Joe Petrosino

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Appena terminerò il romanzo ucronico ambientato all’Esquilino, ambientato in un mondo in cui vi è la dittatura di D’Annunzio, invece di quella di Mussolini, mi dedicherò a chiudere parecchi progetti in sospeso, dal concludere il seguito di Navi Grigie a buttare giù un romanzo in cui il Thomas Edward Lawrence, assieme a Barbara Grecale, avranno a che fare con gli strani esperimenti dei figlio di uno stimato imprenditore pavese, un certo Albert Einstein.

E soprattutto vorrei dedicarmi alle avventure palermitane di Andrea Conti, in cui all’ombra dei Florio e dei Whitaker, il mio eroe se la vedrà con la Mafia, poiché il Principe Padre, più per tirchieria e per il suo amore della roba, degno di Mazzarò o di Mastro Don Gesualdo, che per profonde ragioni morali, si è rifiutato di pagare il pizzo per le sue numerose, strampalate e innovative attività imprenditoriali nella Conca d’Oro.

Ovviamente, essendo il romanzo ambientato un paio d’anni prima de Il Canto Oscuro e di Lithica, apparirà come coprotagonista il buon Joe, Giuseppe, Petrosino. Il famoso poliziotto era nato a Padula, il 30 agosto 1860, da una famiglia, per l’epoca e l’ambiente, di buone condizioni economiche: il padre sarto, era riuscito a far studiare tutti i quattro figli e a mantenere un tenore di vita dignitoso.

Però, per la recessione economica a cui fu soggetto il nostro Sud dopo l’unità d’Italia e la repressione del brigantaggio, Petrosino senior decise di emigrare in America, stabilendosi a New York, ovviamente a Little Italy.

Giuseppe per vivere si mise a vendere giornali, a lucidar scarpe e a studiare la lingua inglese. Nel 1877, Joe (come ormai si chiamava) prese la cittadinanza statunitense, facendosi assumere l’anno dopo come netturbino dal dipartimento di Polizia newyorkese

La New York dell’Ottocento non è che fosse stata mai un gran modello di ordine pubblico:il centro del malavita era il Five Points un quartiere povero e degradato, paragonabile all’ East End di Londra, che, cosa per noi contemporanei è assai paradossale si trovava sull’isola di Manhattan a New York, negli Stati Uniti, e il cui centro era all’incrocio delle vie Anthony (oggi Worth Street), Cross (oggi Mosco Street)
e Orange (oggi Baxter Street). Al giorno d’oggi i Five Points corrisponderebbero ad una zona situata a metà strada tra Chinatown e il Distretto finanziario, circa all’incrocio tra Baxter Street e Worth Street.

Il quartiere iniziò a sorgere verso il 1820 vicino alla zona dove si trovava il laghetto Collect Pond: in origine fonte di acqua per la città, il laghetto era stato colmato nell’impossibilità di risolvere i suoi gravissimi problemi di inquinamento derivanti dagli scarichi industriali. Il lavoro di bonifica era stato realizzato in maniera inadeguata e le infiltrazioni d’acqua in superficie nella parte sudorientale crearono una palude piena di insetti e contaminata dagli scarichi delle abitazioni che fece precipitare immediatamente il valore dei terreni circostanti. La maggior parte dei residenti appartenenti alle classi
media e alta si trasferirono altrove, abbandonando il quartiere nelle mani degli immigrati più poveri che avevano iniziato ad arrivare all’inizio del decenni del 1820 per raggiungere il massimo afflusso nel decennio del 1840 a causa della grande carestia in Irlanda.

Il che generò il caos e un tasso di criminalità da favela brasiliane: nella Old Brewery, un iperaffollato edificio che ospitava fino a 1.000 miserabili, si verificò almeno un omicidio ogni notte per 15 anni, fino alla sua demolizione nel 1852. I Five Points furono dominati da varie gang rivali tra loro come i Roach Guards, i Dead Rabbits e i Bowery Boys, proprio quelli del film di Martin Scorsese. Come nel film, i Dead Rabbits, tra il 4 e il 5 luglio 1857 diede avvio a una vera e propria battaglia contro i Bowery Boys, il gruppo fino a pochi anni prima guidato da William Poole, noto come Bill “the Butcher”.

Uno scontro le cui motivazioni comprendevano sia il predominio criminale sia una lotta politica per il controllo delle istituzioni cittadine, in cui la corruzione e i fenomeni di cooping – ossia costringere con la violenza le persone a votare più di una volta – la facevano da padrone, sotto il benevolo occhio di associazioni politiche come il Tammany Hall democratico. Secondo quanto scrive Herbert Asbury nel saggio Le Gang di New York, nel 1862 la polizia arrestò 82.072 persone pari a circa il 10% della popolazione della città.

