, forse Ischia, e Miseno distrutta.Probabilmente Sergio, a capo di una flotta di Napoletani, Amalfitani e Gaetani, riesce a contenere i danni e poi a contrattaccare, scacciando i musulmani dal loro insediamento nella parte meridionale del golfo di Salerno, a punta Licosa.

Infine, mantenne rapporti stretti, seppur ambivalenti, con continui cambi di segno, con il papato; una politica complessa, piena di ambiguità, che spesso rischiò di naufragare. La crisi peggiore, che rischiò di incrinare il potere dinastico dei Sergi, avvenne nel 870, con lamorte del duca Gregorio II e la presa di potere del figlio, Sergio II. Sergio I aveva nell’849 fatto eleggere al soglio episcopale il proprio figlio Attanasio, il quale, su istigazione papale, che male vedeva l’alleanza tra napoletani e stati islamici, tentò un colpo di stato contro il nipote, il quale però non si fece trovare impreparato.

Mandò in esilio lo zio a Sorrento, presso il fratello Stefano, vescovo di tale città, arrestò e mise a morte gli altri congiurati e, come segno di sfida nei confronti di Roma, assoldò una milizia di mercenari saraceni; a rendere giustizia ad Attanasio sarebbe stato l’omonimo nipote, eletto al soglio episcopale per volontà del fratello, il duca Sergio II, nell’876. Egli avvedutosi presto delle ingiustizie subite dallo zio, uomo pio e giusto, decise di vendicarlo.

Organizzò, perciò, una congiura con gli optimates napoletani e tra l’877 e l’878 abbatté e accecò il duca, suo fratello, lo inviò prigioniero a Roma, assumendo il controllo sulla città. Il complotto fu appoggiato dal pontefice Giovanni VIII, preoccupato dell’alleanza di Sergio II con i saraceni che aveva avuto come conseguenza un intensificarsi delle scorribande di questi nei territori laziali edell’entroterra campano.

Il sostegno alla presa di potere violenta attuata da Attanasio, aveva agli occhi del papa un unico fine: un cambio di rotta nella politica estera napoletana. A riprova di ciò ci sarebbe anche la nota epistola di Anastasio Bibliotecario scritta per conto di Ludovico II all’imperatore bizantino Basilio I, in cui si criticava proprio l’alleanza tra Neapolis e Balarm

Nam infidelibus arma et alimenta et cetera subsidia tribuentes per totius imperii nostra litora eos ducunt et cum ipsis totius beati Petri Apostolorum principis territorii fines furtim depredare conantur, ita ut facta videatur Napolis Panormus vel Africa.

In realtà, i rapporti economici tra il ducato e l’emirato di Sicilia erano così stretti, che Attanasio aveva le mani legate: così nonostante le minacce di scomunica e gli insulti provenienti da Roma, non cambiò di nulla la tradizionale politica della sua dinastia. Il mutamento avvenne con la riconquista bizantina del Sud Italia e con il mutamento della politica dell’emirato kalbita, che ritenne più conveniente il commercio con gli infedeli rispetto alla Jihad.

Di conseguenza, Napoli dovette interrompere il tradizionale balletto diplomatico, trasformandosi in un fedele alleato bizantino: cosa che ne aumentò la ricchezza dovuta ai commerci e la rese un polo culturale. Nel 1027 il duca Sergio IV donò la contea di Aversa alla banda di mercenari normanni di Rainulfo Drengot, che lo avevano affiancato nell’ennesima guerra contro il principato di Capua, creando così il primo insediamento normanno nell’Italia meridionale. Dalla base di Aversa, nel volgere di un secolo, i normanni furono in grado di sottomettere tutto il meridione d’Italia; nel 1077 Salerno, ultima roccaforte dei longobardi, cadde nelle mani del normanno Guiscardo mentre Napoli per ben due anni riuscì a resistere agli attacchi del principe di Capua Riccardo e del suo alleato Guiscardo.

I duchi che si successero svolsero tutti una politica antinormanna e riuscirono a rimanere indipendenti, ma dopo che nel 1130 Ruggiero II fu incoronato re a Palermo con l’appoggio dell’antipapa Anacleto II, questi ingiunse al duca di Napoli Sergio VII di riconoscerlo come suo re e il duca non poté sottrarsi dall’accettare questo vassallaggio. Subito dopo però egli si mise segretamente in contatto con la lega che si era formata contro Ruggiero e come alleato di Rainulfo d’Alife inflisse a Scafati dure perdite ai normanni nel 1132.

Anche nel 1134, quando Ruggiero giunse con una cospicua flotta per prendere la città dal mare si tentò la resistenza, ma i napoletani erano stremati, il ducato in sfacelo e non rimase che arrendersi. L’anno seguente il duca era ancora contro il re di Sicilia, ma nel 1137, infine, fu costretto a seguirlo contro Rainulfo e morì sul campo di battaglia.

I napoletani, però, non furono molto felici di perdere la loro indipendenza: con l’appoggio di papa Innocenzo II tentarono di costituirsi in una repubblica aristocratica, ma quando nel 1139 il pontefice fu vinto e imprigionato dal normanno, rimasti privi di ogni appoggio, furono costretti a consegnare la città a Ruggiero, inviandogli una ambasceria a Benevento, dove si era fermato. Il nuovo re volle mostrarsi generoso e umano con i vinti, ed il suo ingresso a Napoli fu trionfale. Egli distribuì della terra ai cavalieri e concesse agevolazioni ai nobili causando – però – un certo attrito fra i due ceti; diede il massimo incremento alle lettere e alle arti, favorì il commercio ed impose una moneta d’argento che fu chiamata «ducato» ed una di rame che fu chiamata «follaro». Assicurò alla città un’autonomia amministrativa, lasciandovi come suo rappresentante un conte palatino chiamato «compalazzo» che amministrava il demanio e la giustizia.

Così, come era a cominciata, con una conquista, terminò la storia della Napoli Bizantina

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