Il sarcofago di Enrico VII a Cosenza

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Tutto si può dire, tranne che Federico II, lo Stupor Mundi, fosse fortunato come padre… La sua tragedia più grande fu il rapporto con il figlio primogenito Enrico, nato nel 1212 da Costanza d’Aragona. Enrico a un anno d’età fu incoronato re di Sicilia come coreggente del regno, nel 1220, all’età di soli nove anni, fu fatto eleggere re di Germania, sotto la tutela dell’arcivescovo di Colonia Engelberto di Berg, e fu incoronato nel 1222. Sposò Margherita d’Austria, da cui ebbe due figli: Federico ed Enrico.

Di fatto crebbe lontano dal padre e dall’ambiente multiculturale della Magna Curia: questo oltre a fargli sviluppare un profondo rancore nei confronti del padre, dovuto alla sensazione di essere stato abbandonato a se stesso, gli fece maturare una diversa visione della politica e della gestione dello Stato.

Federico, grande utopista, riteneva come questa dovesse avere una dimensione sovranazionale, finalizzata al restauro dell’Impero Universale, in cui sia le istanze di autonomia locale, sia la religione fossero subordinate alle esigenze del basileus. Enrico, più realista, riteneva questo compito troppo superiore alle risorse della casa di Svevia. Invece di inseguire sogni di grandezza, bisognava concentrarsi sulla Germania, rafforzando la propria posizione con un compromesso sia con il Papato, sia con la Lega Lombarda. Ovviamente, non essendo gli Hohenstaufen noti per la diplomazia e l’attitudine alla pazienza, tale contrasto degenerò rapidamente in uno scontro aperto.

Così, Federico II nella Dieta di Magonza del 15 agosto 1235 ordinò la deposizione di Enrico e l’arresto nella fortezza di Heidelberg. Dopo un processo sommario, Enrico fu condannato a morte. La pena fu però commutata in carcere a vita. Quindi, fu rinchiuso in diverse fortezze del regno di Sicilia, tra cui il castello di Nicastro. A questo punto la storia si confonde con le leggende, per cui si hanno diverse versioni sulla fine di Enrico.  Secondo la leggenda, Enrico finì i suoi giorni suicida a soli 31 anni il 12 aprile 1242.

Quel giorno, scortato dalle guardie stava percorrendo una tortuosa strada di montagna mentre era trasferito da Nicastro alla volta del castello di Martirano. Improvvisamente sottraendosi alle vigilanza delle guardie, si gettò da cavallo sfracellandosi in un dirupo. Secondo un’altra versione leggermente diversa, Enrico rinchiuso nel castello di Nicastro, convinto che il padre volesse ammazzarlo, poté eludere la vigilanza grazia alla benevolenza dei custodi e fuggire, rifugiandosi nella foresta caprile di Martirano. Ma tradito dal alcuni pastori fu nuovamente arrestato e rinchiuso nel carcere di martirano.
Poi, mentre veniva trasportato a San Marco Argentano in provincia di Cosenza, sarebbe precipitato in un dirupo, non si sa se per disgrazia o per suicidio.

Enrico fu sepolto nel duomo di Cosenza, in terra consacrata, il che pone parecchi dubbi sulla veridicità del precedente racconto: nell’ottica del recupero classicista della Magna Curia, in cui il recupero della statuaria romana e della sua iconografia doveva evidenziare concretamente la continuità tra l’impero romano e il dominio della casa di Svevia, la salma fu sepolta in un bel sarcofago romano in marmo proconnesio, risalente all’epoca di Caracalla, decorato con la rappresentazione della caccia al cinghiale Calidonio.

Per chi non ricordasse tale mito, ne do una breve sintesi. Oineo, re degli etoli, aveva offerto un sacrificio a tutte le divinità, dopo un abbondante raccolto, dimenticandosi però di onorare Artemide, anche perché questa aveva ben poco a che fare con l’agricoltura. Ma Artemide, dato il suo pessimo carattere, se la legò al dito e inviò contro il paese di Calidone un cinghiale di proporzioni spettacolari che devastava i campi e uccideva i sudditi del re. La gente spaventata non aveva più tranquillità e si nascondeva solo nelle città fortificate.

Meleagro, figlio di Oileo, in gioventù uno degli argonauti, non stette con le mani in mano e organizzò una caccia al cinghiale, radunando i principali eroi greci dell’epoca. Alcuni mitografi ce ne hanno tramandato la lista: Driante di Tracia, figlio di Ares; Idas e Linceo, i due figli di Afareo, che venivano da Messene; Castore e Polluce,; Teseo di Atene; Admeto, di Fere, in Tessaglia; Anceo e Cefeo, figli dell’arcade Licurgo; Giasone, di Iolco; Ificle, fratello gemello di Eracle, che veniva da Tebe; Piritoo, figlio di Issione e amico di Teseo, venuto da Larissa, in Tessaglia; Telamone, figlio di Eaco, giunto da Salamina; Peleo, suo fratello, giunto da Ftia; Eurizione, cognato di quest’ultimo, figlio di Attore; Anfiarao, figlio d’Oicle, venuto da Argo, insieme ai figli di Testio, zii di Meleagro. C’era anche una donna cacciatrice, Atalanta, figlia di Scheneco, venuta dall’Arcadia, la cui presenza provocò parecchi malumori. Gli eroi greci erano misogini e assai superstiziosi e ritenevano come la presenza femminile portasse iella durante la caccia… Ma Meleagro, che aveva preso una sbandata per Atalanta, non volle sentire ragioni.