Per mettere ordine a in questo manicomio, l’amministrazione cittadina di New York da una parte riempì la polizia di irlandesi,dall’altra demolì il quartiere, deportandone la popolazione in un’altra parte della città. Il problema però fu che arrivando nuovi etnie di immigrati, questi si portavano dietro la loro criminalità

Ad esempio dopo la “Chinese Exclusion Act” del 1882 , la legge che vietava l’immigrazione cinese negli USA, sempre a New York cominciarono a diffondersi la versione locale delle triadi, le tong, come On Leongs e gli Hip Sings, società segrete che offrivano lavoro e protezione ai membri e divennero famose per la gestione di scommesse illegali, della prostituzione e del traffico d’oppio, le cui faide, degne di
un film di Bruce Lee, portarono l’attuale Doyers Street ad essere soprannominata “the Bloody Angle”. Oppure gli ebrei capeggiati da Monk Eastman, al secolo Edward Osterman, il quale aveva alle sue dipendenze circa 1200 persone, tra cui Max Zweifach e Jack Zelig.

Ma soprattutto gli immigrati italiani, con la loro Mano Nera, nome che significa tutto e nulla: era probabilmente una delle tante società segrete anarchiche, leggenda famigliare racconta che un prozio di mio nonno ne facesse parte, ma che a New York indicava la criminalità organizzata. Il nome derivava dall’abitudine degli estorsori di inviare lettere minatorie alle loro vittime, le quali erano contrassegnate dall’emblema del teschio e tibie incrociate o dall’impronta di una mano nera, accompagnate da minacce di morte, di sfregi e danneggiamenti

Dinanzi a questo caos, la polizia locale, per problemi linguistici e culturali, non sapeva che pesci prendere. Non capiva i numerosi dialetti del Sud e i tanti “non detti” di quegli italiani che praticavano riti di coltelli e vendette, così come le aveva descritte l’etnografo palermitano, Giuseppe Pitré, dall’altra parte dell’oceano. Occorreva quindi conoscere la cultura italiana per cercare di arginare la loro malavita

E Joe fu il loro asso nella manica: assunto dal Dipartimento di polizia come spazzino, Petrosino era stato poi impiegato come informatore; nel 1883, non senza difficoltà, era stato ammesso alla polizia. Faceva un certo effetto vedere quell’uomo basso e atticciato (non superava il metro e sessanta), tra i giganteschi poliziotti irlandesi. In compenso Petrosino aveva spalle larghe, bicipiti possenti e, ciò che più contò per il suo arruolamento, grinta ed intelligenza, tutto ciò che gli aveva permesso di superare le difficoltà di essere l’unico poliziotto italiano, dileggiato dai connazionali e guardato con un certo sospetto dai colleghi.

Determinante ai fini della sua carriera, oltre al suo impegno, era stata la stima riposta in lui da Theodore Roosevelt, assessore alla polizia (e poi presidente degli Stati Uniti): grazie al suo appoggio nel 1895 Petrosino era stato promosso sergente, liberato dal servizio d’ordine pubblico, e quindi dalla divisa, e destinato alla conduzione d’indagini. I criminali di Little Italy si erano trovati improvvisamente di fronte ad un nemico che parlava la loro stessa lingua, che conosceva i loro metodi, che poteva entrare nei loro ambienti.

In più Joe, con il suo aspetto un poco snob, vestiva abito scuro, cappello duro, camicia bianca, scarpe dal tacco alto, per sembrare più alto, aveva una visione assai più moderna dei colleghi sull’indagine poliziesca. Intuì l’importanza di una mappatura della criminalità di New York, attraverso un lavoro certosino fatto di dati provenienti soprattutto dall’interno, coordinando operazioni e infiltrandosi tra gli
italo-americani grazie alla sua capacità di camuffarsi.

Si infiltrò nell’ organizzazione anarchica, responsabile della morte del re d’Italia Umberto I, riuscendo a scoprire l’intenzione di assassinare il presidente americano William McKinley durante la sua visita all’esposizione di Buffalo. Nel 1903 risolse il caso più importante della sua carriera, il “delitto del barile”, così chiamato per il fatto che il cadavere di Benedetto Madonia (malavitoso membro di una banda di falsari) venne ritrovato dentro il barile fatto a pezzi.

Nel 1905, divenendo poi tenente, gli era stata affidata l’organizzazione d’una squadra di poliziotti italiani, l’Italian Branch (composta di cinque membri, tra cui il successore di Petrosino, Michael Fiaschetti, nativo di Morolo). Un’occasione che vide Petrosino e l'”Italian Squad” contro la Mano Nera riguardò Enrico Caruso che, in tournée a New York, fu ricattato dai gangster sotto minaccia di morte. Petrosino convinse il tenore ad aiutarlo nel catturare i criminali.

Intanto però, a Palermo era stato compiuto il primo delitto eccellente di mafia. Nel 1893 era stato ammazzato da due sicari il direttore del Banco di Sicilia, Emanuele Notarbartolo. Ma il mandante di quell’omicidio era l’onorevole Raffaele Palizzolo, amico intimo di Giolitti, processato, prima condannato e poi assolto per insufficienza di prove. Nel 1909 Palizzolo, che avrebbe voluto essere rieletto in Parlamento, si reca proprio a New York per incontrare la comunità italo-americana. E sempre oltre oceano era fuggito anche uno dei due sicari che avevano ucciso Notarbatolo.

A New York, intanto, Palizzolo, aveva promosso il suo libro, “Le mie prigioni”, aveva tenuto comizi, si era presentato come amico del popolo, era stato ricevuto persino dal sindaco, mentre la stampa lo osannava. Ma per Joe Petrosino restava una persona poco per bene. E così il tenente aveva iniziato ad arrestare parecchi uomini vicini a Palizzolo per poi incontrare quest’ultimo in una stanza d’hotel. Palizzolo, poco dopo, prese il primo piroscafo che lo riportò in Italia.

Finanziato anche dai banchieri Rockfeller e J.P. Morgan, spaventati da un giro di soldi falsi messo in piedi da alcuni italo-americani, Joe Petrosino partì allora alla volta dell’Italia. La missione era top secret, ma a causa di una fuga di notizie tutti i dettagli furono pubblicati sul New York Herald. Petrosino partì comunque nell’erronea convinzione che in Sicilia la Mafia, come a New York, non si azzardasse a
uccidere un poliziotto.

Petrosino iniziò a lavorare da solo. Consultava casellari giudiziari e a fine giornata tornava all’Hotel de France in piazza Marina. La sera di venerdì 12 marzo 1909 due sconosciuti chiesero di lui e Petrosino lì seguì fuori dall’albergo, nel Giardino Garibaldi.

Alle 20.45 tre colpi di pistola in rapida successione e un quarto sparato subito dopo suscitarono il panico nella piccola folla che attendeva il tram al capolinea di piazza Marina a Palermo. Ci fu un generale fuggi fuggi: solo il giovane marinaio anconetano Alberto Cardella (Regia Nave Calabria della Marina Militare) si lanciò nel centro della piazza, da dove sono giunti gli spari: in tempo per vedere un uomo cadere lentamente a terra, ed altri due fuggire scomparendo nell’ombra. Non ci fu soccorso possibile, l’uomo era stato raggiunto da quattro pallottole: una al collo, due alle spalle, e una quarta mortale alla testa.

Poco dopo Joe fu identificato e il console statunitense a Palermo telegrafò al suo governo:

Petrosino ucciso a revolverate nel centro della città questa sera. Gli assassini sconosciuti. Muore un martire

Al funerale del poliziotto parteciparono circa 250.000 persone e resterà nella storia per essere stato il più importante funerale del nuovo secolo. Il governo americano mise a disposizione dei soldi per spingere le persone a dare informazioni sull’omicidio. Ma il timore della mafia era più forte e nessuno disse nulla. La polizia indagò Don Vito Cascio Ferro, agitatore anarchico in gioventù e poi diventato mafioso molto vicino alla politica giolittiana. Quando fu arrestato, gli venne trovata addosso una foto di Petrosino

Gli investigatori ipotizzarono che fu lui a sparare quella sera a Piazza Marina, ma aveva un’alibi dato che l’onorevole Domenico De Michele Ferrandeli sosteneva di essere stato a cena con Cascio Ferro, citandone addirittura il menù.

Ora nonostante i fumetti e i libri dedicati a Joe e la targa che lo ricorda, come spesso accade a Palermo messa a caso, in un luogo di Piazza Marina che non c’entra nulla con l’omicidio, solo dopo più di un secolo si è trovata una quadra per il suo delitto.

In un’intercettazione ambientale realizzata per l’Operazione Apocalisse Domenico Palazzotto è ascoltato dalla Guardia di Finanza mentre diceva:

“Lo zio di mio padre si chiamava Paolo Palazzotto, ha fatto l’omicidio del primo poliziotto ucciso a Palermo. Lo ha ammazzato lui Joe Petrosino, per conto di Cascio Ferro”

Il che quadra con un altro dettaglio storico: quando il prefetto Mori arrestò don Vito e lo condannò all’ergastolo, il boss fu intervistato in prigione; dichiarò di aver ucciso un solo uomo in tutta la sua vita e disse di averlo fatto in modo disinteressato.

Nel mio mondo narrativo, invece, Joe anticipa al 1905, subito dopo il caso Caruso, il suo viaggio palermitano, dove, assieme ad Andrea, Beppe e un strampalato intendente della Gendarmeria borbonica, combatterà contro la Mafia, catturando Cascio Ferro e salvandosi la vita e facendo così carriera nella polizia e nell’amministrazione americana

2 pensieri su “Joe Petrosino

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