Dopo nove giorni di bisboccia, finalmente si decisero ad andare a caccia del cinghiale, cosa che si trasformò nella versione ellenica di Alien o di Predator. I cacciatori sguinzagliarono i cani e seguirono le grandi orme della bestia, fino a quando snidarono il cinghiale presso un corso d’acqua, mentre si abbeverava. L’animale, scoperto si scagliò ferocemente in mezzo ai cacciatori, i quali a gara cercarono di ferirlo. Nestore, che già all’epoca si mostrava assai più intelligente della media degli achei trovò scampo a fatica, salendo su un albero mentre Giasone lanciò il proprio giavellotto, mancando il bersaglio.
Telamone invece scagliò la lancia contro la bestia, ma colpì accidentalmente il cognato Eurizione, il quale stava tentando di scagliare i suoi giavellotti contro il cinghiale. Peleo e Telamone rischiarono però di essere caricati dalla belva che per fortuna fu colpita ad un orecchio da una freccia di Atalanta e fuggì. Anceo, spintosi troppo avanti per dare un colpo d’ascia al cinghiale, venne lacerato dalle zanne della bestia, cadendo a terra morto. Anche Ileo venne ucciso, insieme a molti dei suoi cani da caccia. Allora Anfiarao assestò al cinghiale una pugnalata a un occhio, accecandolo, e, quando Teseo fu sul punto di essere travolto, Meleagro conficcò il giavellotto nel ventre dell’animale e lo finì con un colpo di lancia al cuore.

Dopo questo bagno di sangue, come tradizione locale, gli achei cominciarono con molto entusiasmo tra loro, a causa del disaccordo su come spartirsi le spoglie della bestia… Ma questa è un’altra storia.

Tornando alla tomba di Enrico, non è ben chiaro dove fosse situata in origine. Sappiamo solo, dato che il sarcofago ha il retro non decorato, ma appena abbozzato, che fosse appoggiato a una parete. Rinvenuto interrato presso un pilastro della navata nel 1934, in occasione del restauro del Duomo, in origine, anche per motivi di propaganda dinastica, doveva essere ben visibile nella navata della chiesa.

Secondo Andreotti “il suo tumulo fu alzato nel corridoio che precede l’entrata due congregazioni di S.Filippo e Giacomo e dell’Assunta” e lo stesso storico precisa poi che “esso vi stette sino al 1576 epoca in cui l’Arcivescovo Matteo Andrea Acquaviva volendo rendere più largo quel corridojo di lì il fece togliere”.

In quell’occasione il sepolcro fu aperto, e “vi si trovarono le ossa avvolte in un panno di seta color leonato tessuto d’oro consunto”, lungo oltre tre metri, la corona, lo scettro e il globo, tutti simboli della regalità imperiale. Cosa confermata anche dalle verifiche più recenti

Nel 1998, i resti di Enrico VII sono stati sottoposti a un esame paleopatologico condotto da un’équipe guidata da Gino Fornaciari, dell’Università di Pisa, e da Pietro De Leo, storico dell’Università della Calabria, analsi che hanno permesso di evidenziare altri aspetti dell’intricato vicenda umana di Enrico. L’esame ha rivelato resti appartenenti a un uomo alto circa 1,66 m, dalla struttura fisica vigorosa e dai forti attacchi muscolari. Lo scheletro rivelava gli esiti di traumi e sovraccarichi dovuti probabilmente alla pratica dell’equitazione e i segni di un’antica lesione secondaria derivante da un trauma al ginocchio sofferto in gioventù: la deformità rotulea era in grado di indurre quella zoppia che è una delle poche caratteristiche note dell’aspetto fisico di Enrico, di cui le cronache tramandano l’epiteto di sciancato.

Ma la sorpresa più grande, non nota dalle fonti storiche è che Enrico soffrisse di lebbra in stato avanzato, che ne aveva sfigurato i lineamenti, il che fa riesaminare la questione della sua prigionia, che sembra essere più una sorta di isolamento sanitario, per curare e lenire gli effetti di quella malattia disabilitante,  sia la causa della sua morte.

Infatti, la frase delle cronache dell’epoca, “ex improvviso cadens infirmatus obiit”, tradotta tradizionalmente con un “cadendo all’improvviso (da cavallo), infortunato, morì”, debba essere interpretata letterarmente con ” un ammalatosi all’improvviso”, morì.

Cosa che fa vedere anche sotto una diversa luce, la scelta di quel specifico sarcofago da parte di Federico II per la sepoltura del figlio: se i grifoni sul lato corto rappresentano l’apoteosi dell’eroe, liberatosi dal peso della carne, il mito di Meleagro invece racconta la sua terribile e sfortunata lotta contro la malattia che ne corrodeva la carne…

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